I Baustelle e la nostalgia preziosa

Elogio del gruppo musicale italiano che ha fatto della malinconia e del ricordo dell’adolescenza la propria poetica. Preziosa, in tempo di talent show

Dei Baustelle mi sono innamorata lentamente. Come quelle cose che partono in sordina, che non pensi che possano succedere, e invece succedono. Anche perché erano molto diversi dal mio precedente amore musicale italiano, che erano gli Afterhours, che invece riassumevano perfettamente il decadentismo ribelle ed erotico dei miei 19 anni.

Tuttavia è capitato che, pur avendo molti amici musicalmente avversi alla band, io mi ci sia addentrata e più mi ci addentravo, più mi accorgevo che c’era un’affinità pazzesca, tra me e loro, riassumibile in quel feticismo per il pathos che mi ha contraddistinta fin dalla più tenera età.

Ho riconosciuto l’evocazione adolescenziale che incontrava la claustrofobia (apparente o sostanziale?) di un’età adulta senza vie d’uscita. Le inquiete istanze puberali che si mescolavano con la malinconia incerta dei 30enni di pronvincia. E l’autenticità salvifica di quella provincia, negli occhi di chi arriva nella metropoli e racconta cheessere depressi oggi provoca troppi dibattiti, essere perduti oggi dura solo pochi attimi”. Fotogrammi, istantanee, rimandi a un passato condiviso, frame culturali che creano empatia generazionale, memoria comune di una spensieratezza svanita troppo in fretta e insieme non svanita ancora.

È una nostalgia intimista, personale, quella dei Baustelle. Ma non solo. È sociale, è culturale (come ne “Il liberismo ha i giorni contati” e ne “Le rane”). È passata ma al tempo stesso contemporanea, audace, quando racconta la giovinezza controversa dell’oggi, individuale e frammentata, fighetta e tossica, solitaria e disperata. “Emotivamente instabile, viziata ed insensibile”. Omicida, persino, ne “La canzone del Riformatorio”.

Quella giovinezza che è ricerca costante di consenso e attenzione, plauso e identità. Fino al senso corrosivo del tempo che scorre, che chiude le possibilità, del futuro che diventa una malattia “che desertifica, che significa che ciò che siamo stati non saremo più”. I ricordi che si confondono con le aspettative. E il corto circuito esistenziale. E, infine, la consapevolezza. Questo rende i Baustelle efficaci interpreti del proprio tempo: il disincanto, la delicatezza e la ferocia, l’ironia e il rimpianto. Ma soprattutto la franchezza di una generazione che non ha paura di mostrare i propri limiti, i propri irrisolti, i propri graffi nell’anima.

Ed è per la loro nostalgia sfrontata che me ne sono innamorata. Perché trattasi di una nostalgia precoce, come la mia, quel tipo di tollerabile malattia del vivere, di chi è ancora giovane ma già combattuto tra il mito della fanciullezza perduta e il peso della maturità.

 https://www.youtube.com/embed/k6iKeG9Rx4M/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

I Baustelle sono nostalgici nel modo in cui gli artisti e gli intellettuali sanno esserlo. Sono custodi di sensibilità e umanità che, nell’era dei Talent Show, sono attitudini preziose, da preservare e apprezzare

Che poi alla parola “nostalgia” viene sempre attribuito un significato negativo, lo dice pure Al Bano Carrisi. E invece no. Non necessariamente. I Baustelle sono nostalgici nel modo in cui gli artisti e gli intellettuali sanno esserlo. Sono custodi di sensibilità e umanità che, nell’era dei Talent Show, sono attitudini preziose, da preservare e apprezzare.

E così la mia relazione con loro si è consolidata nel tempo. Ho compreso il misticismo di Bianconi, la profondità e lo struggimento della voce di Rachele (quando sono in premestruo, l’ascolto de “L’Aeroplano” mi causa lo stesso immediato piagnisteo che mi causa Battisti, il ché vi garantisco che non è poco), la narrazione – a tratti lirica, a tratti prosaica – delle ombre nelle nostre molteplici identità.

Fino all’accettazione disincanta, vera, potente, del proprio essere uomini e donne.

Del proprio essere adulti.

I Baustelle celebrano la loro messa laica in “Nessuno”, un manifesto emotivo, una dissociazione dagli schemi e dai dogmi, un inno alla semplicità dell’essenziale, alla realtà: “perciò stanotte dormi qui, che non esiste oscenità, freghiamo la pornografia, e dammi figli e verità, e sesso orale e santità

Del resto, non si può avere nulla contro la nostalgia, quand’essa produce poesia.

Per quanto cruda, per quanto vera, essa sia.