Perché il gioco vale la candela

Un’antica espressione con un significato noto a tutti, ma la cui origine è misteriosa. C’entra il gioco delle carte

È una locuzione proverbiale, usata quando uno sforzo richiesto non sarà, con ogni probabilità, compensato dai risultati che ne derivano. Non ne vale la pena, o meglio: il gioco non vale la candela. Perché si dice così? Quale astruso meccanismo riesce a mettere insieme due cose così lontane come il “gioco” e la “candela”? Semplice: la storia e, come al solito, il problema dei soldi.

Secondo le ricostruzioni, l’espressione nasce nel medioevo – o pochi secoli più tardi. All’epoca, nelle case e nelle osterie, il tempo passava giocando a carte, spesso a soldi. La sera si stava a lume di candela (non esistendo, come è ovvio, l’elettricità), che aveva un costo non indifferente. Chi ospitava i giocatori veniva ricompensato per il costo dell’illuminazione, cioè per la candela. Poteva essere uno dei giocatori, o un oste.

E allora quando il gioco non vale la candela? Quando i soldi vinti erano così pochi che non sarebbero bastati nemmeno a coprire la propria quota per la candela. Il gioco, insomma, non è sufficiente nemmeno per vedersi. Una situazione che, dopo l’arrivo dell’elettricità, è uscita dall’immaginario di tutti.

In Svizzera l’espressione è diversa: è il santo che non vale la candela, non il gioco. Qui si fanno calcoli sull’abilità del santo di fare miracoli. Se è bassa, è meglio evitare di sprecare una candela. Meglio investire in santi più efficienti e remunerativi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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