Guardiamo nel cervello di un giocatore di football

Le ricerche sui traumi cranici e il loro ruolo nelle malattie neurodegenerative, in particolare per l’encefalopatia traumatica cronica, iniziano da qui. Il problema è che non è detto che possano portare a risultati concreti

Il cervello sul tavolo apparteneva ad un giocatore di football professionista defunto. È più grande del normale, il suo proprietario doveva essere un uomo ben piazzato. Non ne sappiamo altro nel momento in cui Ann McKee comincia a tagliarlo a fette.

Bastano pochi minuti per giungere ad un’altra conclusione: questo cervello è un casino.
“Secondo me questo tipo ha sofferto di ETC,” dichiara McKee, professoressa di neurologia e patologia alla Boston University School of Medicine e direttrice di neuropatologia ai New England Veterans Administration Medical Centers. Assistita dai suoi colleghi, arriverà ad esaminare il tessuto cerebrale fino al livello microscopico per verificare con certezza la validità di questa sua affermazione. Sono subito visibili i tipici segni di atrofia, la riduzione dei delicati tessuti cerebrali in diverse zone.

Sono parte di un piccolo gruppo di osservatori che sta osservando la dottoressa McKee mentre affetta il cervello del giocatore come si trattasse di una pagnotta. Man mano che procede, deposita ciascuna fetta sul tavolo indicandoci i segni distintivi della malattia.

È incredibile cosa combinano ai propri cervelli,” ripete spesso esasperata. Ci troviamo in un laboratorio del campus di un ospedale alla periferia di Boston, dove la McKee dirige la più importante banca di cervelli degli Stati Uniti e studia gli effetti dei traumi cranici.

Da qualche anno è divenuta una destinazione comune per i cervelli di giocatori di football professionisti, solitamente donati poco dopo la morte dai familiari interessati a favorire la ricerca necessaria alla comprensione della ETC.

Svariati studi degli ultimi 15 anni hanno trovato una connessione tra la malattia, tra i cui sintomi visibili troviamo difficoltà cognitive, disturbi dell’umore, mal di testa, pensieri suicidi, al tipo di trauma cranico ripetuto a cui vanno spesso soggetti i giocatori di football come gli atleti di altre discipline e sporta da contatto (vedi “Are Young Athletes Risking Brain Damage?”).

Il cervello che la McKee sta scomponendo con calma, sembra raccontare una storia ben evidente delle conseguenze che il football ha avuto su di esso, non meno del resto delle prove raccolte dalla squadra di ricerca. McKee ed i suoi colleghi hanno trovato prove della malattia in 88 dei 92 cervelli di giocatori della NFL esaminati, nonché in 45 su 55 cervelli di ex giocatori di college. Eppure, per quanto ad effetto, questi numeri dovrebbero essere presi con un a misura di cautela. Come riconosciuto dalla McKee, si tratta di un campione non obbiettivo, visto che nella maggior parte dei casi, le famiglie hanno donato il cervello alla ricerca proprio a causa del sospetto dell’esistenza di un problema.

I numeri non ci danno una misura di quanto la malattia sia comune, né ci chiariscono granché quale ruolo abbiano in essa le concussioni cerebrali. Quando cominciò a studiare la ETC, la McKee si dichiarava convinta che le concussioni fossero la chiave di tutto. Ora, lei ed i suoi colleghi stanno scoprendo che circa il 20 percento degli individui a cui sia stata diagnosticata la ETC hanno subito colpi alla testa, ma non necessariamente una concussione. Ci sono poi casi di pazienti con un numero anche relativamente alto di concussioni ufficialmente dichiarate che non hanno sviluppato la malattia.

In altre parole, i cervelli dei giocatori di football professionisti possono dirci poco sulle cause della ETC. Le domande a cui hanno dato origine invece, hanno fatto partire un dibattito nella comunità scientifica sulla relazione tra traumi cranici, sintomi e scoperte patologiche post-mortem. Non è nemmeno chiaro se il disturbo, diagnosticabile solo post-mortem, si può dare per scontato in chi abbia subito un trauma cranico, spiega Rebekah Mannix, medico del centro d’emergenza al Boston Children’s Hospital nonché co-direttore del centro dedicato ai danni cerebrali dello stesso ospedale e assistente alla cattedra di pediatria della Harvard Medical School. “È difficile riuscire a formulare un qualunque tipo di criterio diagnostico generale a partire da una fascia di popolazione auto-riferita,” spiega Mannix.

Secondo la McKee, i risultati delle sue ricerche suggerirebbero la durata del periodo in cui il soggetto è stato esposto a ripetuti traumi cranici è direttamente correlata alla gravità del caso. Si fanno imperativi degli studi che facciano uso di accelerometri per seguire la storia degli impatti cranici subiti da un individuo, cumulativi e lungo l’arco della loro intera vita.

Idealmente, questi studi seguirebbero anche cose come nutrizione, prestazioni neuropsicologiche ed altri parametri sulla salute, permettendo agli scienziati di raccogliere abbastanza dati da rilevare collegamenti e nessi. Sfortunatamente, questo implica un’attesa forse pure di decenni prima che il dibattito sulla ETC possa essere risolto, sul come e perché si presenta e cosa significhi per determinate categorie come quella dei giocatori di football.

Articolo tratto da technologyreview