Taccola«Così faremo pagare le tasse alle multinazionali». C’è un italiano dietro la “riforma del secolo”

Raffaele Russo è a capo del progetto Beps, che limiterà l’attuale enorme elusione fiscale di Google, Amazon e gli altri giganti del web: «Le cose stanno già cambiando»

Per segretario generale dell’Ocse, Angel Gurrìa, è la riforma nella tassazione fiscale internazionale «più importante da quasi un secolo». Stiamo parlando delle nuove regole che permetteranno di contrastare la maxi elusione fiscale che ogni anno viene messa in atto dalle multinazionali. Le cifre dell’Ocse non lasciano dubbi sull’enormità del fenomeno: tra i 100 e i 240 miliardi di dollari, ossia tra il 4 e il 10% dei tasse sui redditi delle aziende (corporate income tax) a livello globale, sfuggono agli erari dei vari Stati. E a essere più colpiti sono i Paesi in via di sviluppo, che tassano più il capitale del lavoro. Dopo anni di pressioni da parte della stampa, di economisti come Joseph Stiglitz, di movimenti politici come Occupy Wall Street, e di scandali come LuxLeaks, finalmente lo scorso 9 ottobre si è arrivato a un accordo a livello di Ocse e dei ministri delle Finanze del G20. Ora manca solo l’imprimatur finale: il 14 e 15 novembre i capi di Stato e di governo metteranno il sigillo su quello che in gergo si chiama Beps, Base Erosion and Profit Shifting Project. Quello che pochi sanno è che il responsabile del progetto Beps, l’uomo che sarà dietro questa riforma epocale, è un italiano. Si chiama Raffaele Russo, è un membro senior del Centro per la politica fiscale e amministrazione dell’Ocse ed è stato tra le altre cose avvocato nello studio Nctm di Milano. Di fronte a chi è scettico sulla reale applicazione del trattato, è sicuro. «Noi crediamo che il Beps avrà successo», dice a Linkiesta.

Il Beps è la riforma nella tassazione fiscale internazionale più importante da quasi un secolo


Angel Gurrìa, segretario generale Ocse

Il motivo dell’ottimismo è il modo in cui l’accordo è stato raggiunto. La politica, per una volta, ha deciso di metterci la faccia. «La caratteristica principale del progetto è che c’è stata un’attenzione mediatica e politica così alta che sarebbe stato difficile arrivare a un finto accordo – commenta -. Diversi ministri delle finanze dei principali Paesi Ocse, dal Regno Unito all’Italia, hanno cominciato a twittare sulla necessità di una soluzione. Anche Paesi con politiche fiscali diverse hanno dovuto tenere conto del contesto politico». Il pensiero va soprattutto a quei Paesi, come il Lussemburgo, ma anche i Paesi Bassi e l’Irlanda, che sui favori fiscali hanno costruito buona parte della loro attrattività internazionale.

Una prova che la cosa viene presa sul serio è che le aziende si stanno attrezzando. «A seguito di questi annunci – continua Russo – diverse società multinazionali stanno redifinendo le loro strutture organizzative e fiscali. Amazon per esempio ha già comunicato che sta cambiando le proprie strutture».

Tra i 100 e i 240 miliardi di dollari, ossia tra il 4 e il 10% dei tasse sui redditi delle aziende a livello globale, sfuggono agli erari dei vari Stati

Tra i primi a dover cambiare regime e cominciare a pagare le tasse ci sono quelle che in Francia chiamano Gafa: Google, Apple, Facebook e Amazon. Lo scorso anno Facebook Regno Unito ha pagato all’erario 5.800 euro di tasse, mentre ciascun dipendente riceveva una media di 280.000 euro tra stipendi e bonus. Mentre in Italia le risate dell’allora ad di Amazon, Martin Angioni, davanti alle domande di un giornalista di Report, gli costarono il posto. Il clima era cambiato e il menefreghismo di fronte all’impotenza delle leggi statali non era più tollerato dall’opinione pubblica.

Nel mirino delle nuove regole targate Ocse e G20, per, non ci sono solo i colossi americani. «Uno dei miti della fiscalità riguarda il fatto che questo progetto sia stato pensato contro le multinazionali americane – dice Russo -. Tre quarti delle Fortune500 sono società non statunitensi».

Fatto l’accordo, molti avanzano i dubbi sulla sua reale applicabilità. Quanto tempo ci vorrà perché questi patti si tramutino in realtà? La risposta è che dipende dal tipo di misure, che si possono raggruppare in tre blocchi. In breve, per il “transfer pricing” l’applicazione sarà immediata. Per i trattati bilaterali si arriverà nella seconda parte del 2016. Per le misure che sono previste nelle normative interne a ciascun Paese, invece, ci saranno tempi più lunghi, anche se l’Ocse e il G20 avranno un sistema di monitoraggio con il compito di mettere pressione su chi arriva tardi.

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«A seguito di questi annunci diverse società multinazionali stanno redifinendo le loro strutture organizzative e fiscali. Amazon per esempio ha già comunicato che sta cambiando le proprie strutture»

Non solo: già dal 2016 molti Paesi adotteranno il tabellone anti-scappatoie, ossia il cosiddetto “country by country report”. Per chi combatte l’elusione è una specie di sogno: in una pagina standard dovranno essere indicati il numero di dipendenti, i beni, il reddito, i profitti, le imposte di cassa e di competenza, relativi a ciascuno Paese in cui una multinazionale opera. Per cui se un’azienda ha 30mila dipendenti in Francia, 20mila in Italia e zero alle Bermuda, e il 60% del reddito del gruppo finisce alle Bermuda, si capirà subito che c’è qualcosa che non va. Alcuni Paesi hanno già introdotto il “country by country report” nelle loro leggi di stabilità, come Australia, Regno Unito, Spagna e Messico. Gli Stati Uniti hanno annunciato l’attuazione entro fine anno. Perché questo strumento diventi operativo, dovrà essere applicato da tutti i Paesi coinvolti nell’accordo, che sono quelli appartenenti all’Ocse e al G20, più altri. In tutto si parla di 91 Paesi.

Intanto, da subito cambieranno le regole sui “prezzi di trasferimento”, o “transfer pricing”. Sono i prezzi che le società di uno stesso gruppo praticano nei trasferimenti interni. A volte sono pure invenzioni contabili, usati per abbassare i redditi nei Paesi a fiscalità maggiore e alzarli in quelli a fiscalità bassa o quasi nulla. «Finora è prevalsa un’applicazione su base formalistica delle regole sui prezzi di trasferimento – spiega Russo -. Quello che dicono i nuovi standard è che deve prevalere la sostanza economica».

Lo scorso anno Facebook Regno Unito ha pagato all’erario 5.800 euro di tasse, mentre ciascun dipendente riceveva una media di 280.000 euro tra stipendi e bonus

Il secondo tipo di aggiramento, quello relativo ai trattati bilaterali, teoricamente potrebbe durare anni. Si tratta di convincere i Paesi a cambiare migliaia e migliaia di trattati. Solo l’Italia ne ha in essere più di 90. È grazie a queste intese che Stati come il Lussemburgo hanno potuto fare accordi riservati con paradisi fiscali e permettere evasioni mastodontiche. L’Ocse, però, ha in mano una soluzione più radicale. «Stiamo preparando un trattato multilaterale, che modificherà tutti i bilaterali. Dovrebbe trovare attuazione nel 2016». In pratica è come un maxiemendamento che cambierà tutti i trattati esistenti.

L’ultimo pilastro della “riforma del secolo” è quello delle norme che dovranno modificare i Parlamenti, relative al trattamento fiscale degli interessi e ai cosiddetti strumenti ibridi. Qui il rischio che si vada per le lunghe è più concreto: «Stiamo predisponendo uno strumento di monitoraggio, sarà proposto nel febbraio 2016, alla riunione dei ministri finanziari del G20 in Cina», rassicura però Raffaele Russo.

Già dal 2016 molti Paesi adotteranno il tabellone anti-scappatoie, ossia il cosiddetto “country by country report”. Per chi combatte l’elusione è una specie di sogno

C’è infine il tema del tax ruling, gli accordi fiscali tra le varie agenzie delle entrate e le aziende. In base agli accordi firmati all’Ecofin qualche giorno fa gli Stati hanno l’obbligo entro tre mesi dall’emanazione del ruling di annunciarlo agli altri Paesi interessati.

Si stanno quindi mettendo insieme i pezzi di un puzzle che dovrebbe ridurre la gran parte dell’elusione delle multinazionali. Ma il puzzle non è completo. Sulla digital economy, per esempio, la partita non è del tutto chiusa, avverte Raffaele Russo. «La digitalizzazione pone anche altri problemi, su dove si crea valore. Abbiamo individuato delle possibili soluzioni dal punto di vista tecnico, ma non ancora degli standard internazionale». Google e co, quindi, pagheranno, ma non è detto che paghino tutto subito.

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