Dalla serialità all’immersività: tutti i segreti di un best seller

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«Una ricetta sicura non c'è», dice il professor Stefano Calabrese, «ma ormai conosciamo bene molte delle caratteristiche decisive per rendere possibile un fenomeno letterario»

Se il mercato del libro mondiale fosse un universo, i best seller somiglierebbero per grandezza e impatto luminoso sul resto a una supernova. Capaci di conquistare milioni di lettori ad ogni latitudine, incuranti di crisi passeggere o strutturali, capaci di cambiare letteralmente verso al bilancio di una casa editrice, nel bene e nel male, i best seller sono animali rari, ma, soprattutto, difficilmente allevabili in vitro.

Ogni autore, ogni direttore editoriale e ogni agente letterario sognano, come piccoli alchimisti del XXI secolo, di scoprire la formula magica per mettere insieme un racconto capace di diventare uno dei libri più venduti del mondo. Un po’ come la pietra filosofale, la soluzione non c’è. Non c’è la ricetta, non c’è la formula magica. Eppure questi strani prodotti culturali — amati da milioni di lettori e normalmente odiati da qualche centinaio di intellettuali in tutto il mondo — non sono completamente misteriosi.

Ne abbiamo parlato con Stefano Calabrese, professore ordinario di Comunicazione narrativa all’Università di Modena e Reggio Emilia, che ha indagato a lungo il fenomeno e ha provato a descriverlo nel libro, recentemente pubblicato da Laterza, Anatomia del best seller.

Professore, iniziamo dalle basi, di cosa parliamo precisamente quando parliamo di un best seller?
In questo momento, quando si parla di best seller si parla di libri ad ampia diffusione, che raggiungono e si radicano in diversi paesi del mondo. Io per scrivere il mio libro ho considerato testi che hanno venduto più di 10 milioni di copie, una soglia al di sotto della quale ci sono testi anche molto noti e molto venduti — mi viene in mente Roberto Saviano, per esempio — ma che non hanno i numeri sufficienti. I numeri da best seller sono quelli fatti da 50 sfumature di grigio, Harry Potter, Hunger Games, Twilight o Game of Thrones, che superano ampiamente i 10 milioni di copie e che sono diffusi in tutto il mondo.

La grande domanda che si fanno tutti gli editori del mondo è: esiste una ricetta?
No, diciamo che una ricetta sicura non c’è, ma siamo in grado di dare delle spiegazioni abbastanza credibili sulle dinamiche che contribuiscono a costruire il successo di un libro fino a portarlo a quelle cifre. Ci sono degli elementi riconoscibili che contribuiscono a fare di un testo un potenziale best seller. Non li ritroviamo tutti contemporaneamente, ma sappiamo identificarli e li conosciamo abbastanza bene.

Quali sono questi elementi?
Il primo riguarda chi scrive. Quasi tutti gli scrittori di best seller, infatti, nascono come sceneggiatori. Questo è un punto molto importante, e anche facilmente verificabile: pensi a E. L. James, autrice delle serie di 50 sfumature di grigio, che ha iniziato come sceneggiatrice. O pensi a uno scrittore completamente diverso, letterario e in lizza per i Nobel, ma comunque autore di best seller come Haruki Murakami, che si è laureato in sceneggiatura. Suzanne Collins, autrice della trilogia di Hunger Games, ha lavorato a lungo come sceneggiatrice.

«Quasi tutti gli scrittori di best seller nascono come sceneggiatori»


Stefano Calabrese

Perché conta così tanto un’esperienza da sceneggiatore?
Lavorare come sceneggiatore significa prima di tutto porsi il problema di cosa raccontare e di raccontarlo in maniera semplice. Un atteggiamento che consente allo scrittore di non essere un scrittore di “parola” — per scrittori di parola intendo lo scrittore che fa del linguaggio la propria arte, pensi a un Gadda, in Italia — ma soprattutto di fare economia, attitudine che consente a un autore di sapere arredare molto bene le scene narrative delle proprie narrazioni. Questa è una caratteristica decisiva, perché quando il lettore si troverà di fronte a questi testi vedrà e rivivrà più facilmente le scene più narrative, molto di più di quelle descrittive. Questo è il secondo elemento che fa di una narrazione un potenziale best seller.

Ovvero?
La capacità di attrarre il lettore in maniera immersiva, in maniera tale che il lettore può entrare nel mondo narrativo e perdere in qualche modo la propria dimensione reale, abitando questo mondo narrativo. Questa immersività produce a propria volta una terza caratteristica importante di molti best seller, soprattutto negli ultimi anni: la serialità. Praticamente tutte le grandi storie che negli ultimi hanno raggiunto livelli di diffusione tali tendono a serializzarsi in trilogie, quadrilogie, pentalogie o anche di più, pensi che la saga Harry Potter sono sette libri.

Perché la serialità è così importante al giorno d’oggi?
Si potrebbe pensare che il mercato editoriale sia interessato alla serialità perché punta al massimo profitto, in realtà la spiegazione è diversa, anche perché non è certo una novità. Quello che è cambiato è che oggi c’è un bisogno sociologico, anzi, ancora di più, neurocognitivo, di continuare ad abitare i mondi finzionali che amiamo. Il lettore di oggi ha sempre più bisogno di continuare a vivere nell’universo della narrazione. Di conseguenza gli scrittori allargano le proprie narrazioni, le allungano, e addirittura stanno iniziando a utilizzare la tecnica dello spin off, che permette di raccontare un mondo da un nuovo punto di vista sempre interno al mondo narrativo. Un esempio di questo tipo è il quarto volume della serie delle 50 sfumature, che racconta la storia dal punto di vista di Gray. Questa è una cosa che non si era mai avuta nella storia del romanzo. Dinamiche simili erano state usate da Balzac o da Verne, che per dare spessore e realismo alle storie usavano personaggi ricorsivi, ma mai in questo modo.

«Quello che è cambiato è che oggi c’è un bisogno sociologico, anzi, ancora di più, neurocognitivo, di continuare ad abitare i mondi finzionali che amiamo. Il lettore di oggi ha sempre più bisogno di continuare a vivere nell’universo della narrazione»


Stefano Calabrese

Che ruolo ha la presenza gli ingredienti della narrativa di genere nel successo di questi prodotti?
Analizzando i fenomeni di cui abbiamo parlato si trovano ricorrenze e ingredienti comuni: c’è l’elemento della suspense che è quasi sempre presente, o ancora, l’elemento del fantasy, molto spesso utilizzato. Prendiamo l’esempio di Game of Thrones, che è uno degli esempi più interessanti di oggi. Abbiamo una saga che è attualmente ancora in costruzione, che è nata nel 1996, offrendo ai lettori un mondo narrativo da abitare per vent’anni e più. Game of Thrones ha ingredienti fantasy, chiaramente, è una costruzione completamente immaginaria, ma in cui emergono dettagli simili alla realtà. E poi troviamo la suspense, elemento cardine che serve per fidelizzare gli spettatori. Una narrazione che non va da nessuna parte non potrà mai diventare un best seller.

Un’ultima domanda, che effetto hanno i best seller sul mercato editoriale?
Il best seller fa molto bene al mercato del libro. I best seller sono sempre stati considerati prodotti bassi, fatti per i mercato, utili per gli editori per fare cassa e poter investire sui prodotti di qualità, ma io credo che sia un’idea sbagliata. Perché secondo me i best seller sono prodotti culturali necessari per i lettori, che altrimenti, nella stragrande maggioranza, non leggerebbero. E proprio per questo fanno molto bene all’editoria. E poi spesso cambiano i paradigmi del mercato. Pensi a Harry Potter, da quando è uscito ha rivoluzionato il mercato, perché prima o si facevano libri per bambini, per ragazzi o per adulti, ha aperto a un pubblico intergenerazionale, che poi è alla base dell’etichetta di Young Adult, che prima non c’era.