Rientrate in Italia con un progetto: Maishamani, una casa maternità

Rientrate in Italia con un progetto: Maishamani, una casa maternità

«La prima volta è stato in Brasile. La donna, una cantante, ha partorito sotto un albero, a carponi. Quando il bambino è scivolato giù dal suo corpo, mentre la parteira lo raccoglieva, è riuscito a stringere con la manina un pugno di terra. Poi ha aperto le braccia, e il suo volto era rivolto verso il sole. Un’immagine ben diversa da quella che ero abituata a vedere in sala parto». Giovanna Oscari, 32 anni, è un’ostetrica. Dopo due anni di lavoro in Spagna e dopo i viaggi tra Africa e Sud America, è tornata in Italia per trasformare la conoscenza raccolta in un progetto: Maishamani, realizzato insieme a Marianna Maselli, sua coetanea e compagna di studi, con alle spalle un percorso molto simile. A Castiglione del Lago, in provincia di Perugia, queste due ragazze che hanno lasciato l’Italia alla ricerca di “spazio” per poter crescere professionalmente, hanno creato un luogo in cui far rivivere esperienze “primordiali” recuperando il contatto con il proprio corpo, quasi cancellatodalle nostre società «ospedalizzate».

Giovanna Oscari e Marianna Maselli, creatrici del progetto Maishamani, insieme a Anne Frye, ostetrica amaericana ospitata a Castiglione del Lago per una giornata formativa

«Il parto è un processo fisiologico, naturale del corpo», spiegano con partecipazione. «Noi invece siamo abituati a considerarlo al pari di una malattia». Tanto che ad occuparsene è per tradizione il ginecologo, «che invece dovrebbe essere chiamato solo in caso di patologie e complicazioni, che subentrano solo nel 5% dei casi», spiegano le ragazze. «L’ostetrica è la specialista della fisiologia del parto, esperta nella salute sessuale e riproduttiva della donna, dall’adolescenza al climatelio». Quello che Giovanna e Marianna propongono va oltre la moda del parto in casa e non è una follia hippy. Dietro il progetto ci sono ricerche, studi e l’esperienza sul campo fatta dalle due expat di ritorno.

«Sono Stata in Brasile per vedere una donna partorire senza aiuti. Senza ospedale o interventi medici, come facevano le nostre nonne? Continuavo a chiedermi durante i tirocini in Italia»

Dopo la laurea in Ostetricia Giovanna è partita per il Brasile. Aveva bisogno di vedere una donna partorire secondo natura, senza iniezioni di ossitocina né epidurale. («Senza ospedale o interventi medici (come facevano le nostre nonne) sarà ancora possibile? mi chiedevo durante i tirocini in Italia»). Ha trascorso tre mesi nella Foresta Amazzonica al seguito di un medico cui era stato affidato il compito di fare test di Papilloma virus tra le donne della foresta. Ma lì Giovanna non ha mai assistito a nessun parto. Arrivava sul posto quando tutto ormai era successo. «Ho scoperto poi che quando sentono avvicinarsi il momento, le donne escono di casa con un macete, si nascondono e tornano con il bimbo in braccio». In Amazzonia si vive ancora la primissima fase dell’esperienza della maternità, prima ancora dell’introduzione della levatrice, della figura femminile che assiste nel parto, raccontano. Non contenta Giovanna prosegue il viaggio per il Brasile. Entra in contatto con Sueli Carvalho, una parteira (levatrice in portoghese) molto nota. «Una vera shamana con armadi pieni di erbe essiccate». E lì trova le risposte che cerca. 

Maishamani è un progetto in cui la donna prende coscienza del suo corpo, attiva le proprie energie interiori, e crea da sé le risorse necessarie per la dilatazione.

Marianna fa un percorso simile, ma al Sud America preferisce l’Africa, e il Kenia. Vede donne partorire senza ansie o paure. Le vede accettare con naturalezza quel che al corpo sta accadendo. Quando le due ragazze si ritrovano a Maiorca, per un lavoro in ospedale come ostetriche, iniziano a trasferire in sala parto quel che hanno vissuto tra Americhe e Africa. Dopo i primi contrasti con anestesiste, ginecologi e personale, la sala si colora di tende e quadri. «Siamo riusciti a far passare i nostri tentativi di rendere l’ambiente meno asettico, per far sentire le donne a loro agio e aiutando il corpo a secernere da solo gli ormoni che servono alla dilatazione. E ancora oggi a Maiorca è rimasta l’impronta delle italiane».

«Partorire è un’esperienza estrema, di fronte alla quale ti senti quasi nulla. La tua volontà non conta più»

Ma non è tutto qui. Marianna e Giovanna hanno una vocazione più grande. Le esperienze vissute sono troppo forti e forte è anche la voglia di riportare a casa, in Italia, quello che hanno scoperto. Dopo altri viaggi in Africa, con Ong tra cui anche Medici senza Frontiere, tornano a Perugia. E nel marzo 2014, nasce Maishamani, finanziato in parte dal progetto Brain Back Umbria, che prova a far rientrare giovani italiani espatriati. Il nome che le due ragazze hanno scelto è l’unione di due parole che in lingua swahili significano Vita (Maisha) e Pace (Amani). È un progetto in cui la donna prende coscienza del suo corpo, attiva le proprie energie interiori, e crea da sé le risorse necessarie per la dilatazione. Non solo. «È un nuovo modo di venire al mondo per il bambino, in armonia, consapevolezza e in piena accoglienza», raccontano.  

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

«In Amazzonia la donna che partorisce ride. Non ha ansie o paura», spiega Giovanna. Esattamente quello che le due intendono diffondere tra le nostre mamme, spesso troppo immerse in una cultura del controllo estremo su tutto e tutti, anche sul proprio corpo. Perché il travaglio, raccontano, è un processo che la donna, e la coppia, devono imparare ad accogliere senza pretendere di poter controllare. «La scienza ancora non si è spiegata di preciso come inizi. Sappiamo che il bimbo secerne ormoni, e che il corpo della donna ne secerne di suoi. Ma quando e come arriva l’impulso non lo sappiamo. Sappiamo solo che da quel momento nessuno lo può più fermare. È un’esperienza estrema, di fronte alla quale ti senti quasi nulla. La donna non può che abbandonarsi a questo processo, accettare di essere canale per la nuova vita in arrivo». 

«Il parto è come un vaso di Pandora. Ti mette a nudo e in quel momento può uscire di tutto. Anche l’incertezza di accogliere il bambino. Per questo lavoriamo con le coppie per capire blocchi emotivi o resistenze»

Per molte mamme è difficile lasciarsi andare, accettare quel che accade. Aprirsi, anche fisicamente. «Più cerchi di controllare e più le contrazioni diventano dolorose», spiega Giovanna. «Anziché secernere l’ossitocina, l’ormone “dell’amore”, che favorisce la dilatazione, secerni cortisolo, ormone “dello stress”. Che rende tutto più doloroso. Ed è qui che in ospedale inizia una serie di interventi esterni. Noi insegniamo alle donne a prepararsi all’apertura. Le ospitiamo nella nostra casa maternità, in un ambiente naturale. Il contatto con la natura è fondamentale per preparare il corpo al parto, lo dimostra anche la scienza questo. Offriamo informazioni, conoscenze e strumenti perché ogni coppia possa accogliere un figlio nella consapevolezza. E lavoriamo con loro e con il partner, per capire se ci sono blocchi emotivi, paure, resistenze. Perché il parto è come un vaso di Pandora. Puoi essere brava quanto vuoi a nascondere sotto il tappeto molte cose, ma lui ti mette a nudo. E in quel momento esce la relazione che hai con il compagno, con il bambino, con la tua intimità». Può uscirne anche l’incertezza di voler accogliere il nascituro, visto che tutto cambierá radicalmente. 

«L’incontro con la natura è fondamentale per prepararsi al parto, come dimostrano molte ricerche»

Le assistite sono libere di scegliere se avere il proprio figlio a casa propria, nella casa maternità Maishamani, o in ospedale. «La cosa importante è che scelgano il posto in cui si sentono più tranquille. Ma noi le seguiamo ovunque, restiamo accanto a loro anche in sala parto». 

Dal giorno dell’inaugurazione, Marianna e Giovanna hanno avuto una nascita al mese. Le donne vengono anche da fuori Italia. Inglesi e americane soprattutto. «Alloggiano insieme al compagno e ai figli – se già ne hanno – nella casetta che mettiamo loro a disposizione». Possono cucinare, usare gli ortaggi dell’orto. «Io e Marianna viviamo questa chiamata: riportare alla nascita la sua sacralità. Oltre ogni credo filosofia e cultura. Perché questo è l’inizio di ogni cosa. Partire con genitori che accolgono un figlio nella consapevolezza, è il primo passo per far sentire un nuovo nato accolto e amato». Capace di generare a sua volta Vita e Pace.

Ma continuare il progetto in Italia per Giovanna e Marianna è duro. «Siamo in due e abbiamo molto da gestire. E le persone interessate sono soprattutto straniere. Ma ci siamo date due anni di tempo per valutare. Abbiamo voluto portare le nostre esperienze a casa, e se l’Italia ora non è pronta per questo, ripasseremo tra un po’», spiegano loro, che in mente hanno l’idea di creare un movimento, e di esportare questo pensiero anche altrove. «Organizziamo anche corsi per ostetriche. Vogliamo diffondere una filosofia».

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