Stavolta gli applausi sono per Frosinone e Verona

Davanti non cambia nulla, ma questo turno infrasettimanale regala gioie in coda. In attesa del big match di Torino, tra due settimane

Vedere le partite in contemporanea, passando dall’una all’altra, svela molti arcani. Emergono differenze abissali nell’interpretazione del calcio, non tanto tra le grandi squadre e le piccole, ma tra i nomi delle più dotate e blasonate. Schemi, atteggiamenti, velocità, modi di concepire lo sviluppo della manovra: due squadre giocano costantemente in verticale, Napoli e Juve, il loro possesso palla non è mai fine a se stesso e rifugio dei propri beni. La Juve parte dai colpi e i lanci di Bonucci, il Napoli articola maggiormente l’uscita. Per il Napoli l’occupazione del campo si basa non sugli spazi pieni ma su quelli vuoti, l’azione per entrambe comincia con autorevolezza tranquilla ma la rapidità in attacco è la chiave vincente. Il Napoli gioca a un tocco e via, non cerca il predominio fisico, la Juve è oltremodo potente.

Inter e Milan, nonostante alti e bassi simili, giocano antitetiche, alternano fasi di fortuna e sfortuna micidiali, non giocano benissimo e quando l’una era compatta, l’altra era a pezzi, e viceversa, mancano di spirito di comando e spettacolarità ma il Milan sta trovando compattezza dove non c’è grandissima qualità, l’Inter, come ormai è assodato, vive di individualità bizzarre. Hanno vinto entrambe contro avversari deboli, ma ha vinto anche la Fiorentina grazie a un redivivo, Zarate, che pareva un fuoriclasse assoluto e poi si era smarrito, preso al fotofinish al mercato di gennaio.

Delle squadre minori l’evento storico è la vittoria su rigore del Frosinone. La coraggiosa squadra di Stellone ce la fa contro il Bologna che non meritava di perdere. Ma è quasi commovente l’entusiasmo con cui i gialloblu hanno affrontato la serie A.

La classifica intanto è rimasta uguale per tutti, eppure minime mutazioni sono intervenute: la Juve era un po’ stanchina e ha vinto con un autogol del Genoa ( e sarà presto Bayern), ma ha una panchina d’oro. Il Napoli ha più che vinto contro la Lazio. Higuain è inarrestabile e punta di diamante purissimo nel congegno capolavoro del vero gioco nuovo, un po’ come aveva fatto Sacchi, creato da Sarri. Sousa ha meno aplomb, meno sorpresa degli schemi e il pareggio facile, il Milan ha trovato la colla giusta per fare di tanti piccoli giocatori una piccola armata, l’Inter forse ha trovato l’Icardi voglioso e un’idea di formazione e speriamo che non la cambi più. E la Roma? Quando una squadra delude, i giocatori sono mollicci e si infilano risultati uno peggio dell’altro senza alcuna reazione, si cambia allenatore. Un classico italiano. E se, quando arriva l’allenatore nuovo, tutti si rivitalizzano, si impegnano allo spasimo, corrono allo sfinimento, sorge il solito dubbio amletico, l’ipotesi che a sfiduciare Garcia sia stata la squadra. Spalletti ha ottenuto tre giocatori di spessore e ha rivoltato il gioco e imposto una certa armonia con la palla. Peccato che la Roma non duri novanta minuti, si sgonfi e tremi per manifesta inferiorità fisica. Forse Garcia aveva ragione, le préparateur est un con.

Delle squadre minori l’evento storico è la vittoria su rigore del Frosinone. La coraggiosa squadra di Stellone ce la fa contro il Bologna che non meritava di perdere. Ma è quasi commovente l’entusiasmo con cui i gialloblu hanno affrontato la serie A. Una lacrimuccia anche per la prima vittoria del Verona nel campionato, e lacrime sul ciglio per i blucerchiati che credevano di aver vinto e ricavato punti e invece no, rimangono laggiù in fondo. Nessuno si emoziona invece per l’altro pareggio tra Empoli e Udinese.

A margine. Non si attende altro, diciamocelo, che la partita verità tra due settimane. Se i partenopei passano da quelle forche caudine e il suo numero nove non si farà mai male, il tricolore scenderà a sud.