Intervista«No, i cittadini non sono meglio dei politici»

Parla Pino Corrias, che nel romanzo ”Dormiremo da vecchi“ dipinge il mondo dei soldi e del cinema, cupo, corrotto e assettato di potere, con l'inarrestabile decadenza di Roma che fa da sfondo

«Roma ne ha viste di ogni, esiste da 27 secoli e resisterà anche a questo. Però è vero, negli ultimi dieci anni è stata una vera catastrofe». A parlare è Pino Corrias, scrittore, giornalista e sceneggiatore nato in Liguria, cresciuto a Milano e trapiantato da 15 anni nella Capitale. Roma, ovvero quello che è con margine di errore nullo, esattamente IL punto di osservazione migliore per scrivere un romanzo come Dormiremo da vecchi, pubblicato all’inizio di ottobre da Chiarelettere.

Dormiremo da vecchi arriva esattamente nel bel mezzo dell’uragano: tra l’inizio del processo Mafia Capitale, gli ultimi giorni — forse — della giunta guidata dal sindaco Ignazio Marino, l’uscita nei cinema di Suburra. Difficile scegliere un momento migliore per pubblicare un romanzo come questo, duro, cupo, avvincente, «un libro sulla corruzione quotidiana, sulla corruzione dei sentimenti, delle amicizie, degli amori e, naturalmente, sul potere dei soldi e sulla decadenza di Roma», così lo definisce lo stesso Corrias, incontrato da Linkiesta a Milano, durante il weekend di Bookcity, che è molto netto nel commentare la situazione: «La dimensione della decadenza che si respira in questi ultimi anni è impressionante. Si tratta di una vera catastrofe, le cui radici però sono profonde»

Che cosa l’ha scatenata?
A mio parere è l’effetto di un riverbero. Il riverbero del ventennio berlusconiano, che ha realmente avvelenato la società e la politica italiana, ancora di più di quanto fosse già avvelenata. Quello che stiamo scontando in questi anni è stata la selezione al peggio del ceto politico che è avvenuta negli ultimi vent’anni. E gli effetti, chiaramente, li vediamo prima di tutto su Roma.

Come è cambiata negli ultimi dieci anni Roma?
Il periodo di Alemanno ha portato a galla tutto un mondo, che poi è quello che tratteggiato in Suburra, un mondo inquietante, nero e violento. Il mondo che racconto nel libro è un mondo contiguo, apparentemente scintillante, o che quantomeno viene raccontato sempre come se lo fosse. È quel mondo dove si intersecano tutti i sottomondi di una certa classe dirigente, quella dei ricchi, del mondo della politica, dell’industria, dello spettacolo. Tutti sottomondi che ne fanno alla fine solo uno, dove tutti sono amici di tutti, tutti sono stati con tutti, tutti si sono traditi con tutti. Questo è quello che il mio protagonista chiama Supermondo. È quello da cui discende tutto, che influenza tutto, anche quella sterminata moltitudine di persone, di cittadini senza alcun potere che non ha accesso a quel mondo, ma che proprio per questo lo sogna e lo ammira.

«In Dormiremo da vecchi racconto quel mondo dove si intersecano tutti i sottomondi di una certa classe dirigente, quella dei ricchi, del mondo della politica, dell’industria, dello spettacolo. Tutti sottomondi che ne fanno alla fine solo uno, dove tutti sono amici di tutti, tutti sono stati con tutti, tutti si sono traditi con tutti»


Pino Corrias

Perché è così affascinante?
Il torbido ha sempre il suo fascino, in più questo mondo è da anni oggetto di narrazione e di mistificazione continua. Io però con questo romanzo ho cercato di ritrarre il panorama di tradimenti e di sentimenti di cui si nutre e su cui si fonda quel mondo. Ma non c’è solo questo, Dormiremo da vecchi è anche un libro di avventura e, spero, di divertimento. Non c’è tutto il sangue che non c’è in Suburra — perché il mondo di cui parlo io, quello dello spettacolo, è meno violento — ma c’è comunque tanto male.

Corruzione significa anche marcescenza, e ogni cosa che marcisce arriva a un certo punto alla decomposizione, alla fine. Credi che ci sia in questo caso la fine dell’impero?
Purtroppo credo che sia fin troppo ottimistico pensarlo che si arrivi a un punto finale. Ho paura che non ci sia un limite, anche perché c’è un riassestamento continuo e inarrestabile. Ora, il mio libro non c’entra niente con Marino, ma il suo caso è abbastanza esemplare: sembra ogni giorno che sia spacciato, poi nel giro di 24 ore sembra che ritrovi la forza per ritirare le dimissioni. È una continua trattativa, tutto è sempre oggetto di trattativa. Poi forse sarò smentito dai fatti e sarà un gran terremoto, ma io credo di no, perché è un mondo che si barcamena sempre e barcamenandosi trova sempre un punto di equilibrio, sempre più in basso di solito. Io vivo a Roma da 15 anni e non ho mai visto Roma così conciata. Però sono sicuro che alla fine passerà anche questa, aggiusteranno qualche cosa, forse cambieranno sindaco. Anche se sono convinto che Marino non c’entri, non è colpa del sindaco è colpa di tutti noi.

Dietro l’attacco a Marino c’è una sorta di autodifesa dei vecchi poteri che si sono sentiti minacciati?
Certo, e infatti si sono coalizzati tutti contro Marino, dalle forze politiche, ben oltre al Pd, ai giornali. Perché Marino è veramente un marziano a Roma, come nel libro di Flaiano. È veramente un alieno e all’inizio lo hanno preso in giro; poi si sono spaventati, perché veramente ha rotto degli equilibri di affari.

Ovvero?
È vero quando dice di aver rotto gli equilibri che da anni andavano avanti, ne ha rotti diecimila di equilibri. Dopodiché è vero anche che non si è accorto di tantissime altre cose, ma i vecchi poteri che avevano in mano la città si sono sentiti attaccati e si sono alleati tutti contro di lui. Non hanno trovato irregolarità negli appalti allora hanno cercato negli assesorati; non c’erano negli assessorati e quindi sono andati avanti a cercare, finché, scendendo scendendo, hanno tirato fuori la storia degli scontrini, che, ammettiamolo, non fanno intendere chissà quale reato, se non, forse, quello della noncuranza e di una eccessiva ingenuità. Ma non sono cose più gravi di quelle che succedono sicuramente nella maggioranza delle amministrazioni pubbliche italiane.

«Marino non mente quando dice di aver rotto gli equilibri che da anni andavano avanti, ne ha rotti diecimila di equilibri. Dopodiché è vero anche che non si è accorto di tantissime altre cose, ma i vecchi poteri che avevano in mano la città si sono sentiti attaccati e si sono alleati tutti contro di lui»


Pino Corrias

Il caso di Sanremo, per esempio…
Esatto, il caso degli impiegati di Sanremo da questo punto di vista ci fa capire molte cose: ovvero che il problema è endemico, totalmente. Perché noi, i cittadini, non siamo poi meglio della classe dirigente che ci governa. Più sali, chiaramente, più i reati diventano gravi, però l’intera società italiana è contaminata. Non c’è la percezione di commettere dei reati o anche solo degli atteggiamenti e dei comportamenti contrari alla convivenza civile. L’impressione è che strisciare dieci badge e andarsene a fare altro sia una cosa che potrebbe succedere, e forse succede, in tutte le amministrazioni pubbliche.

È una tara italiana?
Non voglio credere che gli italiani siano molto peggio di altri. Sicuramente abbiamo una lunga abitudine all’arrendevolezza e in più sono troppi anni che siamo governati da una classe dirigente che è probabilmente la peggiore dell’Occidente. Siamo il paese più corrotto dell’Occidente, e non è certo un caso fortuito.

Ormai da anni, a ogni inchiesta o anche a ogni servizio di Report, sembra che ogni goccia sia quella che fa traboccare il vaso. eppure non succede mai nulla, come mai?
Mi ricordo questi stessi discorsi nel 1992, quando arrestavano tutti e sembrava che il baraccone stesse per crollare o che comunque avessimo raggiunto il punto di non ritorno. Però il punto di non ritorno non arriva mai. Almeno non in Italia, un paese che non ha mai fatto rivoluzioni, come diceva il buon Gobetti.

In qualche città, come qua a Milano, ogni tanto ci abbiamo provato…
Sono rivolte, quelle, non sono rivoluzioni. Le rivoluzioni sono quelle che portano ad avere i cannoni puntati contro l’Eliseo. Sono quando qualcuno dice che i giochi sono finiti e si riparte da zero. Noi ci siamo sempre riaggiustati, riassestati. È successo sia con quelli che ci hanno invaso e governato, sia tra di noi. Se pensi a cosa è stata la post resistenza, cavolo, un accomodarsi con le stesse persone e tra le stesse persone. Non sono neanche cambiati i capi.

«Le rivoluzioni sono quelle che portano ad avere i cannoni puntati contro l’Eliseo. Sono quando qualcuno dice che i giochi sono finiti e si riparte da zero. Noi ci siamo sempre riaggiustati, riassestati. Non abbiamo mai fatto rivoluzioni»


Pino Corrias

C’è anche del buono in questo paese o è tutto marcio?
No, non è tutto marcio. Sai che libro farei leggere in tutte le scuole? Si intitola Preferirei di no, di Giorgio Boatti, e racconta le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, quelli che dissero no e che non si iscrissero al partito nazionale fascista. In 12. Su 1250. Una sporca dozzina di giusti. Questa immagine rende perfettamente la dimensione e il senso dell’eterna minoranza per bene italiana. È quella che ci ha tenuto a galla spesso, a livello morale e culturale, e anche politico ogni tanto. È qugrazie a quella minoranza che ci siamo seduti con un po’ più di dignità al tavolo dei vincitori dopo la guerra, anche se come paese eravamo un paese sconfitto.

E la maggioranza invece?
La maggioranza è quella che ha fatto sì che, da quando ne abbiamo la possibilità, tra tutte le classi dirigenti abbiamo sempre scelto il peggio: Berlusconi si vedeva subito che cos’era, eppure nel 1994 la maggioranza degli italiani gli ha consegnato il paese. Ma la cosa più assurda è che non sia tanto la massaia di Voghera, ma le classi dirigenti. La vera paraculaggine è la loro. Nel mio libro ho ritratto proprio questo. Alle cene a cui partecipa Oscar Martello, il mio protagonista, ci sono tutti: banchieri, politici, finanzieri, la classe dirigente. Ed è la classe dirigente che impone la propria presenza, che si autocelebra e si autodifende così. Le regole che le garantiscono la sopravvivenza sono chiare: nessuno deve darsi troppo fastidio, se lo fa viene estromesso. E quando lo fa, tutto lo stagno cerca subito di ritornare alla calma precedente.

C’è una possibilità di salvezza?
Credo che l’unica via d’uscita per l’Italia sia l’Europa, che non starà molto bene, è vero, ma che almeno ci dà una prospettiva, ci dà dell’ossigeno. Tutta la generazione Erasmus ha beneficiato tanto di questa apertura. La mia generazione in Europa ci andava in vacanza. La generazione di mia figlia, la vostra generazione, in Europa ci va da cittadina, ci andate per studiare, per lavorare, per mettere a frutto quello che imparate qui in Italia — che, diciamolo, prepara ancora mille volte meglio che in altri paesi, dalla Francia agli Stati Uniti —. Voi siete come una piccola avanguardia di stuccatori, di imbianchini, di muratori che rimetteranno a posto, forse, questo paese. Se non falliamo prima.

È vero che il paese che ha bisogno di eroi è un paese sciagurato, ma chi sono gli eredi di quei dodici giusti?
Gli eredi di quei dodici giusti sono gli insegnanti che vanno avanti malgrado tutto, quelli che si svegliano la mattina, escono e fanno un pezzettino di storia facendo soltanto quello che compete loro, e facendolo bene. E così tanti dottori, infermieri, ma anche i poliziotti. Ne ho conosciuti tanti, anche carabinieri, tutta gente che rischia la vita per 1500 euro al mese, che non ha fotocopiatrici, che deve farsi benzina da solo se va in giro in pattuglia, che vive in caserme che sono topaie fatiscenti.

«Credo che l’unica via d’uscita per l’Italia sia l’Europa. La mia generazione in Europa ci andava in vacanza. La vostra generazione in Europa ci va da cittadina, ci andate per studiare, per lavorare, per mettere a frutto quello che imparate qui in Italia»


Pino Corrias

Ancora una volta arriviamo alle migliaia di gocce che dovrebbero far traboccare le migliaia di vasi. Eppure non se ne rovescia uno…
Sì, alla fine si accomoda sempre tutto. Un fattore di quel riassestamento continuo di cui parlavamo all’inizio è rappresentato dai risparmi accumulati dalle famiglie italiane. Sono quelle case, quei risparmi, quei piccoli patrimoni familiari che stanno facendo da paracadute alle nuove generazioni e che in qualche modo ci impediscono, forse, di toccare il fondo. Ma è anche vero che quella ricchezza si sta esaurendo. Negli ultimi anni quei patrimoni sono stati fortemente intaccati.

E quindi, cosa accadrà quando quei soldi finiranno?
Non lo so, magari faremo la prima vera rivoluzione italiana della storia, ma io non credo. Sono più propenso a credere che andrà come va sempre, ci richiuderemo in noi stessi, guarderemo più televisione, nutriremo il nostro immaginario, magari continuando a covare rabbia, ma senza fare nulla per cambiare le cose. Continueremo quel processo di individualizzazione che uno come Luciano Bianciardi aveva visto iniziare, togliendo le basi per quel tessuto sociale forte e coeso che è la prima caratteristica fondamentale di ogni rivoluzione. E non cambierà quasi nulla.

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