Le paturnie dei genitori davanti alle emozioni di “Inside Out”

Le paturnie dei genitori davanti alle emozioni di “Inside Out”

L’unica che non può capire Inside Out è la fidanzata di Lucio Battisti. Quella di capire-tu-non-puoi-tu chiamale-se-vuoi. «Emozioni», appunto. Lei (la canzone non indica il genere, ma vista la nota misoginia mogoliana si presume che sia una malafemmena da canzone di Battisti, tipo Francesca o la trucida ex di «Acqua azzurra, acqua chiara») la parola «emozioni» la conosce, ma non sa bene di cosa si tratta. Non può chiudere gli occhi per fermare qualcosa che è dentro sé, perché nella mente sua, a differenza che in quelle di Lucio e di Riley, la teenager del capolavoro Pixar, quel qualcosa non c’è. Oppure semplicemente la tipa si finge anaffettiva perché vuole andare a vedere Inside Out con qualcun altro. Non con un tizio che guida come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. Tu chiamale se vuoi emozioni? No, caro, io le chiamo stronzate.

Ma ormai la morosa freddona di «Emozioni» è diventata mamma. E poi nonna. E ora è lei a domandarsi, come molti adulti, se i suoi nipoti nella fattispecie, e i bambini in generale, possono capire la dinamica delle emozioni. E quindi se è il caso o no di portarli a vedere quel coloratissimo compendio animato di filosofia, psicologia e neuroscienza firmato Pete Docter. Cosa comprenderanno gli under-12 di un’opera che evoca Platone, Spinoza, Cartesio e Ignazio di Loyola? Sarà educativo presentare ai piccoli l’essere umano come un robottone tipo il vecchio Goldrake, comandato non da un solo pilota, bensì da un pool di esserini litigiosi, Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia, e Disgusto, che smanettano su una consolle?

Ma la grande domanda è: e se il film li annoia? E SE SI ANNOIANO?! Questo è il sacro terrore di noi adulti: un’ombra di noia negli occhi dei nostri bambini, e Paura si allerta facendo schizzare il nostro stato di allarme emotivo a Defcon 3. I pedagogisti hanno riabilitato la noia e ci implorano di lasciare che i bambini si rompano le palle almeno un pochino, ma è inutile. Per scongiurare il tedio infantile e i sensi di colpa che genera, ognuno di noi è diventato un tycoon dell’entertainment formato famiglia, con l’obiettivo di sopprimere lo sbadiglio prima del suo concepimento. Corsi di ogni genere, amichetti a casa, giochi più o meno intelligenti, laboratori di qualunque cosa. E, nel weekend, al cinema con gli occhialini 3D sul naso a vedere un bel film-giocattolone. Che adesso non è più così punitivo nemmeno per i genitori, perché i registi ci mettono sempre uno zuccherino per i quarantenni. (A volte esagerano con battutine complici, strizzate d’occhio e sgomitate nostalgiche, come in Pixels, ma lì nessuno si è chiesto se tutte quelle citazioni pop anni Ottanta potessero spiazzare i bambini. E sì che a un bambino del 2015 è molto più facile spiegare il «penso dunque sono» che la serie Fantasilandia). Se poi il film è Disney-Pixar si dovrebbe andare sul sicuro, il trailer era così simpatico! E invece poi ti ritrovi davanti a un ’Ethica more Pixariano demonstrata, con la fastidiosa sensazione che in molti punti il pargolo seduto accanto a te troverebbe molto più divertente giocare col tuo cellulare – e, quel che è peggio, per colpa tua, perché al cinema ce l’hai portato tu, imbonito dai pareri di intellettuali che «ci ho portato mio figlio di cinque anni e ha capito tutto quanto, anzi, me l’ha spiegato lui».

E probabilmente non era una spacconata. Sono parecchi i bambini che si domandano se è consigliabile portare gli adulti, e nella fattispecie i propri genitori, a vedere Inside Out. Perché nelle aule scolastiche e ai giardinetti si è sparsa da subito la voce che i papà e le mamme piangono come fontane. E un genitore che cerca di nascondere lucciconi e singhiozzi è sempre uno spettacolo imbarazzante, specie davanti agli amichetti – per non parlare delle mamme col mascara sbavato quando si riaccendono le luci. Il peggio viene quando si torna a casa: rigurgiti di sentimentalismo genitoriale, lunghe e commosse rievocazioni multimediali dei primi anni di vita dei figli, e un surplus sospetto di abbracci e coccole – come diceva Spinoza, «coccola non petita, accusatio manifesta». C’è qualcosa in quel film che agita profondamente padri e madri. Le lacrime servono a spegnere il fuoco appiccato da Pete Docter alle nostre code di paglia. Chissà se stiamo aiutando i nostri figli a costruire una buona scorta di bei ricordi e Isole della Personalità in grado di resistere ai colpi del destino. Forse anche noi, come il papà e la mamma di Inside Out, abbiamo messo a capo delle nostre emozioni Rabbia e Tristezza. Gioia c’è, ma la nostra è una gioia leopardiana, figlia d’affanno, una donzelletta che che si attiva solo occasionalmente, il sabato in sul calar del sole, oppure dopo tempeste e cataclismi. Eppure, ce lo ricordiamo, anche per noi c’è stata un’epoca in cui ai comandi c’era una Gioia vispa e cocciutamente ottimista come quella del film. Quando è finita? Forse quando abbiamo chiuso per sempre con il pilota di elicotteri brasiliano. O quando, anni dopo, l’abbiamo cercato su Facebook e non ci ha dato l’amicizia. Maledetta Pixar, come hai fatto a indovinarlo?