La ricchezza e i “figli di”

In Italia rimane una mentalità di base rivolta a tramandare la proprietà ai propri discepoli, ma spesso gli eredi non si dimostrano all'altezza

È di circa un paio di mesi fa la notizia che il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, appena diventato papà ha donato in beneficienza 18 milioni di azioni di Facebook (pari a 500 milioni di dollari) ad una fondazione filantropica che dovrà utilizzarli per progetti legati alla formazione scolastica e alla salute.

Non è certo la priva volta che capita negli Stati Uniti, dove la riconoscenza verso la società da parte di chi ha accumulato grandi patrimoni è un elemento culturale fortissimo. I super magnati donano perché si sentono in dovere di ringraziare la società per le opportunità di successo ricevute, e nel fare questo non si fanno remore di togliere qualcosa ai propri eredi, con in cambio la speranza di regalare loro “un mondo migliore”, come ha dichiarato Zuckerberg in una lettera alla figlia.

Certo, nel DNA degli Stati Uniti risiede il “sogno americano”, ovvero la speranza che con il lavoro, il coraggio e la determinazione si possa raggiungere la prosperità economica, mentre nei pensieri di ogni italico genitore c’è sempre stata l’idea di aiutare il più possibile i propri figli anche e soprattutto lasciando loro in eredità le proprietà accumulate nel tempo. Peccato che i figli spesso dimostrano di non meritare tutta questa generosità, dandola fin troppo per scontata.

A onore del vero in questi ultimi anni molti figli sono riusciti ad andare avanti solo grazie ai risparmi (e ai privilegi) accantonati dai genitori e dai nonni, non avendo più la possibilità di accumularne di propri. Ma al di là di queste situazioni, i potenziali filantropi ci sarebbero anche da noi (e in effetti qualche caso c’è stato), solo che in Italia rimane una mentalità di base rivolta a tramandare la proprietà ai propri discepoli, che affonda le proprie radici storiche nel latifondo romano. Basti pensare che fino al 1866 esisteva ancora il “maggiorasco”, l’istituto per il quale l’intero patrimonio veniva trasmesso integralmente al primogenito di sesso maschile al fine di assicurarne l’integrità. Tutt’oggi, a differenza di altri stati, la legge italiana non consente di diseredare i propri figli a causa della “legittima”, ovvero la quota di patrimonio indisponibile che è una delle più alte in Europa.

A causa di questa mentalità post-latifondista, mi chiedo:

– quanti figli di imprenditori hanno mandato le aziende dei propri padri in malora perché hanno dimostrato di non essere in grado di gestirle? Quanti di questi avrebbero avuto qualche chance di riuscita in più se fossero cresciuti “con la fame” di farcela e di arrivare?

– quanti figli hanno continuato il lavoro “sicuro” del padre professionista, con lo studio avviato, lasciando nel cassetto il loro sogno di fare un altro mestiere per paura di rischiare o di deludere i genitori?

Continua a leggere su Linkiesta

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta