Finanza e psicologiaPanico ed euforia in Borsa: siamo i peggiori nemici di noi stessi

Il 2016 ricomincia con lo spartito del 2015: discese dei mercati guidate dall’emotività e dall’allarmismo dei media. Saranno seguite da risalite altrettanto poco razionali. Il fatto è che la psicologia in finanza pesa. Basta saperlo e considerare il panico come il miglior momento per le opportunità

Panico Borsa 5

Crollerà la Cina? Si bloccherà il nostro export? Il 2016 nelle Borse mondiali è iniziato con cali drammatici del listini. Ma sarebbe il caso di andarci piano e considerare gli aspetti psicologici di queste discese. Abbiamo 40 anni di studi a dimostrarlo.

Per anni la ricerca nel campo finanziario si è focalizzata sulla prevedibilità dell’andamento dei mercati e sulla razionalità e logicità dei comportamenti dei suoi partecipanti. Da sempre, l’uomo è spinto dalla curiosità del capire: se a questa si somma l’irresistibile fascino della ricchezza, non è difficile immaginare quanti sforzi siano stati spesi per arrivare a prevedere l’andamento degli investimenti, seppur anche solo a livello teorico.

Ciò che è quanto meno curioso è il fatto che solo nel 1972 si inizi a parlare di investimenti sotto al profilo psicologico: le società che producono beni sono fatte di persone, gli investitori sono persone, gli intermediari finanziari sono persone…eppure solo nel 1972 Paul Slovic, uno psicologo statunitense, pubblica nel prestigioso Journal of Finance il primo articolo che utilizzava concetti di psicologia per analizzare i comportamenti degli investitori.

Quello fu il primo seme della cosiddetta finanza comportamentale: l’unione della psicologia cognitiva con l’economica neoclassica, o detto più semplicemente, l’analisi dell’andamento dei prezzi di mercato – e la decisione sull’allocazione delle risorse – attraverso la comprensione dei comportamenti dei partecipanti.

L’investitore è un essere umano che soccombe al sovraccarico di stimoli ed informazioni, vuole/deve prendere una decisione e si fa aiutare da “scorciatoie” mentali per arrivare a un risultato. Risultato che è scientificamente inferiore a quello che si sarebbe ottenuto in assenza di emozioni

In questo nuovo campo di studio, si ipotizza che gli agenti economici non siano razionali: al contrario, le loro decisioni sono “indirizzate” da emozioni e da comportamenti guidati dall’intuito, a volte automatici e inconsapevoli. Ecco che l’investitore non è più una macchina che digerisce migliaia di dati ed informazioni e sintetizza con una decisione di acquisto o vendita un lungo percorso di analisi e ragionamento logico; l’investitore è un essere umano che soccombe al sovraccarico di stimoli ed informazioni, vuole/deve prendere una decisione e nel compromesso tra qualità della decisione e sforzo cognitivo si fa aiutare da “scorciatoie” mentali per arrivare a un risultato. Risultato che è scientificamente e sistematicamente provato essere di gran lunga inferiore a quello che si sarebbe ottenuto in assenza di emozioni. A questo punto, siamo abbastanza maturi da capire che il nostro investimento dipende più da come ci sentiamo “quel giorno”, rispetto a quanto abbiamo calcolato nei giorni precedenti essere la volatilità storica o il rendimento atteso di quel particolare titolo.

Fotogallery: La preoccupazione sui volti dei trader alla Borsa di New York, il 4 gennaio 2016 (foto di Andrew Burton/Getty Images)

Tenetevi forte: non siete gli unici a saperlo. Anzi, probabilmente stanno già sfruttando questa vostra debolezza.

Come detto, quando le informazioni sono molto numerose e in costante aggiornamento è impossibile elaborare ciascuna di esse in modo preciso, e l’investitore è costretto ad elaborare una strategia per selezionare le informazioni più utili: gli investitori si orientano cioè automaticamente verso informazioni che colpiscono in modo maggiore l’attenzione, ad esempio perché suscitano reazioni emotive più intense. Questo fenomeno, definito “attention grabbing” o “catturare l’attenzione”, fa sì che non a caso gli investitori siano particolarmente propensi a scegliere titoli e fondi azionari che investono in spazi pubblicitari sulle riviste specializzate e che hanno ottenuto risultati particolarmente positivi nel recente passato. Non a caso le strategie pubblicitarie usate dai fondi sono volte ad aumentarne l’attrattività piuttosto che a fornire informazioni rilevanti per una corretta scelta.

Il nostro investimento dipende più da come ci sentiamo “quel giorno”, rispetto a quanto abbiamo calcolato nei giorni precedenti essere la volatilità storica o il rendimento atteso di quel particolare titolo

In linea con questo, un titolo che avrà avuto o anche solo indotto in noi reazioni emotive positive sarà automaticamente incluso nella lista di quelli da considerare per un futuro investimento, mentre reazioni emotive negative ci indurranno ad evitare un certo titolo.

In barba al rendimento atteso ed alla razionalità. In fondo, noi siamo sempre gli stessi che giocano i “ritardatari” al Lotto, alla faccia della statistica. E gli stessi che, davanti alla domanda se sia più probabile, lanciando una moneta cinque volte consecutive, ottenere la sequenza testa-testa-testa-testa-testa o testa-croce-croce-testa-croce, rispondiamo senza pensarci un attimo: “beh, ovvio, la seconda!”. Alla faccia delle probabilità composte.

Se noi siamo le nostre emozioni, e le nostre emozioni – in campo finanziario – ci danneggiano, dobbiamo allora incominciare a elaborare strategie di investimento basate su questa consapevolezza.

Ad aprile dell’anno scorso, l’indice azionario delle 40 più grandi società italiane (il Ftse Mib), toccava i 24.000 punti. +26% da inizio anno, miglior mercato europeo, indici azionari sui massimi storici. Avevamo passato tutte le fasi: ottimismo, esaltazione, euforia.

Chi non era nel mercato, scalpitava per entrarci, chi era già nel mercato, scalpitava per incrementare i guadagni. L’avidità aveva preso il sopravvento sulle capacità di ragionamento.

Il 2015 è stato un anno di mercati dominati dalle emozioni: la paura e il sollievo per la Grecia, poi quelli per la Cina. E anche il 2016 è iniziato col botto

Poi arrivarono i primi sussulti sulla sostenibilità dell’andamento del mercato e le tensioni con la Grecia. L’indice tornò a 21.000 punti dopo lo storico voto “Oxi” greco, si parlò di collasso dell’Eurozona, del fallimento del progetto europeo, l’euro venne definito carta straccia, e venne detto chiaramente che le prospettive di un recupero stabile dell’area euro erano una pura illusione. Insomma, disperazione, depressione, panico.

Si arrivò ad un accordo con la Grecia: tornò il sollievo, la speranza, l’ottimismo. L’indice in nove sedute si ripresentò sui massimi di inizio anno, come se non fosse successo nulla.

Allora fu la Cina a far paura: svalutazione controllata dello Yuan. «Ma allora siamo rovinati, loro non crescono, non importeranno più nulla, hanno paura, forse sono in crisi, chissà se i dati sono veri, cosa ne sarà della nostra industria del lusso?».

Disperazione, depressione, infine panico: di nuovo giù a perdifiato verso i 20.500 punti.

Poi di nuovo repentino recupero, una fase di assestamento, e un dicembre che ha deluso tutti quelli che si attendevano il consueto “rally di Natale”.

Il 2016 è iniziato con il botto: le vendite (da panico) sul mercato azionario cinese fanno scattare lo stop totale alle contrattazioni dopo aver toccato il livello soglia del -7% giornaliero. L’Europa è incapace di resistere alle pressioni negative, l’America non riesce a contrastare il pessimismo, e i tg della sera godono nel diramare gli ordinari bollettini di guerra: «Bruciati 20.000 miliardi delle vecchie lire…». La paura vende.

Ma allora, come comportarsi? Semplice: se l’andamento dei mercati è scandito dall’alternanza tra “Orso” e “Toro”, tra “bolle” e “bolle scoppiate”, tra “panico” ed “euforia”, e le nostre emozioni sono un ostacolo, dovremo imparare a investire lasciandoci influenzare il meno possibile dai giornali e dalle pubblicità di rendimenti mirabolanti (nel passato).

Non è facile – ma rassegnatevi: è l’unica strada.

Associate a “panico” l’etichetta di “punto di massima opportunità finanziaria” e a “euforia” l’etichetta di “punto di massimo rischio finanziario”: servirà tempo, anni, per dimostrare (e dimostrarvi) di avere ragione, ma il vostro portafoglio vi ringrazierà.

Ah, per dovere di cronaca: le sequenze testa-testa-testa-testa-testa e testa-croce-croce-testa-croce hanno la medesima probabilità.

Fatevene una ragione.

* “Il problema principale per un investitore – e anche il suo peggior nemico – è probabilmente lui stesso”, Benjamin Graham