Occident Ex-PressVietare le slot machine non serve a niente

Lombardia, decine di ordinanze dei sindaci contro sale gioco e videopoker ma il Tar le blocca sempre. L'approccio proibizionista non funziona, meglio scontare la tasse ai commercianti che tolgono le macchinette

A Milano l’ultima trovata per contrastare il fenomeno della ludopatia si chiama “Milano No Slot”: una campagna finanziata con 250mila euro, di cui 50mila dal Comune e 200mila da Regione Lombardia, per arginare la dipendenza dal gioco d’azzardo. Facendo cosa non è del tutto chiaro: per il momento proposte e iniziative dell’amministrazione sono fumose. E’ attivo da qualche settimana un numero di telefono per un centro di ascolto e assistenza, si parla poi di mappare le attività a rischio attraverso un esercito di “cittadini-ispettori” volontari, di sensibilizzare le fasce più giovani nelle scuole e di distribuire questionari in città. Il tutto in partnership con una manciata di associazioni e onlus fra quelle destinate a realizzare il progetto e quelle presenti solo in qualità di sponsor.

“Milano No Slot” è l’ultima campagna del capoluogo lombardo: 250mila euro per attivare un numero di telefono, centri di ascolto, distribuire questionari e arruolare un esercito di “cittadini-ispettori” contro il gioco d’azzardo

Nel frattempo, sia nel capoluogo che nei comuni di tutta la regione, si moltiplicano i tentativi da parte di sindaci e politica locale di bloccare l’insediamento sul proprio territorio di nuove sale da gioco, oppure di mettere i bastoni fra le ruote a quelle che già esistono: da Milano a Vimodrone, passando per Osnago, sono a decine le ordinanze emesse contro esercenti per il rilascio delle licenze oppure le modifiche ai regolamenti urbanistici ed edilizi per vietare l’installazione di locali slot e videolottery “a meno di 500 metri da luoghi sensibili”, intesi come scuole, ospedali, Asl, centri per anziani o per disabili. Il problema? Quasi tutte queste ordinanze, una volta impugnate, finiscono sotto la mannaia del Tar. In particolare il cosiddetto “distanziometro” – i famosi 500 metri di distanza da zone a rischio – non è visto di buon occhio dai giudici amministrativi lombardi. La motivazione è semplice: quella distanza non è inserita in alcun articolo della normativa nazionale, né in quella regionale sul gioco d’azzardo, e i sindaci o le giunte non possono dunque sostituirsi al legislatore inventando norme ad hoc.

Decine le ordinanze dei sindaci per vietare le sale slot o la pubblicità al gioco d’azzardo. Ma il proibizionismo non funziona e viene asfaltato nei ricorsi al Tar. Vietare per il gusto di mostrare i muscoli rischia di creare dei “ghetti” di ludopatici nelle periferie, dove è più difficile controllare

C’è stato anche chi, come il Comune di Rescaldina, ha provato ad agire direttamente dal lato della domanda, più che sull’offerta di gioco, vietando la pubblicità di gioco e scommesse su suolo comunale. Iniziativa che sconta alcune criticità: la prima è l’ipocrisia di un Paese che vieta di affiggere manifesti pubblicitari sulle bacheche di un Comune da 15mila abitanti, ma che ogni sera collega milioni di telespettatori via cavo alle pubblicità martellanti dei colossi del gioco, online e non, attraverso le principali manifestazioni sportive – dalla Serie A di calcio all’Eurolega di basket.
La seconda riguarda l’approccio “proibizionista”, che al di là dei moralismi, semplicemente non funziona perché si scontra con la realtà delle leggi (e dei vuoti normativi) oggi in vigore, come abbiamo raccontato. La terza è il rischio di ghettizzazione delle sale gioco e dei giocatori: se anche l’approccio proibizionista passasse si avrebbe una crescita esponenziale del gioco clandestino, non controllato, monitorato e quindi esplosivo. Una posizione questa fatta propria anche dal senatore del Partito democratico, Franco Mirabelli, relatore a palazzo Madama di una legge sul gioco d’azzardo, che è stato molto chiaro: vietare le sale gioco solo per mostrare i muscoli e acchiappare voti facili ci espone al rischio di creare vere e proprie «zone a luci rosse del gioco d’azzardo».

Il Comune di Corsico sconta fino al 50 per cento della Tari per i commercianti che tolgono le macchinette dai negozi. Un approccio meno mediatico ma che sta dando i suoi frutti

C’è invece chi ha deciso di mollare il bastone per usare la carota: un approccio che funziona “per incentivi” sembra quello che sta dando i migliori frutti. Nel Comune di Corsico, sud di Milano, si è rifinanziato a settembre per il secondo anno consecutivo, il piano di sconti sulla Tari – l’imposta comunale sui rifiuti – per gli esercenti che dimostrano di aver tolto o diminuito la presenza della slot machine nei propri negozi, bar o tabacchi. Sconti fino al 50 per cento sulla tassa per incentivare i commercianti a “fare la cosa giusta”, seguendo l’esperienza di decine di piccoli comuni italiani che lottano contro la ludopatia senza grandi proclami mediatici. “La guerra alle slot” – come si ama titolare in questi casi – si fa sopratutto senza colpi di cannone.