Morto in carcere a 29 anni: l’ombra di un nuovo caso Cucchi

Stefano Borriello, in perfetta salute, deceduto all'improvviso nell'agosto scorso a Pordenone. Da mesi i periti non si decidono a consegnare la relazione. I Pm indagano per omicidio colposo. Cosa è successo davvero? L'associazione Antigone parla di una morte «dai contorni strani»

Sei mesi di inspiegabile silenzio. L’unica certezza è che Stefano Borriello è morto in carcere a 29 anni. Così, dall’oggi al domani. Senza che, dalla data del decesso – il 7 agosto 2015 – si sappiano nemmeno le cause della morte. Fino a pochi giorni prima il ragazzo era in ottima salute.
A quanto pare nonostante condanne e tragedie che salgono alla ribalta della cronaca, in carcere (e di carcere) si continua a morire. Siamo a Pordenone. Erano due mesi che Stefano era detenuto, come racconta a Linkiesta la sorella di Stefano, Teresa. «Aveva cercato di rubare un portafoglio a un anziano, ma era pentito. Tanto che aveva chiesto un incontro anche al pm per chiarire la sua posizione». Non solo: il lunedì avrebbe avuto un appuntamento con la psicologa del Sert per concordare il suo trasferimento. Di lì a poco, insomma, la sua esperienza in carcere sarebbe terminata.

Non solo i familiari si sono insospettiti per la morte di Stefano, la stessa procura ha deciso di aprire un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo

Quell’appuntamento, però, non ci sarà, perché due giorni prima, il venerdì, Stefano muore. Per arresto cardiaco, reciterà il referto. Da subito, tuttavia, la madre di Stefano chiede con fermezza quali siano le ragioni del decesso del figlio, sempre stato in ottime condizioni di salute. Un dubbio che tortura la madre. E non solo lei: la stessa procura, non a caso, decide di aprire un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo. In quei due mesi Stefano, infatti, non aveva dato segni di problemi fisici. Anzi, «era anche voglioso di uscire dal problema della tossicodipendenza», ci dice ancora Teresa.

Nell’ultima settimana, però, il declino. Il lunedì Stefano non si presenta all’incontro di gruppo con il cappellano: «Non stava bene, hanno detto». Passano alcuni giorni e giovedì a visitare Stefano va il sacerdote di Portogruaro, don Andrea. «Non gliel’hanno fatto vedere perché – ci racconta ancora la cugina – era bloccato con la schiena e non riusciva a camminare. Don Andrea ha chiesto di andare lui dentro, ma gliel’hanno negato perché non era autorizzato».

E arriviamo al giorno successivo. «Verso le otto di sera dal carcere hanno allertato l’ospedale». Stefano viene trasportato in condizioni che, con il passare del tempo, si fanno via via più critiche. Troppo critiche: poco dopo l’arrivo, Borriello muore.
Ma, racconta la sorella, subito dopo il decesso accade qualcosa di strano: «Risulta morto intorno alle 21,00, ma la mamma è stata allertata inspiegabilmente alle 23,15». Una madre distrutta dal dolore: quella settimana non era riuscita ad andare a trovare il figlio in carcere. L’avrebbe fatto sabato, il giorno dopo.

I periti nominati dalla procura non hanno consegnato la relazione. L’infarto è stato escluso. Il pm, in assenza della relazione medica, sta tenendo tutti gli atti e i documenti (dalle cartelle cliniche agli interrogatori degli altri detenuti) secretati

A distanza di quattro mesi ancora non è dato sapere come sia morto Stefano: i periti nominati dalla procura per riferire in merito alle «cause della morte» e ad «eventuali lesioni interne o esterne», non hanno consegnato la relazione.
L’unica cosa certa, come emerso dall’autopsia, è che è stato escluso l’infarto. «A noi – continua Teresa – era stato detto che entro 60 giorni ci sarebbe stata la relazione, ma non è stato così». Di fatto, come ci spiega la dottoressa Simona Filippi, avvocato dell’associazione Antigone e legale della famiglia di Stefano, «siamo rimasti ai primi di agosto. Sicuramente è una morte dai contorni strani, siccome il ragazzo prima di quella settimana stava bene. Per ora, tuttavia, brancoliamo nel buio dato che i risultati della perizia non ci sono».
Una cosa non da poco dato che il pm, in assenza della relazione medica, sta tenendo tutti gli atti e i documenti (dalle cartelle cliniche agli interrogatori degli altri detenuti) secretati. Inaccessibili anche al legale. Insomma, continua la Filippi, «se ci dovessero essere delle responsabilità, si è partiti col piede sbagliato, con ritardi pesanti che, nel caso si arrivi a una fase dibattimentale, potrebbero anche incidere su un’eventuale prescrizione».