Luke Skywalker? A ben guardare, è un terrorista fondamentalista

Vista con un’altra ottica, le storie di Guerre Stellari raccontano il percorso di radicalizzazione di un ragazzo introverso, fino a farlo diventare eroe di un jihad nello spazio

Ormai è chiaro: guardare lo svolgersi della storia di Star Wars equivale a vedere il processo di radicalizzazione e affiliazione di un giovane terrorista. Lo dice The Decider, lo rilancia Slate e, nel suo piccolo, anche LinkPop lo condivide. Come sempre, Star Wars è un universo alternativo che aiuta a leggere la realtà, e visto che racconta lo scontro tra un gruppo di ribelli e l’Impero, non può non essere relativo alla politica. Per cui, sarà pure una saga nata trent’anni fa, ma la vicenda di Luke Skywalker è uguale a quella di un comune foreign fighter che va in Siria a combattere per l’Isis.

Come spiega, con un filo di ironia, the Decider, all’inizio Skywalker è un simpatico ragazzotto un po’ introverso, orfano dei genitori, che vive con gli zii. Vuole, come molti alla sua età, iscriversi all’Accademia Galattica. Secondo alcuni studiosi di terrorismo, il suo è proprio il profilo classico di chi è a rischio “reclutamento”, il prototipo del futuro fondamentalista.

I terroristi, spiega Anthony Stahelsky sul Journal of Homeland Security, in generale provengono da famiglie dove la figura del padre è assente (come Luke), hanno pochi legami al di fuori della famiglia (come Luke) e sono attratti da gruppi che offrono compagnia e legami stretti. Come i ribelli di Guerre Stellari.

Luke Skywalker allora è la preda perfetta per reclutatori radicali, come ad esempio Obi Wan. Anche qui, il manuale è seguito alla perfezione: una volta coinvolta la preda, i gruppi radicali (e anche le sette) tendono a recidere tutti gli altri legami del soggetto. Niente amici, associazioni, squadre di calcetto. Ed è proprio quello che fa Obi Wan: Luke deve lasciare la sua famiglia e seguirlo per andare a distruggere l’Impero. È iniziato il lavaggio del cervello (aiutato, a dire il vero, dall’uccisione dei due zii da parte dell’Impero).

Luke è pronto, e lo segue ovunque. Seguono altri episodi che completano il percorso ri-educativo. Uno dei più importanti è l’incontro con Yoda, che potrebbe essere visto come una sorta di mullah fondamentalista, che applica una versione estremista della Forza e lo istruisce a “togliersi le domande dalla mente”, e “disimparare ciò che ha imparato” e, soprattutto, che “o fai non fai, non esiste il provare”.

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Luke aveva già imparato a uccidere (alla fine del primo film), e lo rifà con il povero Jubba the Hut, (che è, nella sostanza uno dei quei piccoli centri di potere illegali del mondo) facendolo saltare in aria. Il percorso è completo, e la radicalizzazione avvenuta. Luke non è più un bravo ragazzo di campagna che sogna l’Accademia, ma un pericoloso terrorista che punta a colpire il centro del potere. A costo di sacrificare la vita.

Tutto questo discorso è un gioco divertito, è chiaro. Ma alla fine qualcosa di vero c’è. Anche perché Star Wars racconta una storia fatta di battaglie, ribellioni, libertà e potere, ed è facile che somigli a ciò che avviene nella realtà. Si possono trovare centinaia se non migliaia di Skywalker nelle battaglie del mondo, che combattono re, governi e Stati oppressori – oppure che militano a favore della diffusione della sharia. Ci sono e ci saranno sempre. Ma solo uno, quello vero, ha la spada laser.

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