Perfetti sconosciuti, ovvero perché il segreto è la nostra salvezza

L’ultimo film di Paolo Genovese racconta un esperimento pericoloso: rendere pubblici, a una cena, i messaggi che arrivano sul cellulare. Con i disastri del caso

Ho visto Perfetti Sconosciuti al cinema. L’ho visto con delle aspettative medio-alte, che è una cosa che tendo a non fare mai nella vita, su nulla. Per via della mia impronta emotiva borbonica, fortemente votata alla scaramanzia assoluta, infatti, tendo sempre ad aspettarmi che una cosa andrà di merda (o che mi farà cagare), così se poi va bene (o mi piace), ne traggo maggiore soddisfazione. Filosoficamente, insomma, sono l’antitesi umana della Legge dell’Attrazione. Detto ciò, tuttavia, su Perfetti Sconosciuti avevo un buon feeling e devo dire che non è stato smentito.

Avrete probabilmente già visto il film, ne avrete già letto varie recensioni e soprattutto una quantità indefinita di vostri amici e conoscenti ve l’avrà caldamente consigliato. E posso dirvi che nessuno di essi aveva torto, perché esistono diverse valide ragioni per vedere questo film.

Innanzitutto il film è godibile, è un film verbale e verboso, “di scrittura” come si suol dire, ciononostante scorre via che è una bellezza, con agilità, senza incepparsi in manierismi e narcisismi, e senza annoiare. Sfruttando anzi una sorta di superficialità apparente, il film scava dentro gli spettatori, a posteriori, quando lo si lascia decantare, nelle ore successive alla visione in sala. E questo pare succeda con tutte le frange di pubblico, di qualunque orientamento e status esse siano, perché questo film è trasversale e unisex.

Quando inizia la cena, in pochi minuti, lo spettatore è seduto lì, a tavola con i protagonisti, simpatici, romanacci, cordiali (anch’essi seduti per buona parte del tempo, quindi l’immedesimazione è quasi totale e immediata), e si ritrova nel giro di un’oretta ad assistere a uno psicodramma di gruppo,

Spesso e volentieri, il film vi farà sorridere e ridere, non tanto per le battute sofisticate (che non ci sono e non dovevano esserci), quanto per la familiarità del contesto e per il talento del cast, che rende il tutto straordinariamente realistico (Giallini è forse il personaggio più positivo e non a caso è il più maturo, mentre Mastandrea continua a essere un fico clamoroso, perché come i veri fichi fanno, sta invecchiando senza nasconderlo e resta uno dei migliori volti per interpretare il vero maschio italico; ma anche gli altri non sono da meno, inclusa Anna Foglietta che avevo in passato conosciuto in un film orrendo che si chiamava “L’Amore è Imperfetto”).

Perfetti Sconosciuti è estremamente “real life” e lo è da subito: dalla paranoia sul vino biodinamico da portare a cena a casa degli amici, al marito che si chiude al cesso col telefono e finge di espletare i propri bisogni fisiologici, per trovare il suo spazio in una casa popolata da moglie, due figli e madre/suocera rimasta vedova. Quando inizia la cena, in pochi minuti, lo spettatore è seduto lì, a tavola con i protagonisti, simpatici, romanacci, cordiali (anch’essi seduti per buona parte del tempo, quindi l’immedesimazione è quasi totale e immediata), e si ritrova nel giro di un’oretta ad assistere a uno psicodramma di gruppo, nel quale le identità multiple di ciascuno vengono svelate. Come? Grazie a un gioco che io non accetterei di fare nemmeno se in cambio mi comprassero una Birkin, ovverosia mettere gli smartphone sul tavolo e condividere con i commensali qualunque messaggio, whatsapp, email o telefonata fosse arrivata nel corso della cena.

Ed è qui che, poco per volta, il film svela la sua vera natura, il suo messaggio – che è chiaro – e la sua direzione. È qui che il film diventa stronzo (come stronza è colei che propone di fare questo gioco al massacro di cui resterà essa stessa vittima) e morboso, perché di colpo di scena in colpo di scena, aspettiamo che i personaggi crollino, uno per volta, rivelando un sé altro, di cui tendenzialmente avere vergogna, che fino a quel momento era rinchiuso nella “scatola nera”, nello smartphone, celato a chiunque, soprattutto a chi ci vive accanto, soprattutto a chi ci conosce da una vita intera.

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È qui che il film va a toccare ciascuno di noi, che non siamo più semplicemente seduti a tavola con i personaggi della messinscena, ma ne diventiamo protagonisti, poiché siamo nelle nostre vite interpreti della medesima pantomima. Ed è per questo che finiamo col riconoscerci in loro, finiamo col ritrovare il nostro vissuto, tipi umani che abbiamo conosciuto, amato, odiato, che siamo stati e che siamo diventati. La scrittura dei personaggi è eccellente, la sceneggiatura è plausibile e la credibilità generale è disarmante.

Aspettiamo che i personaggi crollino, uno per volta, rivelando un sé altro, di cui tendenzialmente avere vergogna, che fino a quel momento era rinchiuso nella “scatola nera”, nello smartphone

Tra bugie, falsi allarmi, sotterfugi ed equivoci, Perfetti Sconosciuti mette a nudo umanità vecchie e nuove, tradimenti vecchio stampo (multipli e incrociati), e tradimenti nuovi (digitali, non consumati fisicamente ma ugualmente deflagranti all’interno di una coppia usurata dagli irrisolti). Con precisione chirurgica, Perfetti Sconosciuti colpisce e affonda fastidi e idiosincrasie, sospetti e ambiguità, segnando un punto dietro l’altro: lo smartphone messo sempre in posizione prona, per non mostrare le notifiche; il gruppo whatsapp dal quale si è esclusi (non poche amicizie hanno attraversato crisi a causa di gruppi whatsapp); l’amante salvato con un altro nome in rubrica; le foto hot inviate sulle messenger app; i giochi di ruolo fatti con sconosciuti; la moltiplicazione esponenziale del tradimento per chi è per indole un traditore seriale. E tocca un altro tema, il film: l’omosessualità e la difficoltà del coming out, anche con le persone più prossime, gli amici di una vita, impacciati nel politically correct, arrabbiati perché latentemente omofobi. Un tema quanto mai cruciale e attuale, in questa società italiana, fratturata tra chi rivendica i propri diritti e chi rivendica il diritto di negare diritti.

Ed è questa l’ultima funzione a cui assolve il film. Essere tutto sommato una fotografia realistica, come può esserlo un selfie appena scattato, senza filtri di Instagram, di una generazione di 40equalcosenni, culturalmente variegati, con lavori stabili e lavori precari, con frustrazioni latenti o evidenti (“Ma perché mi sono sposata? A me i matrimoni mettono tristezza” – “Ma perché l’abbiamo chiamato Bruno?” – “Ma perché non ci siamo lasciati? Bisogna imparare a lasciarsi”). Una generazione che ha replicato un modello di vita e di famiglia simile a quello di provenienza, quello genitoriale, ma tendenzialmente fallito, incompatibile coi tempi moderni, non solo per incapacità personali umane, ma anche per il contesto culturale nel quale viviamo, armati come siamo di quell’apparente valvola di sfogo digitale, frivola e immediata, che in ultimo si rivela una trappola, un buco nero che inghiotte quella normalità che per anni è sembrata essere l’unico obiettivo delle nostre vite.

Il film non si risolve, non offre soluzioni, non chiude. Ci lascia quasi con una domanda, un “come sarebbe andata se non avessero fatto quel gioco del cazzo” e ci offre uno sliding doors rassicurante ma amaro, ci fa tirare un sospiro di finto sollievo, ci fa uscire dal cinema contenti che nessuno sappia i nostri segreti, nella consapevolezza che i nostri device sono una roba più intima delle mutande e dello spazzolino da denti.

Perfetti Sconosciuti, in ultimo, sembra lasciarci la palla, liberi come siamo di decidere quanto rispettare le norme (e le ipocrisie) del vivere condiviso, accettandole come parte integrante di questo gioco multi-screen in cui – inesorabilmente – viviamo. O quanto infrangerle. Nella consapevolezza definitiva che “siamo tutti frangibili, chi più, chi meno”.