Insultare la gente citando Dante Alighieri

Perdere le staffe senza perdere la faccia? Si può. Basta usare offese tratte da testi letterari. Non si diventa sboccati: si fanno citazioni colte

Perdere la calma significa, il più delle volte, perdere anche un po’ di dignità. Arrabbiarsi e insultare le altre persone, anche quando si ha ragione, può far cattiva impressione. Il problema è che non si può pretendere che tutti sappiano mantenere, in ogni situazione, una posizione elegante. Si può, però, pretendere che sappiano scegliere insulti eleganti.

La soluzione è semplice: trascegliere parolacce e offese rileggendo i grandi classici della letteratura. Ad esempio, la Divina Commedia di Dante. Un testo colmo (soprattutto nella prima cantica, l’Inferno) di insulti, offese, parolacce. Non bestemmie (eh be’), ma quasi. Ce ne sono per ogni occasione, e per ogni bersaglio.

Prima di tutto, non di insulti si parli, ma di “ontoso metro”, cioè motteggio che provoca “onta”, cioè offesa + vergogna. Lo fanno le anime dei dannati (Inferno, VII, 33), ed è necessario che imparino a farlo anche le persone normali. Offendere vuol dire saper colpire, saper provocare vergogna. Per questo, come la Divina Commedia, è una cosa da studiare.

Insulto generico: ottimo partire dal lato scatologico, ossia gli escrementi. E definire qualcuno “sterco”, è senza dubbio più di buon gusto. Se poi è uno “sterco che dalli uman privadi parea mosso”, siamo all’apoteosi. Gli “uman privadi” sono le latrine, per cui si capisce bene di che si parla. Si può attualizzare, si può aggirare, ma è, nella sostanza, la stessa (solita) cosa. E funziona sempre

Si può continuare sulla stessa falsariga, e apostrofare l’avversario definendolo “porco in brago” (Inferno, VIII, 50), cioè come un maiale che sta nella melma, nel fango, la lordura della fogna. Adatto per chi non si distingue per le sue abitudini igieniche.

Un generico “vituperio de le genti”, cioè “motivo di offesa per le persone”, che il sommo Poeta rivolge a Pisa – si sa che i toscani non si amano molto tra loro – può essere riferito a chiunque. Si riconosce che è un po’ debole, e l’effetto non è garantito: non tutti conoscono la parola “vituperio”. Potrebbero non sentirsi abbastanza insultati e/o offesi. Il metro rischia di non essere abbastanza “ontoso”.

Contro le donne, invece, le parole si sprecano. Dante ne ha a bizzeffe. Si può comunque andare su un misterioso “femmina balba”, cioè balbuziente, che appare in sogno a Dante. È un’offesa non tanto perché sia balbuziente, ma per come continua il verso: cioè “ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta / con le man monche, e di colore scialba”. È insomma, una figura che implica l’essere incapace: di parlare, di vedere, di muoversi. Deforme e ripugnante, sta a indicare i vizi che condannano l’uomo. Ma che va bene anche da solo. E poi, per i non esperti, “balba” può sembrare “babba”, che è un’insulto leggero più o meno lungo tutta la Penisola.

Per chi volesse invece sottolineare i costumi lascivi della donna in questione, può usare “femmina da conio” (Inferno XVIII, 66), espressione più ricercata rispetto a “puttana”. Ma anche “puttana” va bene, purché sia “puttana sciolta”, (Purgatorio, XXXII, 160), cioè “discinta”, “slacciata”, “senza vegogna”. “Puttana sciolta” è forte, aggressivo e violento al punto giusto. E in più è una citazione. Perdere le staffe, insomma, senza perdere l’eleganza.

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