MilanoStorie della Madunina, i milanesi si raccontano sul web

Linus che si vergogna(va) di essere “terrone”, la nipote di Baresi che gioca nell'Inter a 300 euro al mese. I ritratti dei milanesi raccolti dal giornalista Andrea Scarpa sulla nuova testata “I milanesi siamo noi”. Un “mosaico digitale” per conoscere le storie di chi vive nella “Capitale morale”.

Milano non è una soltanto, ce ne sono più di un milione. Tante Milano quanto il numero dei suoi abitanti. Almeno secondo Andrea Scarpa, giornalista classe 1965 fra i fondatori in Italia di Vanity Fair, che il 15 settembre di quest’anno ha dato vita a I Milanesi siamo noi – storie e facce di una città. Un nuovo progetto editoriale in collaborazione con NanoPress e che va ad affiancarsi alle numerose testate del gruppo Trilud.

«Un mosaico digitale di interviste ai milanesi, nativi o adottivi, famosi o sconosciuti» lo definiscono Scarpa e i suoi collaboratori – fra cui spicca il nome del fotografo Andrea Colzani. Perché di storie, facce e sfaccettature questa città ne ha parecchie: attori, stilisti, chef e volti dello show business, ma anche e sopratutto baristi, prostitute e studenti fuori sede.

Dal racconto di Pasquale Di Molfetta, in arte Linus, che passa l’infanzia e l’adolescenza a vergognarsi del proprio nome da terrone, in particolare davanti agli impiegati dell’ufficio anagrafe di Paderno Dugnano, che glielo chiedono con insistenza facendo finta di non capire. Passando per Antonia Monopolinata maschio e di nome Antonio – che dopo anni di prostituzione diventa responsabile dello sportello Trans per Ala Milano Onlus. Fino ad arrivare alla bomber ventiquattrenne, Regina Baresi: figlia e nipote dei due mostri sacri dello stadio Meazza, con quel cognome ingombrante stampato sulla maglietta, in un’Italia e una Milano dove giocare a calcio nell’Inter, per una donna, significa guadagnare 300-400 euro al mese e che se «si mette a palleggiare in spiaggia ancora viene guardata come un marziano».

Linus che da ragazzo si vergogna della sua provenienza davanti all’ufficio anagrafe. Regina Baresi, figlia e nipote dei grandi Beppe e Franco, che gioca nell’Inter per 300 euro al mese e che parla di omosessualità nello sport. Decine di storie milanesi: dall’attore al barista, dalla prostituta al designer

Ritratti che prendono vita su un sito web dal design minimale: niente orpelli a disturbare la lettura, scatti fotografici in bianco e nero, interviste mono colonna a domanda secca, dove la presenza dell’ex giornalista de Il Tempo e Vanity Fair (fra gli altri) quasi non si fa sentire. Mette il microfono alla bocca dell’interlocutore e lo fa parlare a tutto braccio: di politica, spettacolo, immigrazione, della “Milano che fu” – anche gli stereotipi sui “mitici” anni Ottanta e i soldi facili, fanno parte integrante della memoria collettiva.

«È una tendenza tutta italiana quella del giornalismo pedagogico che vuole sostituirsi alla scolarizzazione», dice Andrea Scarpa a Linkiesta, «il volere o dovere insegnare ai nostri lettori, al popolo, cosa pensare e quali opinioni avere – dopo che per anni di quello stesso popolo non ci siamo più occupati, scavandoci professionalmente la fossa». «La testata è partita da poco più di un mese e ho ricevuto telefonate da alcuni politici locali che mi chiedono come e dove abbia trovato queste storie, sopratutto quelle della gente comune. Io rimango allibito: basta fermarsi una mattina al bar e osservare per qualche minuto i movimenti di chi entra o lavora dietro al bancone. Per ogni persona che beve o serve il caffè c’è una storia che vale la pena di essere raccontata».

Nei giorni e nelle settimane in cui il derby fra Roma e Milano si fa sempre più aspro – a volte ridicolo – diventando scontro ideologico fra la capitale politica e quella “morale” (Cantone docet) – ci voleva un romano come Scarpa per raccontare Milano? Forse sì, «perché Milano è un contenitore di “italianità”, vario, non come Roma che ti copta in poco tempo, ti plasma a sua immagine e somiglianza. E perché chi arriva da fuori in questa città non la dà mai per scontata, si prende il tempo per osservarla e studiarla».

Oppure, come dice Matteo Caccia – lo speaker novarese di Radio2 in una delle interviste più interessanti –, «perché il milanese alla Jannacci non esiste più. Esistono solo persone del sud, del centro e del nord, accomunate dal fatto di vivere qui. In questa città di orfani, dove il rischio è di chiudersi dentro a dei micro-ghetti: quel locale, quella via, quella scuola, posti frequentati sempre dalle stesse persone». Una città che va un po’ smitizzata ripartendo dalla realtà: «È impossibile incontrare per strada un idraulico perché sono tutti giornalisti, pubblicitari, autori televisivi o grafici».

Una “città di orfani” che va demitizzata, secondo lo speaker di Radio2, Matteo Caccia. «Un gigantesco tavolo da poker dove tutti i giocatori vengono a puntare le loro fiches», secondo Andrea Scarpa, il giornalista che vuole reinventarsi un modo di fare cronaca locale partendo dalle voci delle persone

Se si chiede ad Andrea Scarpa di fornire una definizione della sua Milano risponde: «Un gigantesco tavolo da poker dove tutti i giocatori vengono a puntare le loro fiches». Fra quei giocatori c’è anche lui, il regista dell’operazione. Perché dopo “un’infanzia professionale” come redattore di cronaca nera e spettacoli a Il Tempo di Roma, dopo gli undici anni a viaggiare nel mondo per Vanity Fair, prima di chiudere il rapporto con la testata che aveva contribuito a fondare, anche lui si sta reinventando per raccontare Milano, con questa forma meticcia e spuria di cronaca locale: per metà diario di vita vissuta, per l’altra metà vox populi. Reinventarsi anche contro la grande illusione, molto giornalistica, che regna ai tempi di internet: credere che sia possibile conoscere il mondo intero solo allacciandosi a un wi-fi, mentre spesso le storie che più ci sono ignote si trovano a pochi metri dal portone di casa.