Amministrative 2016Centrodestra, il vuoto col nulla intorno

Nessun candidato credibile, nessuna proposta, nessuna idea. Con il rischio che l’elettore smarrito finisca per votare Pd, o Cinque Stelle

Finirà che quelli di destra voteranno in massa per Sala, e persino per Giachetti o – se arrabbiatissimi – per i candidati Cinque Stelle, esauriti dalla partita a scacchi di Berlusconi, Salvini e Meloni che nessuno capisce più. Perché va bene riflettere sulle candidature, ma qua si è passato il confine tra il temporeggiare e il finire fuori gioco, costretti a saltellare sul bordo del campo senza uno straccio di nome a Milano, a Roma, a Bologna, a Napoli, nelle elezioni (quelle per il sindaco) dove i nomi sono tutto perché incarnano linea politica, orientamento, possibile e futura squadra di governo.

Mentre le primarie Pd prendono consistenza nella Capitale con la candidatura di Roberto Morassut, e quelle milanesi si avviano verso l’epilogo del duello Beppe Sala-Francesca Balzani, l’elettorato di centrodestra ha chiara solo una cosa: quelli, i capi, non sanno dove sbattere la testa. E in particolare i due astri nascenti – Salvini e la Meloni, così bravi in tv e così battaglieri nei sondaggi – nel passaggio tra il dire e il fare devono aver qualche problema, visto che non riescono ad accordarsi neppure sul come scegliere questi benedetti candidati, e pencolano tra lo stanco rilancio delle primarie di centrodestra e l’antico rito degli incontri a tre dopo le partite del Milan.

E presto questo elettore comincerà a convincersi – se non l’ha già fatto – che Giachetti quantomeno è onesto, e Sala in fondo è un moderato e per Milano funziona, e a Napoli bah, ai tempi di Bassolino mica si stava male

Il centrodestra sconta un difetto culturale genetico, quello che attribuisce alla leadership un valore totalizzante e mette il resto– programmi, staff, lavoro collettivo – in secondo o terzo piano. Fino a quando ci sono state facce e nomi da spendere, ha funzionato: le Moratti, i Guazzaloca, gli Alemanno, i Maroni, le Polverini, erano assai di più di un coniglio tirato fuori dal cilindro e nel bene o nel male lo si è visto. Ma esauriti i personaggi, e ridotto al lumicino l’inner circle di quelli che hanno conservato appeal e reputazione (forse l’unico è Sgarbi, la lista poi si chiude) si è finiti nel panico per logica di cose. Un panico aggravato dalla consapevolezza che le amministrative saranno il terreno su cui si misureranno i nuovi “pesi” di Forza Italia, Lega e Fdi per decidere del futuro dell’alleanza e della sua struttura dirigente.

Ma all’elettore di destra tutto ciò non interessa. Da settimane vede in tv questi aspiranti sindaci di sinistra dire, fare, cercare voti. E non c’è un contraltare, uno che dica: così no, la tua idea di Milano, di Roma, di Napoli, di Canicattì è sbagliata, l’idea giusta ce l’ho io. E presto questo elettore comincerà a convincersi – se non l’ha già fatto – che Giachetti quantomeno è onesto, e Sala in fondo è un moderato e per Milano funziona, e a Napoli bah, ai tempi di Bassolino mica si stava male. Così il sì ai candidati renziani, che avranno le loro liste personali e saranno votabili anche senza mettere la croce sul simbolo Pd, comincerà a sembrare un’opzione praticabile.

Cari di centrodestra, datevi una mossa. In tv siete i leader dell’estremismo assertivo, con soluzioni nette per ogni emergenza, da Banca Etruria ai rifugiati sui barconi, ma andando avanti di questo passo il vostro elettorato comincerà a pensare che non sapete governare neanche casa vostra.

Mentre gli altri risalgono le chine dell’abisso, in particolare a Roma, se non riuscite a stabilire chi fa cosa alla vigilia di una tornata amministrativa di grandissimo rilievo politico, correte un doppio rischio. Il primo, che vi si sospetti di segreti patti col nemico, una sorta di Nazareno a misura di città coi i sindaci regalati a “loro” in cambio di chissà cosa. Il secondo, di finire catalogati come chiacchieroni da talk show, suocere col ditino alzato che sanno solo criticare: un’accusa che possono permettersi i grillini, con la loro identità di opposizione di sistema, ma che per voi, alfieri della “politica del fare”, sarebbe una ben triste nemesi.

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