Gli “scalzi” si difendono: «Non siamo buonisti, chiediamo solo umanità»

Gli "scalzi" si difendono: «Non siamo buonisti, chiediamo solo umanità»

“Ci hanno dato dei buonisti. Non siamo buonisti, chiediamo solo un minimo sindacale di umanità. È arrivato il momento di decidere da che parte stare”. È l’urlo forte e chiaro di uno degli organizzatori della Marcia degli scalzi a Milano. All’iniziativa, partita da Venezia, hanno partecipato, da Nord a Sud, molte città italiane. Migliaia di uomini, donne e bambini hanno effettuato a piedi una “migrazione” simbolica da Porta Genova alla Darsena. Alcuni rigorosamente scalzi. Altri no. “L’importante è partecipare e dare un segnale forte e chiaro”, hanno spiegato gli organizzatori di una manifestazione messa su nel giro di pochi giorni, grazie al tam tam sui social network. Le adesioni virtuali sono state tante. Quelle reali forse di più. Almeno 200 associazioni, ragazzi, famiglie intere. 

Maria leva le sue scarpe da ginnastica “Sono venuta – spiega – e voglio andare fino in fondo. Sono certa che servirà a qualcosa, qualcuno dovrà pur ascoltarci”. Le sue amiche la seguono e non sono le uniche. La mobilitazione punta a sollecitare le istituzioni a modificare le politiche migratorie europee e globali: “certezza di corridoi umanitari sicuri, accoglienza degna e rispettosa per tutti e creazione di un vero sistema unico di asilo in Europa che superi il regolamento di Dublino”. 

“Chiediamo che cessi questo periodo di orrore per il quale l’Europa sarà ricordata – afferma uno dei promotori dell’evento, il giornalista Maso Notarianni -. Periodo in cui l’Europa politica tollera quotidianamente che nel suo mare, nel Mar Mediterraneo, muoiano centinaia di migliaia di persone che scappano da guerre, povertà e miserie. Chiediamo l’apertura di corridoi umanitari perché non si può lasciare in mano ai delinquenti, agli scafisti, la fuga e la vita di queste persone. La revisione del Trattato di Dublino – prosegue -, che costringe il migrante a chiedere asilo laddove sbarca e non dove vuole arrivare. È una sorta di prigione dentro l’Europa. Condizioni civili di vita. Tra l’altro adesso si inizia a fare distinzione tra la gente che scappa. Ci sono i rifugiati della Siria che vanno bene, quelli dell’Afghanistan no. Quelli che scappano dalle guerre fatte dai nostri nemici meritano di essere accolti, tutti gli altri no. Questa è una buona operazione di marketing, ma è devastante, e non fa che peggiorare la situazione”.

“Refugees welcome” si legge sul grande striscione in testa al corteo. L’hashtag “#ioscelgo” stampato sulle magliette e sulle barchette di carta che, al termine del percorso, sono state lasciate galleggiare nell’acqua della Darsena. In centinaia hanno danzato lungo il Naviglio.

“Oggi ho visto una Milano generosa, pronta a dare il benvenuto alle persone che bussano alle porte dell’Europa perché ne hanno bisogno”. A parlare è Souheir Katkhouda, presidente di Admi, Donne musulmane in Italia, nel nostro Paese da 38 anni. “Sono qui oggi come siriana, come italiana, come donna e come madre – spiega -. Si deve fermare la guerra: la gente preferirebbe restare a casa sua. I siriani non vorrebbero assolutamente lasciare il loro Paese. Non metterebbero mai i loro bambini in pericolo, per attraversare il mare e rischiare la vita se non ci fosse un motivo. Loro, purtroppo, non possono più vivere lì. Chi ha il potere di farlo – conclude – dovrebbe aiutare il popolo siriano a restare nel suo Paese”. 

Volutamente pochi gli interventi: il giovane Riad Khadrawi, rifugiato siriano in Italia, oggi volontario alla Stazione centrale, e uno dei registi del film “Io sto con la sposa”, Khaled Soliman Al Nassiry. Al termine della manifestazione il concerto del maestro Mauro Pagani.

Contro la manifestazione, Fratelli d’Italia ha organizzato un presidio in via Padova, dal titolo: “Italiani con le scarpe rotte”, perché “vogliamo sostenere in primis gli italiani poveri. Anche “in questi ultimi giorni –  hanno affermato gli assessori comunali Pierfrancesco Majorino e Marco Granelli – Milano vive l’emergenza degli arrivi spontanei di profughi dal Sud, un esodo che continua ininterrotto ormai da due anni, con il transito dalla nostra città di quasi 77.000 persone. Nell’ultima settimana – sottolineano – sono giunte quasi 1.700 persone, tutte accolte. Sabato 19 e domenica 20 faremo una nuova raccolta di indumenti e beni di prima necessità per fronteggiare questo nuovo grande flusso di persone”. 

“Ci auguriamo che il fatto di aver visto così tanta gente in piazza a piedi scalzi dimostri a chi ha ritenuto di non esserci che questa cosa dobbiamo sentirla nostra – dice Chiara, 17 anni al massimo, ma con le idee precise su ciò che è venuta a fare -. Non si tratta un favore: noi non stiamo facendo favori a nessuno. Sentiamo semplicemente il compito di garantire, a chi è nato da un’altra parte del mondo, quell’umanità che ha lo stesso nostro diritto di avere. Ed è importante capire che questa cosa coinvolge tutti. Non è pietà, non è un regalo fatto per bontà: è semplicemente giustizia”.

La Darsena si sta svuotando, e Bena, ragazza albanese da 13 anni in Italia, seduta su un gradino si allaccia le scarpe, sfilate all’inizio del corteo: “La cosa che fa più rabbia è vedere tanta gente che ha iniziato a mobilitarsi in Europa e sapere che i Paesi del Golfo, che avrebbero la possibilità di fare tanto, anche soltanto per la posizione geografica in cui si trovano, non muovono un dito. La loro, prima ancora che politica, è una responsabilità religiosa”. Poi sorride: “È stato bello, però, vedere tutte queste persone stasera. Anche se non dovesse servire a nulla, per me è stato importante”.

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