Renzi, l’Italia non è Firenze e non bastano i fedelissimi per cambiarla

Renzi, l’Italia non è Firenze e non bastano i fedelissimi per cambiarla

“Il passato sta cambiando”. Così recita uno degli slogan che campeggiano all’interno della Festa nazionale dell’Unità a Milano. Ora, è evidente che il passato sia incontrovertibile, per quanto la storia venga in genere scritta dai vincitori e la narrazione politica possa decidere di modificare alcuni pezzi della memoria collettiva. D’altro canto, come era solito ricordare il politico britannico George Savile, primo marchese di Halifax, il miglior requisito per un buon profeta è avere una buona memoria. La storia è infatti percorsa da costanti che rendono stabili, nel tempo, alcuni caratteri salienti della natura del potere e dell’arte di governo. 

Matteo Renzi è un politico dall’acuto senso tattico e dalla straordinaria capacità di sintonizzarsi con gli umori dell’elettorato. Ma essere a tutti costi sintonizzati sulla lunghezza d’onda del presente, per quanto utile per vincere le elezioni, può sacrificare la profondità della visione e la radicalità dei cambiamenti che si vogliono suscitare nel Paese. Infatti, accarezzare troppo il presente a spese del passato può farci correre il rischio di perdere l’appuntamento con il futuro. 

Al di là degli aspetti relativi alla comunicazione politica di Renzi, già brillantemente affrontati in questi giorni su Linkiesta da Alberto Galimberti, si può affermare che il Presidente del Consiglio abbia di fronte a sé un’importante decisione da prendere nelle prossime settimane: la possibile apertura di una nuova fase della sua esperienza di Governo.

La fase di ascesa e di presa del potere da parte della maggioranza renziana si è caratterizzata per la verticalizzazione e la disintermediazione delle dinamiche di comando e di costruzione del consenso sia nel partito democratico sia nel più vasto e rilevante corpo elettorale. La riduzione del peso dei cosiddetti corpi intermedi non è stata solo l’effetto di una narrazione politica in cui la sburocratizzazione e l’eliminazione dei lacci corporativi hanno assunto maggiore centralità. Sindaci, amministratori locali, enti territoriali, quadri intermedi del Partito Democratico, strutture associative, sindacali e camerali hanno subito il tentativo, in parte riuscito, di non avere filtri tanto nella comunicazione della leadership ai cittadini quanto nella concreta gestione dei processi. Ora, se pure questo modo di agire, oltre ad essere congeniale al particolare carisma renziano, può risultare un potente motore di costruzione del consenso e un efficace strumento nella fase del potere nascente, può avere serie controindicazioni nel lungo periodo, a vari livelli.

Le lobby servono, specie se legate a interessi diffusi e in dinamica competizione tra loro

C’è senza dubbio una controindicazione di carattere democratico e legata, per così dire, alla tutela liberale degli spazi di autonomia ed influenza dei singoli cittadini: La rappresentanza d’interessi e l’associazionismo, in particolare sindacale e datoriale, costituiscono un formidabile schermo democratico di fronte al potere. L’idea di un’interlocuzione diretta tra Governo e cittadino finisce infatti con l’essere una comunicazione univoca, dal Governo al cittadino, e una relazione per forza di cose troppo sbilanciata, in termini di potere, a favore del Governo. Se i cittadini si associano contano di più e possono concretamente pesare nei rapporti con il potere politico. È opportuno quindi che un Governo democratico e autenticamente repubblicano non ceda troppo alla tentazione della disintermediazione: le lobby servono, specie se legate a interessi diffusi e in dinamica competizione tra loro.

Ma c’è un’altra valida ragione per cui Renzi dovrebbe aprire un’altra fase nella propria esperienza di Governo e bilanciare di più e meglio i caratteri di verticalità e disintermediazione del proprio modus operandi, una ragione sintetizzabile in quattro sole parole, articoli compresi: i gigliati non bastano. L’idea di gestire una complessa fase di riassetto e di riforma del Paese selezionandone comparse e protagonisti sulla base di uno stretto rapporto personale e fiduciario con il capo del governo, se pure incassa il vantaggio della rapidità decisionale e della compattezza della plancia di comando, alla lunga rischia di danneggiare proprio la leadership che si vorrebbe preservare.

A meno che non intenda precipitare gli eventi ed optare per elezioni nel 2016, sarebbe utile per il Governo cercare sponde e alleanze sociali

Se vuole avere un respiro di legislatura, Renzi deve distribuire di più e meglio incarichi di responsabilità, anche al di là della stretta cerchia del suo equipaggio della primissima ora. Per costruire una classe dirigente in grado di conferire un orizzonte strategico e di lungo respiro all’azione di Governo bisogna radicarne l’azione nelle molteplici aree di competenza e di esperienza esistenti nella società, nella politica dei territori, nei ranghi intermedi di un partito che può e deve orientare di più l’azione dell’esecutivo. Nei momenti culminanti dello scontro è normale serrare i ranghi. Ma per durare nel tempo bisogna saper allargare progressivamente il proprio radicamento sociale, non solo sul terreno del consenso elettorale, ma su quello della concreta formazione dei gruppi di governo. 

Occorre infatti scongiurare anche il rischio che riforme concepite da una cerchia troppo ristretta di persone siano vissute come calate dall’alto e svuotate concretamente di efficacia da una società che non si è sentita chiamata in causa nella fase della loro definizione e della loro attuazione. In sintesi, a meno che non intenda precipitare gli eventi ed optare per elezioni nel 2016, sarebbe utile per il Governo cercare sponde e alleanze sociali e politiche proprio laddove si è talvolta usata l’accetta con troppo brutalità: gli enti locali, le rappresentanze imprenditoriali, il sindacato più riformista, la minoranza più disposta ad investire nell’esperienza di Governo, il mondo accademico e della cultura. 

Non sarà infatti possibile riformare l’Italia senza riconoscerne ed assumerne fino in fondo la complessità.