ScuolaStudenti al lavoro, la "lucida follia" alla prova dei fatti

Taccola

Da quest’anno tutti gli studenti delle superiori, licei inclusi, dovranno fare da 200 a 400 ore di stage negli ultimi tre anni. Non è poco e le scuole non sono preparate. Luccisano, ministero dell’Istruzione: «è stata una lucida follia, se si aspetta di essere pronti non si parte mai»

“Quando il culo tocca l’acqua si impara a nuotare”. Se vogliamo ricorrere alla saggezza popolare, si parte da qui per parlare dell’alternanza scuola-lavoro. Quella che da quest’anno renderà obbligatorio a mezzo milione di studenti (un milione e mezzo a regime) trovare uno stage, neanche simbolico: da 200 ore negli ultimi tre anni di scuola superiore per i licei e da 400 ore negli istituti tecnici e professionali.

Come e dove faranno questi stage non è chiaro né a loro né ai loro professori e presidi. Ma c’è l’obbligo e si dovranno dare una mossa. Il metodo è un po’ brutale ma, sono convinti dal ministero dell’Istruzione, era necessario partire subito, sfruttare il pertugio aperto dalla battaglia culturale della Buona Scuola, dare una spallata e far spuntare mille fiori dal basso. «Stiamo facendo una follia, una lucida follia», dice il responsabile della segreteria tecnica del Miur, Francesco Luccisano, a un convegno organizzato a Milano al Talent Garden Calabiana dall’associazione Junior Achievement. «Il momento per fare il cambio di paradigma è questo: ora o mai più. Non si parte mai quando si è pronti al 100%, perché altrimenti non si fa mai nulla», aggiunge il funzionario, che a 33 anni è uno degli enfant prodige arrivati al ministero con il mandato di dare una svecchiata al mondo della scuola.

«Stiamo facendo una lucida follia. Il momento per fare il cambio di paradigma è questo: ora o mai più. Non si parte mai quando si è pronti al 100%, perché altrimenti non si fa mai nulla»


Francesco Luccisano, ministero Istruzione

Dentro tutti

Così parte l’alternanza scuola-lavoro, un progetto ambizioso che l’Europa ha richiesto con una Comunicazione del 2012 e che il governo ha deciso di varare dall’anno scolastico in corso, senza ulteriori sperimentazioni. «È dal 1976 che esistono test», dice Luccisano. Si sono create buone pratiche, eccellenze come la Nuovo Pignone che ha accolto studenti di mezza Firenze. Ma poi l’idea è stata di buttare tutti gli studenti in piscina e vedere come se la cavano a nuotare. «Alle scuole e al Miur oggi viene chiesto tutto: di proteggere i ragazzi dal bullismo, di proteggerli dai social network o da altri problemi. È però arrivato il momento di dare loro strumenti di attacco: l’obbligo di stage imposto alle scuole significa dire a uno studente che se la realtà non gli piace la può cambiare».

È stata scartata anche la strada di legare rigidamente il tipo di azienda all’indirizzo di scuola frequentato: è la via tedesca, dove i ragazzi che frequentano l’istituto per bancari possono fare stage solo in banca. Nel caso italiano si è preferita la logica dell’“imparare facendo”, che è diversa dal semplice avviamento al lavoro. «Vogliamo trovare moduli formativi per far acquisire competenze nel lavoro a tutti – dice il funzionario del Miur -. È anche un modo per evitare marginalizzazioni e radicalizzazioni: il messaggio è che c’è un ruolo nella società anche per chi rimane indietro». Per i presidi che non portano avanti i progetti di alternanza scuola-lavoro, invece, la prospettiva è di un voto negativo nel rapporto di autovalutazione che le scuole fanno da quest’anno, con conseguenze anche sui loro stipendi.

Liceali al lavoro

In questa logica del dentro-tutti rientrano anche i licei. Qui ci sono le perplessità maggiori da parte di studenti e professori, soprattutto per resistenze culturali. «A una ragazza del classico che mi obiettava che gli stage non c’entravano niente con i licei ho risposto: “Dovrai lavorare anche tu nella vita”», dice il funzionario. Il discorso vira sul personale: «Ho fatto anch’io il classico, a Bergamo, e la mia esperienza di relazione con il mondo del lavoro è stata pari a zero. Vorrei tornare nel mio liceo e vedere come se la cavano i miei professori».

Gli ostacoli, però, sono reali, perché manca qualsiasi precedente. «Per i licei il coefficiente di difficoltà è superiore – riconosce Luccisano – ma le competenze trasversali possono essere stimolate e si possono fare esperienze per la tutela dei beni comuni, culturali e ambientali». L’alternanza non è limitata alle sole imprese ma comprende anche enti pubblici e associazioni. Come esempio viene portato il caso Pompei: 15 scuole superiori sono state coinvolte, con gli studenti dell’agrario a curare il verde e quelli del liceo che si occuperanno della digitalizzazione degli archivi e dell’accoglienza dei turisti.

La logica è del “dentro tutti”: gli stage sono stati estesi anche ai liceali. Per i quali uno sbocco possibile è quello nei musei. Come succede a Pompei

Scuole senza riferimenti

Più che culturale, comunque, il problema delle scuole oggi è pratico. «L’alternanza scuola-lavoro era molto attesa ed è uno degli aspetti positivi della Buona Scuola, ma le scuole sono spaesate, non sanno a chi rivolgersi», dice Paolo Damanti, osservatore terzo dal sito Orizzontescuola.it. Il problema è grave soprattutto al Sud, dove ci sono meno imprese – aggiunge -. In Calabria l’associazione dei dirigenti scolastici chiederà di procrastinare le scadenze».

Se ci si sposta sul fronte sindacale, i toni si fanno più duri. «Le scuole entro il 15 gennaio dovranno scrivere il piano di offerta formativa triennale, che prevede anche l’alternanza scuola lavoro – dice Marcello Pacifico, presidente della sigla sindacale Anief -. Ma a oggi mancano due decreti attuativi: quello per il Registro nazionale per l’alternanza, che prevede tutte le convenzioni con le aziende, enti e associazioni che si devono registrare presso le camere di commercio. E quello sui diritti e doveri degli studenti lavoratori. Senza questi due decreti i collegi dei docenti su che base possono decidere?».

Dal ministero a queste domande si risponde che per iniziare i programmi di stage non serve che sia predisposto il registro dell’alternanza, e che c’è un lavoro da mesi con i tecnici per le camere di commercio per aprirlo. Nel frattempo a fare da riferimento ci sono dei protocolli di intesa che stanno venendo firmati: per ora sono arrivati quelli con Confindustria (che a cascata le attiverà per i settori e i territori) e con aziende come Bosch, Toyota, Finmeccanica e Fincantieri. Si è fatta avanti, per fare da intermediario tra le scuole e le aziende, anche l’Adecco (agenzie interinali). Sulla “Carta dei diritti e doveri”, invece, spiegano, al ministero hanno lavorato con gli studenti a una bozza che ora sta seguendo un complesso iter di approvazione. È stata predisposta una guida operativa che riassume i punti chiave e contiene la modulistica.

Le scuole sono spaesate, non sanno a chi rivolgersi. A gennaio dovranno scrivere un piano triennale in mancanza di due decreti attuativi

140 milioni sul tavolo

I soldi intanto sono arrivati: la legge di Stabilità appena approvata ha confermato uno stanziamento di 100 milioni all’anno a partire dal 2016. A questi si aggiungono 40 milioni all’anno per attuare un piano triennale di formazione (dedicati solo in parte all’alternanza scuola-lavoro), che dovrebbero arrivare con un decreto del ministro dell’Istruzione all’inizio del 2016. Chiudono il quadro i 380 milioni di euro della “Carta del docente”, destinati a progetti di formazione degli insegnanti.

L’impresa simulata

In questo tipo di situazione confusa, il rischio è che si giochi al ribasso, ovvero con la scappatoia più semplice: l’impresa formativa simulata. Consiste nella costituzione di un’azienda virtuale animata dagli studenti, che svolge un’attività di mercato in rete (ecommerce) e fa riferimento ad un’azienda reale (azienda tutor o madrina) che costituisce il modello di riferimento da emulare in ogni fase o ciclo di vita aziendale. È qualcosa di lontano dalla realtà di entrare e respirare l’aria di un’azienda vera. Ma non è inutile. Come ha mostrato una ricerca realizzata da Ipsos per l’associazione Junior Achievement, i ragazzi che hanno negli anni scorsi partecipato ai progetti di questo tipo aumentano notevolmente le proprie attitudini imprenditoriali (capacità di risolvere problemi e pensare in modo creativo) e soprattutto cambiano il loro modo di vedere le imprese e la figura degli imprenditori. Junior Achievement è un’associazione non profit presente in 122 Paesi. In Italia le dodici edizioni del suo progetto “Impresa in azione” hanno coinvolto finora 40mila partecipanti tra i 16 e i 19 anni. Quest’anno le richieste da parte delle scuole sono cresciute del 700% e gli studenti coinvolti raddoppieranno, da 6mila a 12mila.