Matera, altro che cultura. È la capitale dell’abbandono

Non basta tirare a lucido i sassi. Niente fondi alle biblioteche, librerie che chiudono, teatri al fallimento. E scuole di design che trascurano i tesori locali

«Matera ha le condizioni per fare nel 2019 una città della cultura che sia indimenticabile, basta questo». Così ha detto Matteo Renzi alla Leopolda, dopo aver spiegato la differenza tra mah e wow (il mah pertiene ai disfattisti misoneisti, cioè gli italiani e il wow agli entusiasti solidali, cioè gli americani). Tra tre anni, la città sarà capitale europea della cultura, titolo e , onere per cui, come per l’Expo milanese, la partita si gioca nell’avvento e nel sequel, più che nell’evento.
Qualche condizione: la biblioteca provinciale “Tommaso Stigliani”, con 30mila volumi antichi, 100 manoscritti, 60 incunaboli, 130mila volumi moderni e 1200 testate, da 12 mesi non acquista un libro: il trasferimento della competenza della struttura dalla Provincia alla Regione, in ottemperanza alla legge Delrio, ha bloccato la destinazione dei fondi (recentissimamente, sono stati stanziati 25mila euro da spendere entro fine mese: bruscolini intenzionali). Turn over bloccato, non una lira per la formazione del personale – che lavora al freddo, come nei migliori auspici di decrescita felice. Sul futuro grava un grande boh.

IL POLO MUSEALE MAI APERTO. E L’ATTESA PER L’EUTANASIA DI UN TEATRO

La Casa di Ortega, polo museale inaugurato più di un anno fa, non ha mai aperto: vie ufficiose dicono che accadrà entro fine anno, ma chissà.
Il Cineteatro Duni, il solo della città, ha chiuso a maggio, in piena campagna elettorale: i candidati avanzavano ipotesi di riqualificazione, diversificazione, molti -one. Ma finito il voto, gabbato il teatro. Qualche spettacolo s’è fatto, poi, in condizioni da nono mondo, tanto che ora si chiede al sindaco di dichiarare l’inagibilità della struttura, così che l’eutanasia finisca, il funerale di Stato si tenga e la necessità di un intervento scuota qualche galantuomo illuminato (e ricco, si spera, molto).

SI FA UNA SCUOLA DI DESIGN, MENTRE LA MARTELLA E VENUSIO RIMANGONO ABBANDONATI

«L’Open Design School sarà la prima scuola di design in Europa a fondarsi sui principi dell’Open Culture, con particolare enfasi sul ruolo del design come forma di pratica culturale di rilievo in un processo di ricostruzione di comunità», si legge in un bando pubblicato da qualche giorno sul sito di Matera2019, che chiama a raccolta architetti, sociologi, designer, mentre a pochi chilometri dalla città crepano La Martella e Venusio, borghi rurali che urbanisti e architetti da mezzo mondo furono interpellati a creare, affinché riscostruissero una comunità. In Architetture nell’Italia della ricostruzione, da poco uscito per Quodlibet, Carlo Melograni si chiede come mai quei borghi non siano studiati, ma vuoi mettere con l’Open Culture (esiste una cultura chiusa?) e il design, il colone del millennio.

LO STORYTELLING E GLI ALBERGHI TANTO ESOSI CHE LA GENTE VA A DORMIRE IN PUGLIA

Spazzati via dallo storytelling (è la parola adatta, nella sua orrida teleologia) di Matera su Matera, i galantuomini sono stati estromessi pure dalla memoria della città e della regione, sebbene Cesare Malpica, intellettuale capuano della prima metà dell’800, nel suo Basilicata, impressioni (Ed. Osanna, c’è persino su Amazon) raccontasse lo stupore per aver trovato una terra abitata non da barbari, ma da «una borghesia cosciente e responsabile e galantuomini colti, preparati». Una classe senza eredi, sparita o nascosta (che è peggio) e per la quale non esiste rimpianto: lo spazio della commemorazione è votato alla civiltà contadina, cui sono appaltate le radici del futuro, i richiami all’autenticità, i menu dei ristoranti, la solfa istituzionale, i pacchetti turistici. Il “riscatto del sud” non avrebbe lo stesso impatto se non fosse proclamato in nome degli ultimi della terra. «State commettendo un delitto contro la civiltà contadina», disse Pasolini a Mimì Notarangelo, giornalista materano, durante le riprese del Vangelo secondo Matteo. PPP si riferiva allo sgombero dei Sassi, il rione patrimonio Unesco, dove si viveva come bestie, tra le bestie (Togliatti, nel ‘48, li definì «vergogna nazionale»). Notarangelo, invece, era entusiasta all’idea che gli ultimi della terra potessero abbandonare le grotte per emanciparsi nei condomini. La Matera progredita, che ha tirato a lucido i Sassi trasformandoli in un presepe rassicurante che ne archivia la drammaticità per far trionfare la bellezza (tutta inventata: i Sassi non sono mai stati belli, solo disturbanti: lì sta, anzi stava, la loro potenza) oggi fa di Pasolini il simbolo della transizione da vergogna nazionale a capitale europea (proprio lui che in quella vergogna voleva che la città restasse) in una pettegola mistificazione intellettuale, perdonabile a un villaggio Alpitour e non a una capitale della cultura, intenzionata a ribaltare il Sud per capitalizzarne le riserve, la decelerazione, l’alternativa. Pasolini, di Matera, amava la povertà che Matera ha debellato, rinascendo romantica, smagliante e guadagnandosi gli wow del mondo.

«Del mio paese amo lo stare abbandonatamente nelle cose»: Alfonso Guida, poeta vivente lucano. A Matera si sta abbandonatamènte tra presidi slow food, grotte trasformate in alberghi chic (talmente esosi che i turisti vanno a dormire in Puglia), B&B in cui si assiepa l’occupazione giovanile.
Ah, a (s)proposito, le librerie sono tre, una scolastica, una sbadigliante e un’altra costretta a sloggiare dal centro storico, dove semper est bibendum. Di cultura qualche ombra, ma ogni cosa è illuminata da panorami indimenticabili: al Sud, in fondo, basta questo.