Col ritiro di Bertolaso il Cav mette all’angolo la destra

È il '93 alla rovescia. Berlusconi mira a marginalizzare la destra "lepenista" di Salvini e Meloni, ma l'uscita di scena di Bertolaso rischia di creare gravi problemi anche a sinistra

È il ’93 alla rovescia, l’endorsement di Casalecchio del Reno al contrario, il centrodestra che molla la destra (ammesso che le due etichette abbiano ancora senso) e va per conto suo, con il “civico” Alfio Marchini. E anche questa volta sarà un test di portata nazionale, come successe ventitrè anni fa, quando il beau geste del Cavaliere in un centro commerciale («Se fossi romano voterei Fini») rese plausibile per l’elettorato moderato il voto al capo del Msi.

Allora si ufficializzò lo sdoganamento della destra. Oggi si lavora alla sua marginalizzazione, perché è evidente che l’obiettivo del Cavaliere è tagliare la strada a Salvini, dimostrare che il suo progetto lepenista è minoritario, umiliare lui e i suoi alleati romani e poi consegnarlo al giudizio dei maggiorenti del Carroccio: Maroni e Zaia, i quali aspettano da tempo sulla riva del Dio Po che passi il corpaccione del loro giovane leader.

Poi, certo, può succedere il contrario. Può accadere che Giorgia Meloni abbia la forza di imporsi nei numeri della Capitale, tirandosi dietro il progetto Lega Italia di Salvini e decretando la prima vera sconfitta sul campo di Berlusconi. E anche questo, a modo suo, sarà un test: questa nuova destra barricadera e indipendente avrà il coraggio di fare campagna contro il suo leader di quasi-sempre? Di dire all’elettorato «basta Silvio, votateci per archiviare la sua stagione»? Usare con lui gli stessi toni che Marine Le Pen usa con Sarkozy? E’ la stessa destra che solo tre anni fa linciò Gianfranco Fini per la sua ribellione, esercitata su terreni – la legalità, i diritti – meno scivolosi di qualche seggio in consiglio comunale. Sarà interessante vederla alla prova ora che i fatti non consentono più mediazioni: o con B. o contro B.

Nel 1993 si ufficializzò lo sdoganamento della destra. Oggi si lavora alla sua marginalizzazione, perché è evidente che l’obiettivo del Cavaliere è tagliare la strada a Salvini, dimostrare che il suo progetto lepenista è minoritario, umiliare lui e i suoi alleati romani

Quanto a Silvio, il colpo di teatro era largamente prevedibile. Marchini era stata la sua prima scelta a Roma, ci aveva rinunciato a fatica solo per il veto di Fratelli d’Italia. «Marxini», lo avevano stroncato i Meloniani, chiosando: «Se dobbiamo candidare uno degli animatori della Fondazione D’Alema, meglio D’Alema». A tenere aperta l’opzione ci avevano pensato i sondaggi, dove Alfio ha mantenuto sempre i punti suoi – intorno al 10 per cento – nonostante il progressivo affollamento di candidati nell’area moderata: Bertolaso e Meloni ma anche Storace, Di Stefano di Casapound, Iorio del Msi, persino Adinolfi del neonato partito della famiglia, e giù per li rami delle cento schegge politiche etichettate a destra che la campagna elettorale mette in moto nella Capitale, da Forza Nuova ai partiti degli ultras. Quel 10 per cento è il “tesoretto personale” che rende Marchini più utile di altri, anche perché conquistato senza sovraesposizioni tv, quindi meno sospettato di essere una transitoria bolla mediatica.

À la guerre comme à la guerre, insomma. E tra gli spiazzati dalle scelte del Cavaliere ci sono anche quelli di sinistra. Finora, in nome dell’istinto antiberlusconiano, hanno fatto un certo tifo per la Meloni, fino al punto che uno serio come Fabrizio Barca ha confessato che tra Giorgia e la grillina Raggi sceglierebbe Giorgia. Ora la logica richiederebbe un dietrofront: con Berlusconi insediato nell’aria del civismo moderato, che si trasforma in diretto competitor del progetto neo-lepenista di Lega e Fdi, gli atteggiamenti dovrebbero cambiare, ma chissà se succederà davvero. Sarà anche questo un test, un punto di vista da cui guardare le cose, per capire dove va la politica e come si adatta ai nuovi schemi. Altro che Milano, Napoli o chissà dove: dopo un sonno durato un ventennio, anche stavolta il laboratorio è Roma.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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