Nessuno tocchi le pensioni d’oro. Ma calpestiamo i diritti acquisiti dei più giovani

Un Decreto Legislativo abroga la legge Controesodo del 2010 e costringe a un regime peggiorativo chi è rimpatriato

Succede così, nell’Italia renziana del 2015. A gennaio si approva la proroga biennale di una norma, e nove mesi dopo, a settembre, con un decreto nato tra le pieghe di una legge delega, la si cancella. Poco importa se a farne le spese sono le centinaia di expat che grazie a quella legge sono rientrati in Italia. Sono – relativamente – giovani, e quindi chissenefrega. Si fosse trattato dei diritti acquisiti di pensionati d’oro, si sarebbero sollevate bufere.

Stiamo parlando della Legge Controesodo, la numero 238 del 2010, che offriva incentivi fiscali per tre anni a laureati italiani che avessero maturato una significativa esperienza di lavoro o di studio all’estero. Purché fossero disposti a tornare e a restare in Italia per almeno cinque anni. Un progetto bipartisan, nato per riportare a casa competenze, menti aperte, profili internazionali con cui svecchiare questa Italia e farla ripartire. Un progetto a costo zero per le casse dello Stato.

A gennaio 2015, dicevamo, la legge 238 viene prorogata di due anni (decreto Milleproroghe), estendendo la sua validità fino al 2017. Il che significa permettere a controesodati rientrati da un anno di giovare dell’intera triennale riduzione di tasse. O, per chi sarebbe tornato nel frattempo, di beneficiarne almeno in parte.

Finché non si arriva a settembre. Il governo decide di mettere mano alla legge, cambiarne in parte i criteri e di renderla continuativa, senza più scadenze. Intenzione di per sé lodevole.

Lo fa attraverso il Decreto Legislativo 14 settembre 2015, che ha come tema “Disposizioni recanti misure per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese”. All’articolo 16, si delinea il nuovo “Regime speciale per lavoratori impatriati”. Occorre aver vissuto cinque anni all’estero (e non più due) e aver svolto attività o studi di particolare rilevanza (si rimanda per questo alla vecchia legge Controesodo). Lo scudo fiscale sarà valido per cinque anni dal rientro (e non più tre) ma meno vantaggioso: si pagano tasse sul 70% del reddito di lavoro dipendente e non più sul 30% (se maschio) e 20% (se donna) come nel vecchio regime. Infine, si introduce l’obbligo a restare in Italia per due anni anziché cinque e si toglie il limite di età, prima fissato a 40 anni.

A questo punto c’è un problema da risolvere: le nuove regole saranno valide dal 7 ottobre 2015, l’entrata in vigore del provvedimento. Ma nel frattempo, continua a vivere anche la vecchia legge Controesodo, prorogata, appunto a gennaio fino a dicembre 2017.

Non è così che si incentivano i giovani o meno giovani a tornare. Non con un paese che continua a muoversi in modo troppo poco razionale, pianificato e prevedibile.

In che modo si risolve la coesistenza? Aggiungendo due comma che abrogano la proroga di gennaio: la 238/2010 di fatto cessa di esistere.

E cosa succede a chi già beneficiava del vecchio regime? Gli si impone il nuovo corso, anche se peggiorativo sul piano della riduzione fiscale. Insomma, chi aveva deciso di tornare sulla base di quei vecchi criteri, confermati solo nove mesi prima, ora è costretto a rivedere calcoli e progetti di vita. E a farlo nel giro di tre mesi, visto che le nuove regole – recita sempre l’articolo 16 del Decreto 15 settembre 2015 – saranno adottate con le disposizioni dettate da un decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze, da emanarsi entro novanta giorni.

«Che fiducia si può avere in uno Stato che a gennaio promette una cosa e dopo soli 9 mesi si rimangia completamente la parola data?»

Ma purtroppo, non è così che si incentivano i giovani o meno giovani a tornare. Non con un paese che continua a muoversi in modo troppo poco razionale, poco pianificato e per nulla prevedibile.

Un gruppo di controesodati ha avviato online una petizione. Coloro che già beneficiavano della 238 al momento di entrata in vigore del Decreto Legislativo 14 settembre 2015, chiedono di poter mantenere il vecchio regime fino alla sua naturale scadenza, il 2017.

«Che fiducia si può avere in uno Stato che a gennaio promette una cosa e dopo soli 9 mesi si rimangia completamente la parola data?», si chiede questo gruppo di «professionisti, studenti, ricercatori, diplomati Master, imprenditori» rimpatriati. «Come può lo Stato pensare che i cittadini possano ora tornare in Italia senza avere il timore che magari l’anno prossimo si ricambino di nuovo le carte in tavola e, con un colpo di penna, si cancellino i benefici?». Già, come può?

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