Viva la FifaContate fino a Otto, prima di parlare di miracoli nel calcio

Vita e opere di un irriducibile del pallone come Otto Rehhagel, che dopo le sconfitte si è sempre saputo rialzare, per vincere due sfide impossibili con Kaiserslautern e Grecia

Per capire quanto Otto Rehhagel fosse destinato ad una carriera da irriducibile, lo spiega una partita. Anzi, una squadra. Nel 1978, quando allenava il Borussia Dortmund, prese una discreta scoppola da un altro Borussia, il Moenchengladbach. Oggi è il Bvb a dominare le cronache, soprattutto grazie al recente passato firmato Jurgen Klopp, ma negli anni Settanta erano i biancoverdi a dettare legge tra Germania ed Europa: i Puledri erano in corsa per il campionato assieme al Colonia (che poi vincerà) dopo aver vinto negli anni precedenti tre volte la massima serie, la Coppa di Germania, due Coppa Uefa ed aver raggiunto la finale di Coppa Campioni persa contro il Liverpool. Per chiarire meglio il concetto, il 29 aprile di quel campionato di fine decennio il Moenchengladbach scese in campo con una formazione talmente offensiva da passare alla storia: Heynckes, Nielsen, Simonsen, Del’Haye e Lienen tutti titolari per travolgere il Dortmund. In ballo non c’era solo il campionato, ma anche la supremazia in un derby di Renania settentrionale-Westfalia molto sentito. Finirà 12-0. Roba da abbattere un cavallo. Otto Rehhagel concluse lì la sua carriera da tecnico del Dortmund, accompagnato dall’ilarità di chi lo definì lui Torhhagel (tor in tedesco vuol dire gol) e la sua squadra “Bvb 012”.

Di lì a poco, di quel Moenchengladbach resteranno le macerie dopo la partenza di un mito del calcio tedesco come Udo Lattek. Per Rehhagel, invece, è solo l’inizio. Nato ad Essen, la città del “Torrente merda”, vissuta un’infanzia in una famiglia modesta gioca molti anni nella squadra della sua città, prima di passare all’Herta Berlino. Poi la carriera di allenatore, dove comincia a plasmare un gioco che va contro gli ideali di quel tempo. Mentre negli anni 70 comincia ad andare di moda il calcio olandese e tra le altre domina un Moenchengladbach che tutti ammirano per la classe – Simonsen vincerà il Pallone d’Oro nel 1977, primo nella storia del club – e per la fluidità del gioco, Otto basa invece il proprio Fussball su pochi concetti ma chiari. Nasce quello che un giorno diventerà il Kontrollierte Offensive, o attacco controllato, modulandolo su una difesa di due o tre bravi a saltare di testa spesso controllati da un libero e un’ossatura generale dominata più dal fisico che dai piedi. La grinta è la prima cosa. E sembra funzionare, quando nell’ottobre del 1978 lo chiama l’Arminia Bielefeld per salvare la squadra. Rehhagel strappa una vittoria per 4-0 contro il Bayern Monaco (avete presente il Bayern degli anni Settanta no?), ma a fine stagione è una sconfitta a togliergli la matematica salvezza. A Dortmund.

Otto Rehhagel concluse lì la sua carriera da tecnico del Dortmund, accompagnato dall’ilarità di chi lo definì lui Torhhagel (tor in tedesco vuol dire gol) e la sua squadra “Bvb 012”. Di lì a poco, di quel Moenchengladbach resteranno le macerie dopo la partenza di un mito del calcio tedesco come Udo Lattek. Per Rehhagel, invece, fu solo l’inizio.

A Dusseldorf invece, nonostante la finale di Coppa delle Coppe e una Coppa di Germania appena vinta, lo stadio e le casse del Fortuna sono vuote. Così nel 1980 chiamano Rehhagel, che ormai nonostante la poca esperienza da allenatore si è fatto la fama di rivitalizzatore. In squadra c’è il capocannoniere del campionato, Klaus Allofs, che lo definisce un «Vigile del fuoco»: Otto arriva, aggiusta tutto e se ne va dopo un anno e una Coppa di Germania, primo trofeo da tecnico: è la chiave per fargli ottenere subito un altro lavoro. Rehhagel ancora non lo sa, perché magari pensa ad una nuova sistemazione temporanea, ma dal 1981 ci resterà fino al 1995. La fama di tecnico grintoso fino all’eccesso diventerà nota anche fuori dalla Germania per uno degli infortuni più brutti della storia del calcio. Il 14 agosto del 1981 il Werder affronta l’ex squadra di Rehhagel, l’Arminia. Qui gioca Ewald Lienen. Uno che non può essere più diverso dal nostro irriducibile Otto. Immaginate un calciatore vegetariano e pacifista convinto, talmente di sinistra da vedere il proprio soprannome storpiato in Lenin. Uno inoltre così convinto del dover mantenere un basso profilo da rifiutarsi di firmare autografi, per non mostrarsi come un divo del calcio, per dire. Ad un certo punto della gara un avversario, Norbert Siegmann, gli lacera la coscia con i tacchetti degli scarpini provocandogli uno squarcio di oltre 20 centimetri. E così il buon Lienen, il pacifista Lienen, perde la testa e si scaglia contro Rehhagel, accusandolo di aver istigato i suoi giocatori all’aggressività in campo. Per Otto si apre un periodo difficile, tanto che la polizia è costretta a presidiare la sua abitazione, per via di alcune lettere poco amichevoli fattegli pervenire da certi tifosi dell’Arminia.

Otto potrebbe andarsene scortato dalla Polizei. Invece resta e anno dopo anno costruisce un ciclo importante per una squadra che negli anni 70 aveva come suo miglior risultato un 11° posto in Bundesliga. Scopre Rudi Voeller, che con lui diventa subito capocannoniere, oltre a gente straniera all’epoca sconosciuta come Rune Bratseth e Wynton Rufer, rispettivamente un norvegese ed un australiano. Rivitalizza “Manni” Burgmüller e Klaus Allofs e lancia nel calcio tedesco un altro come Karl-Heinz Riedle. Sono gli anni in cui si guadagna il titolo di Konig-Otto (il “Re”) e in cui vince due campionati, due coppe nazionali e la Coppa delle Coppe nel 1992, contro il Monaco di Ettori, Petit, Djorkaeff e Weah, mica quattro scappati di casa. Ma sono anche gli anni in cui i giornalisti lo accusano di arroganza e di idee tattiche vecchie: l’irriducibile Otto non si scosta dal suo credo tattico fatto di fisicità, alla quale si aggiunge nel tempo l’elemento finale, che ritroveremo in tutta una carriera, ovvero il bomber di razza. Allofs, Voeller, Marschall, Charisteas. Dei primi due abbiamo detto, gli altri stanno per arrivare, in contesti molto diversi fra loro.

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Già, perché se uno pensa che a Brema uno come Otto abbia dato troppo e debba andare e fare posto, si sbaglia. Passa per un anno dal Bayern Monaco nel 1995/96 e i tifosi sono gasatissimi: lo vedono dirigere gli allenamenti con un megafono, roba mai vista. Il club spende 22 milioni di marchi tedeschi per rafforzare la squadra: arrivano Herzog, Klinsmann, Strunz e Sforza. La squadra ingrana bene, con 7 vittorie su 7. Poi arriva la sconfitta contro i campioni in carica di Germania. Cioè contro il Borussia Dortmund, ancora tu. Da lì in avanti le cose andranno sempre peggio: si inimica parte dello spogliatoio, giocatori e stampa lo accusano di mettere sempre in campo la stessa formazione, così nonostante l’arrivo in semifinale di Coppa Uefa scatta l’esonero.

Il vero irriducibile si vede qui. Come dopo la fine con il Borussia nel lontano 1978, Otto si rifà subito una vita. A Kaiserlsautern, dove il club naviga in Zweiteliga, la seconda divisione. Per uno che fino a qualche anno prima chiamavano il “Re” dovrebbe suonare un’umiliazione. Ma più che un monarca, alla squadra della città del mitico Fritz Walter serve un vigile del fuoco. Aggiustare e ripartire. Qui Rehhagel ha già giocato e lo chiama Jürgen Friedrich, con il quale ha diviso qualche anno di carriera e che a quel tempo faceva parte di una dirigenza che litigava tutti i giorni per spartirsi poltrone e competenze: «Qui puoi ancora essere Otto», gli dice. Richiama un vecchio amico come Rufer e assieme portano subito la squadra in Bundesliga. E prende la squadra che vuole davvero, quella a sua immagine e somiglianza. All’alto difensore Dane Michael Schjönberg affianca il nazionale ceco Miroslav Kadlec e e due tedesoni come Harry Koch e Axel Roos. Anche il centrocampo è infoltito di mastini come Marian Hristov, nazionale bulgaro che non va molto per il sottile quando deve guardare le spalle a Ciriaco Sforza, Buck, Ratinho e al giovane Michael Ballack. In attacco, Olaf Marschall, che a fine anno farà 21 gol in 24 presenze, sebbene il gol più bello per Otto resta quello di Schjönberg al Bayern, all’Olympiastadion. Lo dice la sua esultanza, lo dicono le sue urla negli ultimi minuti. Mascella aperta ad ampoezze mai viste. Guai a contraddirlo.

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Per chi è nato negli anni Ottanta, quel Kaiserslautern che a fine anno vincerà per la prima volta nella storia il titolo di campione di Germania da neopromossa è un ricordo che è stato rivissuto nel 2004. Solo che al posto di Marschall c’è Angelos Charisteas. Mentre il Kaiserslautern cominciava a sgretolarsi, per Otto era arrivato il momento della avventura da commissario tecnico. Lo aveva chiamato la Grecia, nell’ottobre del 2001. Lì lo aspetta una Nazionale composta da giocatori arcigni come il centrale di difesa Dellas, alcuni più esperti come il portiere Nikopolidis ed altri più giovani come quel pennellone d’attacco di Angelos Charisteas, che gioca a Brema e deve aver sentito parlare qualche volta di un tizio che da quelle parti chiamavano Konig.

Il compito di Otto è quello di prendere questa banda di giovani corpulenti e trasformarla in una squadra di calcio in grado di andare agli Europei del 2004 in Portogallo senza fare grosse figure di palta. Sembra una follia, per un tecnico di 62 anni che trova lavoro in una Federazione che fino a quel momento aveva giocato un Europeo nel 1980 e un Mondiale nel 1994. Ma la scelta operata dalla Grecia ha senso: in quel periodo la maggiore causa dell’insuccesso della Nazionale era legata al fatto che le tre principali squadre del campionato – Olympiakos, Panathinaikos e Aek – facessero pressioni continue sui commissari tecnici per far convocare solo i propri giocatori. Si rende quindi necessario un tecnico straniero e imparziale. L’esordio è agghiacciante: 5 pere dalla Finlandia, ma la qualificazione al Mondiale 2002 è già persa, così Otto ha il tempo per lavorare al torneo di accesso a Euro 2004. Un lavoro sul campo e fuori. Sfruttando la sua posizione di selezionatore imparziale, nei mesi successivi diventa di fatto leader assoluto: «I greci hanno inventato la democrazia, io la dittatura democratica», racconterà anni dopo. A questo si aggiunge una trafila di 15 partite da imbattuto, con la Spagna battuta a Saragozza e costretta al secondo posto nel girone, quindi allo spareggio per andare in Portogallo (e con l’Ucraina di Sheva eliminata).

Sfruttando la sua posizione di selezionatore imparziale, nei mesi successivi diventa di fatto leader assoluto: «I greci hanno inventato la democrazia, io la dittatura democratica», racconterà anni dopo.

Quell’Europeo è un film perfetto. L’esordio contro i padroni di casa. Il primo gol di Karagounis e la corsa pazza sotto la curva degli ospiti. Rehhagel che invita alla calma, ma si vede che vorrebbe strapparsi i vestiti e correre nudo verso il centro del campo. Il primo gol di Charisteas nell’1-1 contro la Spagna. La Francia ai quarti. Dai, contro Zidane ed Henry questo escono. Se si deve cadere, si cadrà da eroi greci. Theo Zagorakis non cade, salta l’avversario con il pallone la mette in mezzo: Charisteas, 1-0, semifinale. L’assedio della Repubblica Ceca, Kapsis che insegue Koller anche in bagno nell’intervallo. La partita-simbolo della Grecia, impeto e assalto da veri spartani. Si resiste, poi Dellas di testa. Finale, ancora Portogallo, ancora Charisteas. Ronaldo piange ed Eusebio deve dare la coppa agli avversari.

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Per Otto l’irriducibile un altro Europeo e un Mondiale, prima delle dimissioni nel giugno 2010. A 73 anni è tornato all’Herta, nel 2012, dove non è riuscito a evitare la retrocessione nello spareggio contro quel Fortuna Dusseldorf allenato a fine anni 70. Un altro ricorso storico, come le sfide perse contro il Dortmund dalla quali si è sempre rialzato. Sì, Otto è un irriducibile.

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