AmministrativeRoma merita di più che una gara di comprimari

Ci si accontenta di Giachetti e Marchini, mentre i grandi si eclissano per paura di perdere. Meloni e di Battista, sveglia!

È la corsa dei Numeri Secondi, perché i primi – Di Battista, la Meloni, Marino – restano nelle retrovie e sulla linea d’attacco romana, ai nastri di partenza della campagna elettorale, si allineano volenterosi outsider sospinti dalla forza delle cose a occupare ruoli che mai avrebbero immaginato. L’ultimo è Roberto Giachetti, che oggi ha rotto gli indugi. Sarà candidato Pd a sindaco della Capitale. Una gatta da pelare grande quanto una tigre. Solo quattro anni fa, nel 2012, la segreteria dei Democratici lo fece fuori dall’elenco dei “garantiti” alle Politiche e lo costrinse a correre alle primarie per riconquistarsi la candidatura in Parlamento, competendo con i mostri sacri delle preferenze romane: questo per dire quale era il suo livello di popolarità tra le nomenclature interne, e quanto sia fuori dagli schemi la sua nomination.
Ma Giachetti non è il solo ballerino di fila che si ritrova improvvisamente a dirigere lo show. Sul fronte del Centrodestra sotto i riflettori c’è Alfio Marchini: alle ultime amministrative titolare di un risicato 9 per cento che andò disperso al secondo turno, ora guest star dell’area moderata per mancanza di altri competitori. Dopo una lunghissima e silenziosa vacanza, è tornato sui social con una presa di posizione in favore del salario accessorio dei dipendenti comunali, chiaro indizio dell’elettorato su cui punta: la vasta area di cittadini che preferiscono un continuismo riverniciato ai propositi rivoluzionari dei moralizzatori.

E poi Fassina, che ancora non si è capito se fa sul serio oppure no, uno che di Roma e di territorio non si è mai occupato perché la sua carriera è tutta sotto l’egida di competenze economiche e incarichi nazionali, e però si è preso un momentaneo posto al sole, pure lui aspettando di capire come agiranno gli altri, chi e come parteciperà alle primarie Pd, cosa farà Marino, cosa farà Tocci. E ancora, più o meno seguendo lo stesso schema, l’annunciata candidatura di Francesco Storace, che ha messo il suo cappello sulla sedia in attesa delle decisioni del centrodestra. “Occupiamo il posto, e poi si vede”.

È un bizzarro destino per la Capitale. Per un ventennio è stata il trampolino di grandi leader nazionali, Rutelli, Veltroni, Fini. Ora assiste al fuggi fuggi di Numeri Uno dalla Meloni a di Battista, dalla Boschi alla Madia

È un bizzarro destino per la Capitale. Per un ventennio è stata il trampolino di grandi leader nazionali – Rutelli, Veltroni, Fini – e di spallate politiche che hanno cambiato gli equilibri e adesso, a meno di sei mesi dal voto, assiste al fuggi fuggi dei Numeri Uno, colti da improvvisa timidezza. A sinistra si erano fatti addirittura i nomi della Boschi e della Madia, pezzi da novanta del potere renziano. A destra Giorgia Meloni sembrava scelta naturale, visti anche i sondaggi. I Cinque Stelle avrebbero avuto strada spianata candidando Alessandro Di Battista. E però tutti nicchiano, temporeggiano, si tirano indietro o si rifugiano dietro la necessità di scelte condivise, e vertici, e summit, e consultazioni della base

“Hanno paura di vincere”, dice la vulgata giornalistica. Sbagliato. Se in campo ci sono solo i Numeri Due è perché i Numeri Uno hanno paura di perdere


“Hanno paura di vincere”, dice la vulgata giornalistica, “Roma è ingovernabile e può mangiarsi qualunque sindaco”. In realtà, Roma non si è mai mangiata nessuno. Neanche Marino, che è stato cucinato e divorato dai vertici del Pd, non certo dalla città, la quale si è limitata al consueto e generico mugugno. Se in campo ci sono solo i Numeri Due è perché i Numeri Uno hanno paura di perdere, e non c’è sondaggio che possa rassicurare gli schieramenti – neppure gli inossidabili del M5S – sugli umori che da qui a giugno avrà la città, incattivita dalle delusioni (l’ultima, il super-prefetto Tronca) ma anche dall’insultante “corsa a sfilarsi” dei grandi partiti e dei nomi importanti. Roma prima deturpata dagli scandali, poi umiliata dalla decapitazione del sindaco e poi guardata come una gran rogna da cui tenersi alla larga. Roma trattata come provincia dell’impero per paura del giudizio dei romani. Non sono le premesse giuste per prendere voti in questa città.

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