La volatilità dei mercati non è il male, basta capire di cosa parliamo

La volatilità dei mercati non è il male, basta capire di cosa parliamo

In questo periodo complesso per i risparmiatori italiani, c’è una sola e bellissima parola che pervade tutte le discussioni in ambito finanziario: volatilità. Spesso abusata, spesso utilizzata come scudo per respingere la responsabilità di scelte errate, spesso indicata come una fedele compagna di viaggio. Ma alla fine: che cosa si intende realmente per volatilità?

Nell’ambito finanziario, volatilità è da sempre sinonimo di rischio: in realtà sono due concetti simili ma non sono sinonimi

Nell’ambito finanziario, volatilità è da sempre sinonimo di rischio: tanto più un investimento è volatile, tanto più si assume comporti rischi, ovvero possa determinare perdite. In realtà i due concetti sono assimilabili, ma non fino al punto di diventare sinonimi: il rischio è «la potenzialità che un’azione o un’attività scelta – includendo la scelta di non agire – porti a una perdita o ad un evento indesiderabile» la volatilità, in senso economico, è invece «una misura della variazione percentuale del prezzo di uno strumento nel corso del tempo». Quindi, dal punto di vista squisitamente filosofico, se ci fosse una variazione positiva del prezzo di un’attività finanziaria, se cioè la volatilità fosse “positiva”, i concetti di rischio e volatilità non potrebbero per loro stessa natura coincidere.

Ma complichiamo il discorso. Sempre in ambito finanziario, una delle tante misure statistiche per il calcolo della volatilità – la deviazione standard – è diventata sinonimo di volatilità tout court. Quindi, uno dei possibili indicatori utilizzati per misurare la volatilità è diventato l’espressione della volatilità per antonomasia, e per sillogismo viene fatto coincidere con il concetto di rischio! Perciò, se un investimento ha una deviazione standard del 4% posso tranquillamente concludere che il rischio che sopporterò sarà del 4%.

Bocciato! O meglio, promosso da tutti ed in tutte le sedi, ma bocciato dalla realtà dei fatti.

La deviazione standard è «uno dei modi per esprimere la dispersione dei dati intorno ad un indice di posizione, quale può essere, ad esempio, la media aritmetica». Perciò, per un dato investimento, osservare una elevata deviazione standard significa “solamente” che il prezzo di tale investimento potrà oscillare, disperdersi, discostarsi in maniera significativa nel tempo dalla “traiettoria” che mediamente sta assumendo, sia verso l’alto che verso il basso. Chiaramente, al ribasso costituirà una potenziale perdita maggiore, ma simmetricamente al rialzo sarà una…fortuna (statistica).

A questo punto del ragionamento aggiungiamo anche che una misura di volatilità, senza l’indicazione di un orizzonte temporale di riferimento, è del tutto inutile: se non so in quanto tempo osserverò questa variabilità del 4%, se in ore/giorni/mesi/anni/secoli, a cosa mi serve saperlo?

Questo noioso preambolo è purtroppo necessario per affrontare con più serenità e consapevolezza una trattativa finanziaria. La domanda che ci viene proposta più frequentemente quando iniziamo a parlare di investimenti è infatti: “qual è la sua tolleranza al rischio?”. In base a cosa risponderemo, verremo “incasellati” verso una specifica soglia di rischio, ovvero – per quanto detto – verso una determinata soglia di volatilità. Il processo rappresenta un notevole balzo in avanti rispetto al classico “questo prodotto le garantirà il 5% all’anno”, ma è ancora ben lontano dalla perfezione intellettuale.

Volatilità deve diventare sinonimo di “mal di pancia”: quanto può oscillare il prezzo di questo investimento prima che la mia indifferenza venga turbata

Volatilità deve infatti diventare sinonimo di “mal di pancia”: quanto può oscillare il prezzo di questo investimento prima che la mia indifferenza venga turbata? E quanto frequentemente voglio avere il mal di pancia? Ovviamente sarà difficile quantificare un’emozione con un numero, però questa è la domanda a cui dovremmo (in)consapevolmente rispondere. E il rischio, inteso come perdita? Beh, per quanto detto non può più certo essere confuso con la volatilità.

Allora, ecco che altre misure statistiche lineari, come ad esempio il “drawdown”, vengono in soccorso: banalmente, il drawdown è il numero che esprime la differenza tra il valore più alto e il successivo valore più basso toccati da un’attività finanziaria in un dato intervallo di tempo; in estrema sintesi, il drawdown di un investimento è la sofferenza più grave, la massima perdita che storicamente potrei trovarmi a sopportare se malauguratamente dovessi comprare tale strumento proprio nel momento di massima euforia per poi rivenderlo nel successivo momento di depressione più buia.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Esprimere la mia tolleranza al rischio con tale numero significa quindi mettere un paletto, un vincolo numerico alla massima perdita che intendo sopportare con i miei soldi. Ecco che nella trattativa in questo momento non parlo più di quanto astrattamente  posso vedere oscillare il valore del mio investimento, ma di quanti denari sono materialmente disposto a perdere (rischiare) per i miei obiettivi (di rendimento).

Per trasporlo nell’esempio del “mal di pancia”, significa quindi provare a immaginare l’entità del mal di pancia oltre il quale mi recherei al pronto soccorso.

Ma non solo: guardando al tempo che storicamente è stato necessario per vedere rimarginata la ferita (ovvero in quanto tempo è stata ri-assorbita tale perdita) avrò anche una indicazione di massima sull’orizzonte temporale necessario a far rendere l’investimento statisticamente profittevole.

Volatilità, decisamente il mio peccato preferito.

*Pseudonimo di un importante operatore finanziario

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