Quando Joyce chiedeva a Hemingway di fare a botte al suo posto

I due scrittori si conobbero a Parigi, dove Joyce visse per 20 anni, e divennero amici. Soprattutto, andavano a bere insieme. E spesso, quando le cose si mettevano male, ci doveva pensare Hemingway

Difficile immaginare due scrittori più diversi di James Joyce e Ernest Hemingway. Uno irlandese, l’altro americano; uno ha scritto romanzi come l’Ulisse e il Finnegans Wake, rivoluzionando la scrittura nella sua componente più basilare, cioè la parola, e creando un’intera branca di studi dedicata a lui e al suo linguaggio; l’altro ha scritto, prolifico, tanti romanzi, badando molto ad avere uno stile breve e incisivo. Il primo creava mondi paralleli, il secondo, invece, trasformava in racconto la sua vita. E, infine, Joyce ebbe una vita movimentata, ma non avventurosa. Il secondo era una sorta di Indiana Jones con il vizio della scrittura (spie, pallottole e belle donne comprese).

Forse, allora, sorprenderà sapere che i due si conoscevano, si leggevano e, cosa ancor più strana, erano anche amici. Si erano conosciuti a Parigi, dove Joyce visse per 20 anni (era arrivato nel 1920) e scrisse, il 16 anni, il Finnegans Wake (chi guardasse il film di Woody Allen, Midnight in Paris, avrebbe un quadro corretto della vita culturale dell’epoca: c’erano anche Yeats, Ezra Pound, T. S. Eliot, Beckett). Joyce ammirava la vitalità e le gesta dell’americano. Gli piaceva anche la scrittura. Dietro alla sua semplicità, dirà in un’intervista, “C’è moltissimo lavoro”.

Hemingway era anche molto comodo in caso di rissa. Come fu scritto nel suo obituary sul New York Times, Joyce, da ubriaco, era solito provocare gli avventori di altri locali e poi fuggire a nascondersi dietro al suo amico americano, molto meglio piazzato di lui. “Pensaci tu, Ernest”. E l’altro, che pensava di avere le abilità del pugile, non si tirava indietro.