1931-2016Ettore Scola, il maestro della disillusione

Lo piangiamo come l'ultimo dei grandi maestri, ma più che ricordarlo dobbiamo rivederlo e farlo vedere ai nostri figli, perché l'Italia che ha ritratto siamo ancora noi

Ettore Scola è morto ieri all’età di 84 anni, lo piangiamo oggi come l’ultimo grande maestro del cinema italiano, ma dovremmo precisare che è stato, tra tutti quelli che abbiamo dovuto piangere finora, il più disilluso. Forse non politicamente (la sua militanza nel Pci prima, il suo veltronismo poi non sono in discussione), ma artisticamente si. Accidenti se sì. Di esempi ce ne sono tanti.

Il risveglio dell’Italia dopo il sogno romantico e puro della Resistenza, ma soprattutto degli italiani che si ritrovano piccoli piccoli in C’eravamo tanto amati; la desolazione della subumanità della periferia italiana di Brutti, sporchi e cattivi. Uno dei ritratti più lucidi, terribili, antiromantici, antipasoliniani, di una classe — il proletariato — che stava per tramontare, ma che non aveva niente di affascinante.

E ancora, l’uscita dal cieco conformismo del nazifascismo di Una giornata particolare, che, per l’appunto, in Italia dura solo una giornata, perché, finita quella, siamo di nuovo tutti come prima, nell’ordine, o nel disordine costituito. O La terrazza, quel triste ritratto inizio anni Ottanta che il perfetto sottopancia all’avvento del riflusso e allo harakiri della classe intellettuale italiana che si fa macchietta e parodia tragica di se stessa e che è molto più amara della sua stessa citazione ne La grande bellezza di Sorrentino, il quale a Jep regala almeno la speranza della redenzione.

Che gli italiani sono un popolo “di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori” lo fece incidere Mussolini all’Eur. In realtà siamo un popolo di ladri, egoisti, di approfittatori, di corrotti, di ignoranti e di piccolo borghesi, e Scola lo sapeva e così ci ritraeva

E poi, per citarne un ultimo, imprescindibile tassello, La famiglia, del 1987, che è insieme il più forte grido contro l’unità minima della nostra società, che in quanto frattale della società stessa contiene in sé tutto il marcio che le sta intorno, ma che contemporaneamente è anche un monito perché a quella non c’è alternativa. Quella è la struttura, non si scappa.

Ne abbiamo citati solo cinque, ma la cifra è costante in tutti gli altri suoi film, conosciuti e meno conosciuti, di successo o meno. Perché Scola in quello che girava ci ha sempre schiaffato dentro la nostra piccolezza, facendo un ritratto lungo mezzo secolo di un’Italia che non cambia mai. E che non è ancora cambiata.

Che gli italiani sono un popolo “di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori” lo feve incidere Mussolini all’Eur. In realtà siamo un popolo di ladri, egoisti, di approfittatori, di corrotti, di ignoranti e di piccolo borghesi, e Scola lo sapeva e così ci ritraeva. Purtroppo non ci mancherà, come non ci manca mai la nostra coscienza. Ma dobbiamo ricordarcelo, riverdercelo, portarcelo dietro e farlo vedere ai nostri figli, perché il suo ritratto non è su pellicola, ma su specchio. Quell’Italia siamo ancora noi.

C’eravamo tanto amati (1974)

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Brutti, sporchi e cattivi (1976)

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Una giornata particolare (1977)

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La terrazza (1980)