ExpatIl paradosso: è all’estero che i giovani iniziano a fare politica

Lo spiega chi emigra: «Stabilità economica, indipendenza mentale e riconoscimento sociale. Qui ci sentiamo adulti»

Mina Zingariello ha 31 anni e lavora a Londra nell’amministrazione di International Rescue Committee (IRC), l’Ong voluta da Albert Einstein negli Stati Uniti per difendere i rifugiati tedeschi in fuga dal regime di Hitler. Mina è anche membro attivo del circolo Pd di Londra. In Italia, nella sua Mantova, non ha mai fatto politica. «Mi hanno chiesto più volte di partecipare alle liste civiche del mio comune, ma ho sempre avuto la sensazione che me lo chiedessero solo perché serviva una faccia nuova e giovane. E ho sempre lasciato perdere», racconta. Ora, dopo due anni e mezzo di Inghilterra e qualcuno in più di vita all’estero, Mina ha voglia di sentirsi parte di un gruppo politico.

Se osservi il fenomeno della migrazione oltre il solito cliché della fuga, scopri micro-fenomeni interessanti. C’è n’è uno che non potremmo chiamare altrimenti che “Fenomeno sorpresa”. Già, perché dalla generazione che in Italia non è mai scesa in piazza a rivendicare uno spazio di azione e una vita professionale dignitosa, tutto ti aspetteresti tranne che di trovarla impegnata in circoli di partito, associazionismo o attività sindacale in azienda. È invece quel che succede a molti trentenni espatriati dopo qualche anno di vita a Londra, Washington, Bruxelles e qualsiasi altra città in cui si trovino a vivere. Nasce dentro una voglia di alzare lo sguardo, di pensare ad altro oltre che a se stessi, e di prender parte a cose comuni. Perché? E perché in Italia no?

Nasce dentro una voglia di alzare lo sguardo, di pensare ad altro oltre che a se stessi

«Qui – spiega Mina – ho qualcosa da portare. Mi sento compiuta professionalmente, sento di avere un ruolo. In Italia, dopo la laurea, ho ricevuto solo offerte di volontariato, ma quelle, anche se molto belle, ti fanno sentire un eterno ragazzino. Ti manca la sensazione di essere parte attiva della società e quindi di avere qualcosa da dire. Ti convinci che la tua opinione ha poco peso». Se vivi di sussidi o dell’aiuto della famiglia, come puoi convincerti di avere autorevolezza? Si chiede Mina. Per fare politica o attivismo, spiega, ti serve una prospettiva sulla realtà. E la prospettiva ce l’hai se in quella realtà tu hai un ruolo. Di studente o lavoratore che sia. Ma se sei nel limbo di chi non studia né lavora, o lavoricchia solo senza stabilità, diventi semplicemente «apatico», un’apatia indotta dal credere di essere del tutto inutile.

Partecipando alle attività politiche di un circolo estero, Mina crede di avere un obiettivo in particolare, uno sguardo suo da offrire: «Possiamo agire come cassa di risonanza, o ponte culturale per l’Italia, fare in modo che temi ormai digeriti e metabolizzati dall’Inghilterra possano arrivare anche in Italia». Si riferisce ai diritti delle coppie omosessuali, ad esempio, o al sessismo che vede dilagare nel Bel Paese. «Un amico del circolo Pd mi ha detto ad esempio di aver capito di essere sessista solo dopo aver messo piede a Londra».

«Per fare politica o attivismo, spiega, ti serve una prospettiva sulla realtà. E la prospettiva ce l’hai solo se in quella realtà tu hai un ruolo»

«Lavorare non è solo fare cose e avere uno stipendio», dice Chiara Capraro, ricercatrice per una Ong che si occupa di parità di genere, arrivata a Londra tre anni fa dopo che le agenzie di lavoro italiane le suggerivano di cancellare laurea specialistica e master dal cv per trovare più facilmente un’occupazione. «Il lavoro è l’esperienza che più di tutte ti permette di crescere come persona. Solo sul posto di lavoro impari a mettere da parte te stesso in nome di un progetto comune». Quando guarda ai conoscenti lasciati in Italia, Chiara vede soprattutto questo: persone bloccate dentro processi sociali che impediscono loro di maturare pienamente. Ed è questa maturazione, insieme alla serenità offerta da uno stipendio con cui pagare affitto e spese quotidiane, che ti permette di prendere parte ad altre attività oltre al lavoro.

«I miei coetanei in Italia sono spesso bloccati dentro processi sociali che impediscono loro di maturare pienamente»

«Sono rappresentante sindacale presso il mio posto di lavoro», racconta Chiara, «insieme ad altri tre colleghi della mia Union. Rappresento i membri del sindacato presso il management e siamo consultati su tutti i cambiamenti interni per quanto riguarda risorse umane e la situazione finanziaria dell’organizzazione. Negli ultimi mesi ho richiesto al management di indagare e presentare dati per capire se ci fosse un gender pay gap (la differenza di salario tra uomini e donne) nello staff. Mi piace questo ruolo perché rappresento i miei colleghi e me stessa, sono contenta di poter supportare dei colleghi nei momenti di difficoltà e allo stesso tempo partecipare in prima persona nella vita dell’organizzazione».

«Lo fanno per un bisogno di appartenenza, quello che provi stando lontano da casa, ma anche perché qui trovano le energie e la voglia di farlo»

«Sono ragionamenti che ritrovo anche qui a Bruxelles», interviene Francesco Cerasani, che fa politica di mestiere ma che incontra tanti giovani della nuova migrazione nelle attività di Segretario della Federazione del Pd di Bruxelles. «Il Belgio poi è un territorio particolare, fortemente sindacalizzato dove la partecipazione politica degli abitanti è molto alta. Chi arriva si fa anche contagiare da questo», spiega Francesco. «Sono molte le associazioni culturali create dai “nuovi migranti”. Lo fanno per un bisogno di appartenenza, quello che provi stando lontano da casa, ma anche perché qui trovano le energie e la voglia di farlo». Niente di simile a quel che accadeva con le vecchie generazioni, precisa Cerasani, dove l’associazionismo era istituzionalizzato. «Oggi gli expat restano comunque più frammentati perché ancora mancano strumenti adatti ad accogliere e sostenere questa migrazione».

«Sono lontano dall’Italia dal 2004 ma non voglio lasciarmi alle spalle il mio Paese, come non ci fossi mai nato»

Luca Palazzotto, 39 anni, consulente aziendale a Washington, ed ex studente di Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano, ha fondato Alumni Polimi North America, gruppo di riferimento per ex studenti operanti in Nord America. Luca fa parte anche di un’associazione (Italians in DC) che vuole cambiare la percezione degli italiani in America, oltre lo stereotipo pizza&spaghetti: «Sono lontano dall’Italia dal 2004 ma non voglio lasciarmi alle spalle il mio Paese, come non ci fossi mai nato. Penso si debbano creare le opportunità per poter continuare ad essere parte attiva della discussione sulla crescita e l’emancipazione dell’Italia anche dall’estero. Oggi abbiamo gli strumenti tecnologici per farlo, per comunicare anche a distanza».

«All’estero scopri l’indipendenza mentale»

Maria Chiara Prodi, coordinatrice artistica di un teatro d’opera parigino, è fondatrice di ExBo, associazione di bolognesi espatriati. A differenza degli altri intervistati, Maria Chiara era impegnata in associazionismo anche prima di partire (Libera), nel 2004. Ma non in politica. A Parigi ed è stata da poco eletta membro del CGIE, Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, una delle tre forme di rappresentanza degli expat insieme alle consulte regionali e ai parlamentari eletti dalla circoscrizione estera. «All’estero scopri indipendenza mentale», spiega. «Fai politica con vero spirito di servizio e oltre ogni logica di potere, quella che a volte in Italia può scoraggiarti dall’unirti a un gruppo o un partito. Spesso hai più stabilità professionale, e questo ti lascia molte più energie da dedicare alla società».

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter