TaccolaPrivatizzazione delle Poste, la vera questione è la Banca del Mezzogiorno

Privatizzazione delle Poste, la vera questione è la Banca del Mezzogiorno

La quotazione di Poste Italiane è avviata ed è tutto da dimostrare che l’arrivo in Borsa, con la privatizzazione del 40%, significherà dare realtà ai tre “errori” di cui ha parlato la scorsa settimana al Corriere della Sera Corrado Passera, ex ad di Poste Italiane e attuale candidato sindaco di Milano per Italia Unica. La controargomentazione più diffusa alle preoccupazioni dell’ex ministro (per la capillarità della rete, per il finanziamento a basso costo per lo Stato e per il rischio di svendita per la volatilità del mercato) è che a essere quotato sarà il 40% di Poste, di cui una parte a dipendenti e azionisti “retail”. Non è quindi affatto detto che il Mef, che rimarrebbe azionista al 60%, rinunci ai finanziamenti che arrivano tramite le Poste. Né che ci sia un mutamento sulla rete, rispetto al piano industriale che è stato presentato alla fine del 2014. Quanto al timing della quotazione, cioè se sia opportuna mentre la turbolenza della Borsa di Shanghai è tutt’altro che risolta, sono pochi gli analisti che in questa fase si vogliono sbilanciare. Quello che è certo è che la quotazione si sta avvicinando. Lo scorso 11 agosto Poste Italiane ha depositato in Consob il prospetto informativo e il via libera, come ha scritto MF «dovrebbe arrivare nei primi dieci giorni di ottobre, quindi l’offerta partire a metà dello stesso mese e durare per due settimane fino a giovedì 29, in vista del debutto a Piazza Affari il prossimo 3 novembre». 

Sono pochi gli analisti che in questa fase si vogliono sbilanciare sulle prospettive dei listini italiani ed europei nei prossimi mesi, o sulla futura congruità del prezzo di collocamento di Poste

Una domanda che però andrebbe posta è se le Poste di domani saranno le stesse di oggi. Oltre ai servizi postali e a quelli finanziari, le Poste hanno un’altra gamba, chiamata Banca del Mezzogiorno – MedioCredito Centrale. Il MedioCredito Centrale ha una lunga storia: fondato nel 1952, è stato un ente pubblico fino al 1993. Nel 1999 fu privatizzato e venduto a Banca di Roma e poi a Unicredit. Dal 2011 è passato sotto Poste Italiane. Nel frattempo, però, una legge del 2009 voluta da Giulio Tremonti aveva istituito la Banca del Mezzogiorno, con lo scopo di erogare credito alle piccole e medie imprese, di favorire la nascita di nuove imprese e l’imprenditorialità giovanile e femminile, nonché promuovere l’aumento dimensionale e l’internazionalizzazione di tali imprese, di finanziare attività di ricerca e innovazione, il tutto al Sud. Quando arriva sotto Poste, quindi il nome è Banca del Mezzogiorno – MedioCredito Centrale. Sono però due mondi che fanno mestieri diversi. C’è una funzione pubblica (quella storica del Mediocredito Centrale), che consiste nella distribuzione del Fondo Centrale di Garanzia, del Fondo Crescita sostenibile e degli altri incentivi alle imprese. Sono fondi stanziati dal ministero dello Sviluppo economico ma gestiti da Mcc, che si fa pagare commissioni (41,1 milioni di euro nel 2014). 

I conti della Banca del Sud sono buoni, ma non ha sostenuto, come avrebbe dovuto, le piccole e medie imprese meridionali

C’è poi la Banca del Sud, che è molto diversa da come l’aveva immaginata Tremonti. Come ha spiegato Mario Seminerio due anni fa, di credito alle Pmi se ne è visto poco, mentre la maggior parte del credito è andato a grandi imprese. Scriveva Seminerio: «non ha lanciato i cosiddetti Sud-bond, obbligazioni fiscalmente agevolate, destinati a finanziare gli investimenti a medio e lungo termine delle piccole e medie imprese, né ha sostenuto l’industria meridionale preferendo invece dare credito ai grandi gruppi per le attività nel meridione e fare prestiti ai dipendenti delle Poste dietro la cessione del quinto». 

Dal 2013 le cose sono migliorate, almeno in termini complessivi. L’utile netto 2014 di Bdm è stato di poco inferiore a 38 milioni, il triplo del 2012. La semestrale del 2015 mostra ancora incrementi, con un utile netto salito del 21% rispetto al primo semestre 2014. Il credito erogato rimane però ancora appannaggio soprattutto dei big e nel 2014 il 48% è andato a grandi imprese e infrastrutture nel Meridione. Una delle cause che vengono citate è che non c’è mai stato l’ingresso delle banche di credito cooperativo e banche popolari, che avrebbero dovuto portare, assieme a quelli di Poste, a un totale di 7mila sportelli nel Sud. 

La denuncia M5s: il nuovo Cda ha di fatto paralizzato l’attività della Banca del Sud, accentrando le decisioni sulle erogazioni al Cda. In media il calo è stato del 40%

All’andamento dell’erogazione dei prestiti della Banca del Mezzogiorno è stata dedicata una conferenza stampa di Nicola Morra e Andrea Cioffi, senatori del M5s, a seguito di un’interrogazione parlamentare. I due parlamentari hanno elogiato la gestione della Banca fino al 2014, ma criticato la nuova gestione dell’istituto. «Nell’aprile 2015, però, è stato nominato un nuovo Cda guidato da Luigi Ferraris, attuale direttore finanziario di Poste Italiane, e con Luigi Calabria, ex direttore finanziario di Poste Italiane, nelle vesti di Amministratore delegato – si legge nel comunicato dell’M5s -. Il nuovo Cda ha di fatto paralizzato la virtuosa attività dell’istituto attraverso lo spostamento delle deleghe all’erogazione dei prestiti più significativi al Cda stesso. In alcuni settori i prestiti nel primo semestre 2015 sono calati addirittura dell’80% rispetto allo stesso semestre del 2014, e in media il calo è stato del 40 per cento». Secondo Nicola Morra i risultati di questa contrazione si vedranno sui prossimi bilanci. L’ultimo report di Standard & Poors ha intanto confermato il rating (BB), con outlook negativo. Lo scenario diverrebbe in particolare negativo se ci fosse un “minore impegno nel lungo termine” di Poste in Mcc o se l’importanza della banca all’interno del gruppo Poste diminuisse. 

La Banca del Mezzogiorno-Mcc, per quanto in utile, è stata – proprio per la sua incompiutezza – sul punto di essere venduta a Invitalia, agenzia pubblica per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo di impresa. Sono state più che semplici voci, se a fine 2014 l’ad di Poste, Francesco Caio, diceva (ripreso da Repubblica): «la missione che ci siamo dati come gruppo non passa necessariamente dalla presenza della Banca del Mezzogiorno». E se lo stesso Padoan, sempre a fine 2014, disse che «Poste Italiane e Invitalia hanno in corso primi contatti per esplorare l’eventualità di un passaggio del capitale della banca dalla prima alla seconda società». 

L’operazione si è poi bloccata, sia per il cambio dei vertici – e strategia – di Cassa Depositi e Prestiti, controllata del Tesoro legata a doppio filo con le Poste, sia per l’imminenza della quotazione delle Poste. Altre ipotesi avevano parlato di un passaggio nella nuova Cdp. Il 23 luglio è stato presentato un piano industriale 2015-2017 che ha parlato «di modello integrato di servizio con Poste Italiane/BancoPosta, al fine di utilizzare appieno le sinergie e garantire una maggiore e più immediata fruibilità dei prodotti della Banca da parte della clientela potenziale». È il segno di un rientro definitivo nel perimetro – e nelle strategie – di Poste? O c’è ancora la possibilità che sia ceduta? E qual è il peso della Banca del Mezzogiorno nel prezzo di collocamento in Borsa? 

Una situazione di incertezza che dovrebbe essere chiarita prima di una quotazione. Nei prossimi giorni inizierà il roadshow di Caio tra Londra e New York tra i potenziali investitori, e potrebbe essere l’occasione per mettere un punto chiaro sul futuro. Come per le Ferrovie dello Stato, il perimetro della quotazione diventa una questione più importante della scelta sulla quotazione. E se nel caso delle Fs è chiaro lo scontro tra il ministro Graziano Delrio, che vorrebbe la separazione della rete ferroviaria dalla società di trasporto, e i vertici di Fs, favorevoli alla vendita del pacchetto completo, nel caso delle Poste il futuro Banca del Sud è ancora avvolto in una nuvola.  

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