Catfish, come inventarsi l’amore al tempo dei social

Perché ci fidiamo di chi è dall'altra parte delle chat? La risposta è in un vecchio racconto di mare sui pesci gatto

Ogni volta la stessa richiesta d’aiuto: una mail accorata – il messaggio nella bottiglia degli anni ’10 –, indirizzata direttamente al conduttore di Catfish, Nev Schulman, che dice qualcosa tipo: «Sono John, ho 21 anni e da tre anni ho una relazione online con Mary, una ragazza dello Utah. Lei è la mia anima gemella, mi capisce, è diversa da tutte le altre ragazze che ho conosciuto ma non ci siamo mai incontrati di persona. Ogni volta che provo a organizzare, lei inventa una scusa. Vi prego, aiutatemi a capire se è davvero lei la ragazza di cui mi sono innamorato».

Catfish è un programma televisivo americano che va in onda su MTV, una sorta di reality che indaga la realtà nascosta dietro le relazioni online. Ha debuttato negli Stati Uniti nel novembre 2012 e in Italia nel febbraio 2013, e adesso è alla quarta stagione. Per “catfish” (pesce gatto) si intende una persona che crea una falsa identità online – soprattutto attraverso i social network – usando foto e informazioni biografiche false per coinvolgere un’altra persona in una relazione online. Sia il vocabolo che lo stesso soggetto della serie derivano da un docu-film del 2010, girato dal fratello di Nev Schulman, Rel, e dall’amico Henry Joost, con lo stesso Nev come protagonista, coinvolto in un rapporto con Megan, che in realtà si scopre essere Angela, una donna di mezza età con una vita che definire complicata è un eufemismo.

Catfish il film raccontava la mia storia. La serie televisiva racconta le vostre


Nev Schulman

«Catfish il film raccontava la mia storia. La serie televisiva racconta le vostre» recita Nev nell’introduzione a ogni puntata e spiega che, dopo il successo del documentario, molte persone gli hanno scritto per raccontare avventure simili alla sua: da qui l’idea del programma televisivo. Una serie on the road, in cui Nev – aiutato dall’amico regista Max gira in lungo e in largo per gli States, rispondendo alle richieste d’aiuto di chi vorrebbe finalmente incontrare dal vivo il proprio amore online, sperando che corrisponda all’immagine idilliaca costruita sulla base di indizi telematici e aspettativa personale.

Lo spaccato che emerge dalla serie è una desolante America di provincia dalle lunghe distanze, in cui è facile sentirsi soli e un po’ estranei al proprio contesto sociale. La rete e i social permettono di tenersi in contatto con le persone con un livello di regolarità e intimità che si offre come facile surrogato di una vita vera un po’ deludente. Non solo: permettono di ampliare il proprio raggio d’azione in modo smisurato, varcando i confini della propria pidocchiosa cittadina, del proprio Stato provinciale, fino a tutti gli Stati Uniti e oltre.

L’intimità online non sembra essere meno appagante di quella dal vivo, tant’è che in tutte queste storie scandite dai trilli dei messaggi e dall’eloquenza delle emoticon, le frasi che ritornano più di frequente sono: «Nessuno mi capisce tranne te» oppure «Non mi sono mai aperto così con nessun altro». L’aspetto negativo è, naturalmente, l’ignoto.

Catfish, il film
Le chat che vengono riprodotte nel programma sono tutte molto simili e banali: emoji, sintassi marcata e abbreviata, frasi tutto sommato innocue come «farei qualsiasi cosa per te» o «non vedo l’ora di stringerti finalmente tra le braccia». Il film documentario che ha dato vita alla serie, invece, è decisamente più esplicito e crudo e sicuramente meno patinato. Nev legge ad alta voce – e non senza imbarazzo – alcuni veri messaggi scambiati con Megan che sconfinano nel sexting, e la realtà che emerge pian piano dalle indagini improvvisate dei tre amici è talmente disagevole che da sola vale l’intera serie televisiva.

Nel programma, infatti, per quanto si affrontino realtà sicuramente di disagio, i catfish sono quasi sempre ragazzi giovani, magari con un aspetto o un sesso diverso da quello dichiarato, magari con pochi (o tanti) chili in più rispetto a ciò che le foto pubblicate su Facebook farebbero intuire, ma si tratta quasi sempre di ventenni un po’ impacciati.

Nemmeno gli episodi più amari – come quello del ragazzo omosessuale ingannato dalla cugina con l’unico dichiarato scopo di ferirlo – arrivano a costruire un ritratto così spiazzante come quello di Angela Wesselman-Pierce nella sua piccola città in Michigan, con la sua famiglia complicata, la passione per la pittura e il suo finto cancro.

Alto tasso di autoinganno
Le vicende della serie sono invece tutte piuttosto simili tra loro, e alla fiducia più o meno cieca degli “ingannati”, corrisponde un topos comportamentale dei catfish il cui lato più eclatante sta proprio nel trovare sempre qualche ragione per cui il proprio volto, il proprio corpo e la propria voce non sono mai nello stesso posto allo stesso tempo: la webcam rotta, una malattia, un viaggio improvviso, un attacco d’ansia.

A questo punto Nev e Max, con indosso i loro jeans skinny, stravaccati informalmente sul letto delle stanze d’albergo di qualche piccola città, iniziano la propria indagine. Spulciano un po’ i social network, fanno una ricerca per immagini su Google, cercano a chi è intestato il numero di telefono. Dopo di che contattano il catfish e lo convincono a fissare un incontro con il proprio amico di chat. Un altro caso risolto. Resta solo da gestire al meglio l’incontro vis à vis.

Risulta ben chiaro che ciò di cui la maggior parte degli ingannati ha bisogno per risolvere il mistero non è che un portatile, un wi-fi decente e un telefono. Perché allora non hanno fatto questa elementare ricerca per proprio conto? Nella maggior parte dei casi non si ha l’impressione che questa gente lo faccia per apparire in televisione. Sembra piuttosto che abbiamo deciso di barattare la figuraccia di essere tacciati come ingenui o bugiardi pur di delegare a Nev e Max la gestione dell’incontro, pur di avere un appoggio nel momento della verità.

Intimità senza corpo
Un altro concetto ricorrente nelle giustificazioni dei catfish è: «Sono sempre io. Anche se il mio aspetto e il mio nome (talvolta anche il sesso) non coincidono». Domina insomma un concetto di identità che vede il corpo come malleabile, duttile. La rete dà la possibilità di smarcarsi da un aspetto che non piace per assumerne un altro che possa più facilmente coinvolgere una persona e superare lo scoglio estetico che permetterà finalmente di connetterla con i nostri sentimenti, pensieri, hobby: quello che viene percepito come «vero io». Si tratta di un’impresa che per molti non solo è liberatoria, ma quasi inebriante.

Sono sempre io. Anche se il mio aspetto e il mio nome, talvolta anche il sesso, non coincidono

Dal programma emerge che è proprio l’assenza del corpo che rende questi rapporti così eccitanti. Il catfish non è fatto per il mondo reale, ma per lo schermo del computer. Per questo è molto raro che queste coppie si mettano insieme nella vita vera. Tra i pochi, c’è la storia molto bella di una ragazza che al momento di incontrare il ragazzo con cui chattava da tempo e di cui si era innamorata, scoprendo che si tratta di una ragazza, dice che per lei non c’è nessun problema: «ho sempre amato i capelli rossi».

La serie delinea una forma sempre crescente di intimità: l’intimità, appunto, senza corpo, come la definisce il New Yorker, e che secondo il sociologo Nathan Jurgenson non è meno reale del reale: «Stiamo venendo a patti con il concetto che vi sia una sola realtà, e che la realtà digitale è parte integrante di essa, non meno reale e non meno autentica». I nostri avatar online e loro relazioni ci sopravvivranno? Ci stiamo dirigendo verso un futuro di post-identità virtuale?

Nella sua ansiosa missione veritativa, nella sua caccia all’identità reale che coincide col tentativo di colmare l’ignoto con il noto, Catfish apre una riflessione vecchia come il mondo: cosa vuol dire fidarsi di ciò che non si può vedere né toccare.

Una delle domande che sorgono più spontanee guardando il programma (e che ci fanno sentire tanto superiori) è «come può esserci cascato?». La risposta è un atto di fede. Ma da dove viene, in questo caso, l’esigenza di credere?

Vince Pierce, marito di Angela e personaggio del film Catfish, uomo pratico e lavoratore, offre – forse inconsciamente – una risposta. E allo stesso tempo conia il fortunato neologismo che dà titolo a film e serie. In sostanza i catfish ci «mordono le pinne», cioè ci stimolano la fantasia e ci movimentano la vita: «Un tempo», racconta Vince, «si era soliti trasportare in nave i merluzzi direttamente dall’Alaska fino alla Cina. Li tenevano nelle vasche all’interno delle navi. Ma una volta raggiunta la Cina, la carne era insapore e ridotta in poltiglia. Così a un tipo venne l’idea di mettere nelle vasche dei merluzzi alcuni pesci gatto, così avrebbero dato una svegliata ai merluzzi, tenendoli in movimento. Ci sono, nella vita, persone molto simili ai pesci gatto, che ti danno una botta di vita. Stimolano l’immaginazione, ti fanno pensare, sono aria fresca. E io ringrazio Dio per il pesce gatto, perché sarebbe strano, noioso e deprimente se non ci fosse qualcuno che ci “morde le pinne”».

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