I Bowie Bond, quando il cantante è un mago della finanza

Le obbligazioni avevano come garanzia le revenues di 25 album. Erano decennali e remunerative, ma a un certo punto qualcosa andò storto

Non tutti conoscono la storia, tutta finanziaria, dei Bowie Bond. Fu un’invenzione (anche questa, ça va sans dire, geniale) del cantante: consiste in una particolare forma di obbligazioni, cioè asset back securites (gli ABS), cartolarizzazioni con garanzia derivante dai proventi di 25 album. Non fu solo, come è ovvio: lo aiutò il banchiere David Pullmann, che anzi creò un catalogo di titoli basati sui proventi di artisti musicali (tra questi, come spiega il Financial Times, anche James Brown e Marvyn Gaye). Sono i celebrities bond.

Quello di Bowie era remunerativo: ogni cedola era del 7,9%, ben più del bond Usa dell’epoca, e una durata decennale. Fu un trucco efficace. I titoli vennero comprati in massa da una compagnia di assicurazione, la Prudential Insurance, per la bellezza di 55 milioni di dollari. Bowie si servì dei soldi ottenuti per comprare altri diritti di altre sue canzoni. Un circolo virtuoso. Tutto sembrava andare bene: la macchina da soldi era avviata.

Invece, si fermò presto. Colpa della musica online che, come dice l’FT, “ha aperto una falla nella legislazione del copyright musicale”. Il mercato andò in crisi, e i titoli di Bowie crollarono. Moody’s certificò la morte: rating BBB+, appena sopra il junk. In polvere (di stelle).

In ogni caso, nel 2007 i bond furono liquidati (come da piano), senza che ci fosse default. I diritti tornarono a Bowie, insieme alla gloria.

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