Liberate Sanremo da politica e contenuti, e lasciateci la canzone(tta) d’amore, grazie

Ogni anno ci riprova a propinare canzoni serie su temi importanti. Non è quello che sa fare, e nemmeno ciò che gli italiani vogliono. Cantare l’innamoramento ingenuo, quello sì, gli viene bene

Persino nell’Italia frammentata dai diversi amori che chiedono parificazione civile, legalità e Cirinnà, Sanremo torna e canta lo stesso amore che ci ha impartito per sessantasei edizioni: unico, pomposo, zuccheroso, doloroso, banale. Patty Pravo canterà che «a noi bastava l’amore, il resto ci poteva mancare per ridere, per scherzare e poi svenire» : il pattern immutabile che si riproduce nella bambagia dell’indifferenza all’impegno civile, all’istanza morale, all’innovazione del linguaggio.

Grande Sanremo, quando se ne fotte di ibridarsi con l’Arezzo New Wave, il Coachella, il Pistoia Blues, il Primo Maggio, Action Aid, Change.org e ci inietta Nilla Pizzi nelle vene. E ci fa volare nel blu dipinto di blu (Modugno, 1957). E ci porta al mare per farci sognare e farci dire che non vogliamo morire (Patti Pravo, 1997). Anche perché si può amare da morire, ma morire d’amore no (Neri Per Caso, 1995).

Nano, invece, Sanremo quando vuole superare se stesso, innovarsi, allargarsi, impegnarsi, ringiovanirsi, ricordarci che al mondo ci sono anche i manicomi, i migranti, la mafia, il traffico d’organi, il bullismo. «Sarà capitato anche a voi di avere una canzone in testa brutta brutta e il messaggio che noi qui vogliam comunicare con questi ritornelli è: vincere l’odio». Elio e le storie tese non ne avranno per nessuno, men che meno per le canzoni che denunciano, militano, insegnano un messaggio: le più brutte, appunto.

Persino loro sanno che sotto le stelle di Sanremo non possiamo fare altro che baciarci «senza parlar, al lume di mille fiammelle, è dolce sognar» (Nilla Pizzi – Achille Togliani, 1951), non possiamo pretendere molto di più di quello che i secoli ci hanno suggerito essere il senso dell’esistere e cioè sfasciarci il cuore per un altro essere umano, non possiamo che decrescere sfrondando l’inessenziale e lasciando indisturbato il cuore matto, matto da legare (Little Tony, 1967), che fintanto che batte ci rinsalda alla speranza di trovare, un giorno, un po’ d’amore anche per noi, per noi che siamo nullità nell’immensità (Don Backy, ancora 1967).

Per quanto cogente sia la riflessione sul dramma dei migranti (obiettivo, per questa edizione, di Irene Fornaciari e della sua Blu, dove un pescatore bello come Gesù, prende in braccio una donna in mezzo al mare: ventiliamo l’ipotesi che si sia ispirata alle vignette sui libri di catechismo della CEI), a Sanremo viene meglio sfidare la finitezza umana e far correre le ore con mille carezze e mille baci in ogni istante (Celentano, 1961).

Canteranno i Bluvertigo che «semplicemente anche un fatto da niente attraversato dalla corrente nello spazio e nel tempo, nasce piccolo infinitamente, poi diventa troppo importante». Proprio quei Bluvertigo che fino a qualche anno fa condensavano mezzo liceo classico in ogni loro canzone (avendo pensato, all’altra metà, già Franco Battiato). Tom Waits ha detto che la canzone è nata subito dopo la ciotola, per celebrarla. Non è necessario un grande sforzo esegetico per capire cosa intendesse: il mestiere delle canzoni è elogiare la banalità delle cose o, se preferiamo, la cosità (parola che esiste nella facoltà di filosofia) del banale.

Enrico Ruggeri ne è consapevole ed ha preparato «il primo amore non si scorda mai», invidiabilmente più ovvia della tabellina del cinque: nella motivazione del premio Lunezia, assegnatogli qualche giorno fa, si legge che «Ruggeri dimostra di sapere perfettamente che a Sanremo non si canta solo la propria canzone ma si canta quel palco: tema d’amore classico, con un linguaggio verbale che propone quella grazia e lievità tipiche della canzone d’autore».

Parole che verrebbe voglia di far imparare a memoria nelle scuole (sempre che assegnare ai bambini versi da memorizzare non sia passibile di ricorso al Tar) o, almeno, di far scrivere due milioni di volte sulla lavagna del loro cuore a Noemi e Marco Masini, rispettivamente interprete e autore di La borsa di una donna, una nenia mortificante sulle sofferenze che la sensibilità femminile accatasta e accumula, nella silente impotenza di chi nasce col genere più sfortunato addosso. «Nascosto in una tasca c’è quel viaggio che è una vita che vorrebbe fare, milioni di scontrini, l’inutile anestetico del suo dolore». Anestetico: è scritto davvero. Fa l’effetto straniante che fece Brian Molko quando salì sul palco del Festival e sfasciò chitarre e casse, sotto l’imperterrito sguardo di Raffaella Carrà, mixato alla profonda commiserazione per un ragazzino che aveva bisogno di plastificare l’avversione al sistema.

Era il 2001: Sanremo era già bersagliato da annunci di tracollo, perdita del quid, scadimento qualitativo, nequizia nazional-popolare, trash. Ora come allora, nonostante la nostra sciagurata e irragionevole ingratitudine verso i suoi miracoli di levità, ovvietà e alte lodi alle ciotole, il festival viene a cercarci. E noi già abbiamo sprecato molto fiato per dire che non ci riconosciamo nel ritratto che crediamo ci abbia fatto. L’immagine di un Paese dove ancora le storie d’amore finiscono con uno che dice di voler esplorare nuovi lidi e un altro che gli ricorda che non scoprirà un accidenti di speciale, là fuori («via da qui, via da qui, cosa ti aspetti di trovare», canteranno Caccamo e Iurato, già annientati dalla critica, che li ha accusati di banalità del male e viceversa).

Non vogliamo che Sanremo assomigli al nostro archivio di Whatsapp bensì al nostro Tumblr, il diario virtuale per immagini dove ci sofistichiamo e ci improvvisiamo esperti dell’arte vera, quella che squarcia il velo dell’ovvio, cerca la verità, irrompe nelle coscienze. Grazie al cielo, però, Sanremo ci vuole troppo bene per non salvarci da noi stessi e per questo, da 66 anni, ci viene a cercare: per non lasciarci soli con le nostre ossessioni produttive, cervellotiche, stancanti. Per dimostrarci quanto bene faccia a una nazione intera, laureata, europea, eccellente e richiedente meritocrazia, una canzonetta fessa sul primo amore che non si scorda mai.