TaccolaCollaborare: la nuova parola d’ordine per l’agroalimentare italiano

Agricoltori, industriali e supermercati si sono sempre combattuti: ora è arrivata la consapevolezza che conviene collaborare. A partire dalla trasparenza dell’etichetta

Filiere separate, contrapposte, quasi armate: così si sono presentati nei decenni precedenti i settori della produzione agricola, dell’industria alimentare e della distribuzione. Una lotta all’ultimo sconto, fatta tutta di rapporti di forza, con la minaccia di trovare all’estero tutto quello che si poteva recuperare a pochi centesimi in meno.

Oggi qualcosa sembra cambiato. Lo si è capito dall’incontro “Fare Meglio Italiano”, che GS1 Italy ha organizzato all’Expo, mettendo assieme chi fino a ieri si è combattuto: un match che è iniziato con una bella dose di teoria: «L’impresa solitaria, difensiva, è entrata in una crisi, se non economica, di ruolo e di reputazione – ha scandito Giorgio Di Tullio, filosofo dell’innovazione -. Ha cominciato a emergere progressivamente l’idea che solo gli appartenenti a “ecosistemi” dotati di una forte integrazione olistica, capaci di valorizzarsi nella loro multidimensionalità, nella loro tessitura complessa, col prossimo e col lontano, col fornitore, col cliente, con il lavoro, con la società, fossero più adatti a sopravvivere».

«L’impresa solitaria, difensiva, è entrata in una crisi, se non economica, di ruolo e di reputazione»


Giorgio Di Tullio, filosofo dell’innovazione

Cosa questo significasse nella pratica si è cominciato a capirlo con il passare degli interventi, fino a che non è arrivata la proposta di Marco Pedroni, che è presidente sia Gs1 Italy – associazione che si occupa di standard nel commercio, a partire dal sistema dei codici a barre – che di Coop Italia: «Accanto alla competizione tra le imprese, che è giusta, oggi si impone il tema della collaborazione».

Per arrivarci ci vogliono però alcune pietre miliari. «Primo, il riconoscimento reciproco tra agricoltori, industria alimentare e grande distribuzione», ha detto Pedroni. «Riconoscersi non è così scontato, ma nell’ultimo anno le cose sono andate molto meglio», ha aggiunto. Ad avvicinare le filiere è stata la battaglia che tutte le parti in causa hanno deciso di sposare per il ripristino dell’obbligo di inserire lo stabilimento di produzione nelle etichette dei prodotti. Una lotta che era scontata da parte dell’industria alimentare, ma che è stata portata avanti anche dai distributori. Società come Conad, Unes e Coop hanno comprato pagine e pagine di giornali per spiegare che non avrebbero approfittato della nuova legge (arrivata attraverso una normativa europea) per omettere le informazioni sullo stabilimento di produzione sui propri prodotti a “private label”. È seguito un disegno di legge promosso dal governo per ripristinare l’obbligo, anche se andranno superate le resistenze di Bruxelles. Non a caso tra le altre condizioni che Pedroni indica per rafforzare la collaborazione spunti anche quella della “trasparenza”. «Se impariamo a dare le informazioni sui prodotti in una forma maggiore – ha ribadito – diamo un grande valore al sistema». Un tema che si sposa alla terza condizione, quella di avere dei valori condivisi, a partire dalla volontà di preservare le tradizioni dei territori ed evitare eccessive semplificazioni dei prodotti.

Ad avvicinare le filiere è stata la battaglia che tutte le parti in causa hanno deciso di sposare per il ripristino dell’obbligo di inserire lo stabilimento di produzione nelle etichette dei prodotti

Le parole però sono difficili da concretizzarsi. «C’è un momento in cui, anche se abbiamo deciso di fare un percorso comune, torniamo a chiamarci fornitori e clienti – ha detto Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti -. È il momento in cui tornano a contare solo quantità e prezzo Così cade la poesia».

Lavorare assieme, secondo il presidente degli agricoltori italiani, servirebbe a risolvere problemi che macchiano la reputazione di tutto il settore agroalimentare, come il caporalato nei campi di pomodoro. E proprio sul pomodoro è arrivata un’altra apertura di Pedroni, nella veste di presidente Coop. «Se vogliamo dare valore al pomodoro di Pachino, facciamo in modo che le imprese si uniscano e che la prima trasformazione sia vicina. Io mi impegno che il valore legale valga un certo prezzo».

Per arrivare al risultato, ha aggiunto, «dobbiamo anche ridurre il livello di intermediazione, perché un fattore chiave è che i soggetti coinvolti facciano accordi diretti». Alla fine si torna sempre alla condivisione delle informazioni. «La fiducia si alimenta con le informazioni su cosa c’è nei prodotti, su dove sono stati prodotti e come. Così possiamo dare garanzie sul lavoro legale e sull’ambiente».

«C’è un momento in cui, anche se abbiamo deciso di fare un percorso comune, torniamo a chiamarci fornitori e clienti. È il momento in cui tornano a contare solo quantità e prezzo Così cade la poesia»


Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti

Il riconoscimento passa però anche da scelte. Così, se Roberto Moncalvo, come Coldiretti, chiede di «superare il concetto di fondo che il tessuto delle Pmi agricole italiane sia vissuto come un problema», una risposta indiretta arriva dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina. «Abbiamo agricolture forti, tra le migliori al mondo per resa per ettaro, ma imprese agricole deboli. Non diciamo agli under40 che fare l’agricoltore è fico: non raccontiamo un film che non c’è». Da Martina arriva anche un altro punto fermo: «Siamo un Paese di grandi trasformatori: da ministro dell’Agricoltura dicendo questo mi attirerò qualche antipatia».

La conclusione è però comune agli altri interlocutori: «Il nodo delle frizioni tra produttori agricoli e distributori va superato e nell’ultimo anno e mezzo sono accadute cose importanti. Lo sforzo è di costruire un punto di equilibrio e ridiscutere come si distribuisce la catena di valore nelle filiere».

«Se vogliamo dare valore al pomodoro di Pachino, facciamo in modo che le imprese si uniscano e che la prima trasformazione sia vicina. Io mi impegno che il valore legale valga un certo prezzo»


Marco Pedroni, presidente Coop Italia

Anche i padroni di casa di GS1 Italy hanno avanzato una proposta: svolgere un ruolo di facilitatore delle relazioni che precedono lo scambio non solo delle merci ma anche delle conoscenze. «GS1 Italy – si legge in un “Quaderno” a cura della società – agisce su terreni pre-competitivi delle informazioni e delle immagini di prodotto e con l’aggiornamento degli strumenti di gestione degli standard». In questo contesto si inserisce il progetto “Immagino”, che consente di gestire, aggiornare, validare e condividere immagini e informazioni di prodotto, semplificando i processi di scambio tra produttori e distributori. L’obiettivo è di farlo diventare una soluzione di sistema. Ad oggi hanno aderito al progetto 780 aziende e i prodotti digitalizzati sono 50mila. «Gs1 negli ultimi anni ha adottato nuova strategia per la gestione degli standard nel mondo digitale», ha detto Bruno Aceto, Ceo di GS1 Italy/Indicod-Ecr. «Secondo questa strategia il ruolo per GS1 è di continuare a servire il sistema delle imprese e abilitarlo a collegare il più efficacemente possibile mondo fisico e mondo digitale grazie a una nuova integrazione e alla disponibilità delle informazioni sui prodotti in entrambi i mondi».

«Abbiamo agricolture forti, tra le migliori al mondo per resa per ettaro, ma imprese agricole deboli. Non diciamo agli under40 che fare l’agricoltore è fico: non raccontiamo un film che non c’è»


Maurizio Martina, ministro dell’Agricoltura

Fermarsi ora, d’altra parte, è impossibile. Le imprese che fanno parte della filiera agroalimentare italiana, ha messo in guardia Enzo Rullani, presidente del centro studi Tedis di Venezia, sono a metà del guado: hanno abbandonato la sponda non più redditizia del vecchio modo di produrre e distribuire i prodotti dell’agricoltura. Ma non sono ancora riusciti ad arrivare sull’altra sponda, con un nuovo e redditizio posizionamento di mercato. Capire come muoversi nell’era delle filiere sempre più liquide è il punto di partenza. Guardarsi indietro è un lusso che le imprese non si possono più permettere.