Viva la FifaTecnica e “palle”: perché Depay può indossare il numero 7 dello United

Tecnica e “palle”: perché Depay può indossare il numero 7 dello United

Ci sono nomi che sono fatti per diventare famosi già dal suono. Provate a leggere Moordrecht: di per sé non dice nulla e suona pure male. Poi leggete Memphis Depay. Sentite come suona bene. Mem-phis De-pay. Eppure, a sentire quel nome, negli anni passati in Olanda molti sono inorriditi. A cominciare dal padre di Memphis, ghanese emigrato tra i mulini a vento, che da Moordrecht se ne andò quando il figlio aveva quattro anni. Per il ragazzo iniziano i problemi. Anzi, per chi deve averci a che fare: dagli insegnanti di scuola agli istruttori di calcio dove passa le giornate quando non cerca di cacciarsi nei guai. Perché Moordrecht è una tranquilla città olandese con i suoi bravi bassifondi, dove i ragazzi studiano come diventare più duri. Ma il destino di Memphis cambia quando si incontra con un altro nome di per sé cacofonico: Noordwijkerhout. In un campo di calcio della bassa olandese, Memphis Depay esordisce con la maglia del Philips Sport Vereniging (ok, il Psv) in Coppa d’Olanda: 8-0 e partitona del nostro eroe. Qui la storia prende la piega giusta. Qui si forma il nuovo numero sette del Manchester United. Quello che con ogni probabilità diventerà il vostro nuovo idolo calcistico.

Si diceva del Memphis poco disciplinato. Un eufemismo. Dicono addirittura sia una sorta di appestato, che infetta i luoghi che frequenta. Forse nemmeno il calcio riesce a incanalare tanta energia, come spesso accade con i ragazzini turbilenti destinati a una grande carriera. Si contano sulle dita di più mani, i casi simili a quelli di Depay, ma per lui sembra non esserci grande speranza. L’abbandono del padre e il tentativo della madre di rifarsi una vita con un altro uomo non gli fanno benissimo. Il nonno materno è in realtà l’unica figura maschile autorevole della sua infanzia. I parenti paterni scompaiono assieme al padre e il nuovo compagno della madre non si dimostra quell’uomo di famiglia amorevole che sembrava essere. All’inizio tutto bene, si crea una casa con i figli della coppia uniti sotto lo stesso tetto, come una bella sit-com americana. Poi, un giorno, il tizio si ritrova ad esultare davanti alla tv, per avere vinto alla lotteria: in un lampo, pensa che non è il caso di continuare con quella vita, che si può avere di meglio. Da qui al dire alla madre di Depay e ai suoi figli di fare le valigie, è un attimo.

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Ma è l’abbandono del vero padre, che segna Depay. Tanto che quando arriva al Psv, chiede di giocare con il nome Memphis dietro le spalle. Prima di arrivare da Eindhoven però, la sua vita passa dallo Sparta Rotterdam, che chiama Depay riconoscendone il talento, ma senza saperlo gestire. Memphis è uno che esce, fuma, spende soldi. Thug life con i Rotterdam Airlines, a metà tra voglia di fare il duro e peregrinare inquieto nella via ce dal campo va alla casa famiglia che lo ospita. «O aspettiamo che scoppi una rissa o questo deve andarsene di qui», dice poi un giorno Wijlan Vloet, responsabile tecnico dello Sparta. Questo è il momento, questo è il segnale. Ad Eindhoven c’è una vecchia gloria del calcio olandese come Philippe Cocu. Basta la parola: «Prendiamolo».

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Fermiamo un attimo il nastro. Basterebbe già un pezzo di vita di Memphis, per capire che la maglia numero sette dello United può tornare ad avere il padrone giusto. Non tutti possono indossarla, quella maglia. Nel calcio ci sono poche certezze: la palla è rotonda, basta un rimbalzo, poi è venuto a piovere. Quel numero sette no, è una scienza esatta. Ci vogliono il talento e le palle. Devi essere giocatore e personaggio, altrimenti dopo un anno devi andare e fare posto. Lo sa anche uno come Angel Di Marìa, che è arrivato a Old Trafford da vice campione del mondo e che ha dovuto ripiegare a Parigi come un generale sconfitto dall’Impero britannico. Forte, fortissimo Angel. Ma poco personaggio. E alla prima difficoltà, Van Gaal ha preferito recuperare l’enorme investimento fatto. Mica come George Best, di cui conosciamo ogni frase famosa sul bere, le donne e lo sprecare la vita. Sì, la vita l’ha sprecata George, ma per molti è stata un’icona di stile e tecnica negli anni in cui i costumi andavano allargandosi. Era un personaggio George. Lo si è capito per la prima volta quando torna in Inghilterra dal Portogallo, dove gli eredi dei Busby Babes hanno sculacciato 1-5 il Benfica, e in aeroporto si compra un sombrero. I fotografi impazziscono, nasce un personaggio che le aziende si contendono come testimonial. Succede anche Memphis, succederà: intanto se lo è già accaparrato la Under Armour, che negli Usa ha scalzato Adidas nelle vendite.

E proprio il marchio delle tre strisce aveva puntato su di lui, prima del Mondiale brasiliano che lo ha rivelato al grande pubblico. In un video promozionale in cui veste Adidas dalla maglia alle scarpe, ci sono tutti: la madre, il ricordo del nonno, gli amici. Troviamo un Memphis disciplinato, a misura di telecamera: «Se vuoi ottenere una cosa, devi dare il 100%, altrimenti è meglio non farla», pontifica saggio. Ora è con Under Armour, azienda in crescita che ora mira all’Europa. Il testimonial perfetto: chi meglio di un talento in fase di esplosione può meglio rappresentare un marchio che scala le vette? Uno così potrebbe ricordare David Beckham, per dire.

E non diteci che non avete pensato, anche solo di sfuggita, a Eric Cantona sull’episodio del nome di Memphis sulle spalle. Lì, il francese avrebbe voluto farci scrivere “Moi”, perché io sono io e voi non siete nulla. Cantona era uno sbruffone e per questo lo abbiamo amato tantissimo. Quando giochi a fare il duro, sbruffone devi esserlo, se non che personaggio sei in fondo. Depay ha seguito fin da subito questa linea. Sa di essere forte e non lo nasconde. Nessuna disciplina può tenerlo, in questo senso. Nemmeno la scuola del Psv, che lo migliora nei movimenti e ne modella un fisico già possente. Ma la sbruffonaggine no, quella resta. Così nel 2011, agli Europei Under 17 in Serbia, Memphis Depay entra nella difesa tedesca – la federazione calcistica con uno dei migliori vivai al mondo – come un grissino nel tonno. Stop in corsa, doppio passo, triplo passo e palla in mezzo. Gol ed esultanza militare, mano a penna sulla fronte e gli avversari muti. E poi c’è la rissa sfiorata in allenamento con un compagno del Psv, roba da duri, roba da Cantona.

Poi, ci sarebbe Cristiano Ronaldo, ultimo vero numero sette dello United. La tecnica di Depay è basata sulla velocità: finta di corpo con il pallone in corsa, partendo dalla fascia. Da qui, segna 20 gol in 27 gare nell’ultima stagione del campionato olandese, dove è votato miglior giovane. Piede destro, corsia sinistra: una mossa tipica degli allenatori, che sfruttano lo stratagemma per il rientro al limite dell’area sul piede “buono” per colpire meglio la porta. Sono due giocatori diversi, Memphis e Cristiano, e ci mancherebbe. Li accomuna la dote del saper essere trascinatori in campo: dalle giocate di Depay sono nate quasi 40 occasioni da gol nella stagione passata. E poi, ci sono i social. Nell’era in cui un calciatore deve saper essere globale, Depay non è uno che si tira indietro. Sul profilo Instagram del Manchester United, c’è un video girato durante la tournée Usa. Alcuni giocatori sono seduti uno di fronte all’altro. La sfida, già completata mesi fa da quelli del Chelsea, è quella di passarsi la palla con la testa: l’ultimo della fila è quello che deve segnare in un cestino. Inutile dire chi è l’ultimo della fila e chi esulta come un pazzo, auto-riprendendosi con un bastone per i selfie.

Nella vita di Memphis è arrivato un grande vecchio del calcio come Van Gaal, così come per Ronaldo arrivò Ferguson. I consigli lo hanno aiutato, fino a farlo diventare grande nella nazionale Oranje guidata dal tecnico olandese fino al terzo posto agli ultimi Mondiali: qui Depay è diventato il più giovane olandese a segnare in Coppa del Mondo, così come quel ragazzino di Cristiano si fece ammirare con il Portogallo a Euro 2004. Anche CR7 appariva un po’ insolente quando era più giovane, ma senza quella insolenza non puoi importi allo United. Magari cominciando con una doppietta nel preliminare di Champions contro il Brugge. Quel gol magari lo facevano tutti, ma lui lo ha fatto meglio perché ci ha messo pure un sombrero. Non quello di Best, ma come tecnica la strada è quella giusta. Per indossare il numero sette del Manchester United. 

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