“Mi sono finta musulmana 10 giorni e ho scoperto la discriminazione”

Silke Raats è una ragazza belga che ha tentato un esperimento sociale: per dieci giorni ha portato il niqab, ha imparato parte del Corano e postato foto su facebook con il velo. La sua cerchia di amicizie la ha subito allontanata

Wilrijk è un piccolo distretto della città di Anversa famoso soprattutto per aver dato i natali (sportivi) alla tennista Kim Clijsters, che proprio qui, al Centro allenamenti della VTV (Vlaamse Tennis Vereniging) di Wilrijk avrebbe iniziato la sua inarrestabile ascesa (41 titoli e numero uno mondiale nell’Agosto del 2003).

In questo piccolo distretto vive anche Silke Raats, giovane studentessa di 21 anni. Nei caratteri somatici, potrebbe assomigliare alla grande campionessa fiamminga ma il suo viso è meno tozzo, più elegante. Come Kim, anche Silke è bionda, occhi azzurri, cattolica. L’immagine perfetta di una studentessa fiamminga modello. Silke però è diversa. È una ragazza particolarmente sensibile e attenta a tutto ciò che la circonda. Soprattutto, s’interessa alla sorte dei rifugiati siriani che transitano anche qui in Belgio. Fa volontarato e dà una mano ai ragazzi della Piattaforma di sostegno ai Rifugiati che tutti i giorni nel Parco Maximilien di Bruxelles si premurano di portare cibo, vestiti, supporto legale a rifugiani siariani, iracheni, afghani e curdi che tentano di guadagnasi il diritto di asilo in Europa. Silke va anche più in là, dà corsi privati a bambini turchi e curdi in una scuola elementare tutti i venerdi sera.

Nonostante lo slancio di solidarietà della gente, stando a contatto con i rifugiati, Silke nota l’aura di freddezza che avvolge la sua attività. Sui social posta foto con rifugiati di cui alcune con ragazze che indossano il velo. Tra i suoi amici qualcuno le dice di fare attenzione in quanto “tra i rifugiati ci potrebbero essere jihadisti”. Ogni giorno nota piccoli segni di un tentativo continuo d’amalgama tra il portrare il velo o semplicemente essere di religione musulmana e l’estremismo.

Così decide di fare un esperimento sociale per studiare la reazione dei suoi coetanei all’università. Decide cioè di vivere per un mese seguendo i precetti dell’Islam. Indossa l’hijab, prega, niente alcolici. Impara persino i primi versetti del Corano a memoria. Il giorno dopo la sua finta conversione, posta una sua foto col velo su Facebook. La reazione dei suoi amici e contatti è immediata. Come racconta lei stesso al quotidiano de Standaard, viene immediatamente sommersa di domande. “Cosa ti è successo Silke?” I commenti più pesanti non tardano a venire: “Ti rendi conto che non troverai mai lavoro?” oppure “Ora dovremmo regalarle un biglietto di sola andata per la Siria!”.

All’università va peggio. Alcuni amici le tolgono il saluto, in aula viene completamente isolata. Alcune persone l’accusano di voler sposare un jihadista o di voler farsi esplodere in un luogo pubblico. Viene rapidamente isolata dagli altri studenti. La domanda che Silke ora si poneva era la seguente: se a lei succede questo in soli dieci giorni, cosa significava invece vivere così, ogni singolo giorno, per tutta la propria vita? Vestita nei panni di una musulmana praticante in soli dieci giorni aveva sperimentato cosa significa l’esclusione, la discriminazione, il pregiudizio.

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Le aberrazioni avrebbero continuato fino a costringerla ad interrompere prematuramente il suo esperimento, poi raccontato in un breve video di dieci minuti.

In pochi giorni aveva già perso diversi amici e diverse persone le avevano voltato le spalle. Muri s’innalzavano nelle parole, “noi” contro “loro” e vera e propria esclusione all’interno del suo contesto sociale. Il suo esperimento avrebbe dovuto durare un mese ma alla fine è durato solo 10 giorni.

Quanti bastano per dimostrare che i pregiudizi sono come l’erba gramigna: sorge e si diffonde rapidamente e più passa il tempo più è difficile da sradicare.

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