Le app anti-stress? Non funzionano (quasi) mai

Le soluzioni tecnologiche non possono sostituire la compagnia degli esseri umani, per quanto molti ne farebbero a meno

Dietrofront. Di fronte alla enorme quantità di app che aiutano a vincere lo stress, a sentirsi meno tristi, a essere meno soli, la reazione giusta (pare) è: no, grazie. Lo dice John Torous, psichiatra della Harvard Medical School, che ha passato gli ultimi anni a studiare queste nuove applicazioni. Risultati? Nessuno. Anzi, uno sì: è meglio stare con gli esseri umani.

Il problema, spiega in questa intervista a Fastcompany, è che nonostante i milioni di dollari che vengono versati in questi nuovi “ritrovati” miracolosi, non ci sono prove che ne dimostrino l’efficacia. Alcune app “ci permettono di sentirci un po’ meglio con l’umore”, spiega ma “non hanno alcun effetto su questioni più gravi e complesse”. Come l’ansia, ad esempio. Per non parlare di vere e proprie malattie, come la depressione.

Eppure, a quanto pare, gli utenti le vogliono. Da un lato è una risposta a un bisogno poco considerato. In generale, le cure fisiche hanno la meglio sulle questioni mentali. Il mondo dei disagi psicologici ha ancora, in molte parti del mondo, qualche difficoltà a esprimersi. Per non parlare di quel che riguarda le cure. E allora, ecco una app: una soluzione pronta per l’uso che, però, non è detto che funzioni.

“Non ci sono effetti negativi dimostrati. È difficile saperlo”. Anche perché le aziende che le producono custodiscono con cura il segreto industriale. Non si può sapere su quali studi e metodi scientifici si reggono, quali cure empiriche supportano, quali risultati sperimentali mantengono. Su 700 app per la mindfulness, solo 23 riguardano davvero la mindfulness”.

Per cui, prima di affidarsi agli smartphone per curare i propri disagi, meglio pensare se, davvero, ci si sente così tristi.