I Boreali, i film del Nord Europa in mostra a Milano

Una rassegna di cinque opere che mescolano tematiche di genere, oniriche e storiche. Rivisitazioni di temi storici e interpretazioni della cultura e del modo di pensare dei Paesi del Nord

La scena si apre, dopo i titoli di testa, con una stripteaser che ancheggia in stop motion su uno schermo nero: capelli biondi vaporosi, un bouquet di piume e tulle e un abito scintillante da soubrette anni ’70. Mentre la donna si spoglia, non è ben chiaro dove il film voglia andare a parare, sembra solo una sorta di omaggio al cinema sperimentale anni ‘70. Poi il finale spiazzante. Lo spogliarello non si limita ai vestiti: la donna inizia a levarsi una dopo l’altra le parti del corpo, che si disperdono nello spazio cosmico.

È da questo film del ’72, Take off, della regista svedese Gunvor Nelson che Lorenza Pignatti ha preso le mosse per allestire la sua retrospettiva di cinema sperimentale del Nord Europa. Una serie di cinque film, tutti di registe donne diverse per tecnica, età e paese d’origine, che sarà presentata questa sera nell’ambito del festival I Boreali, promosso dalla casa editrice Iperborea.

«Volevamo fare una mappa dei paesi nordici attraverso alcuni film», spiega Lorenza Pignatti. «Narrare il reale attraverso artiste diverse, punti di vista diversi e linguaggi diversi. Siamo partiti dalla più anziana, Gunvor Nelson, che lavorava già negli anni ’70 con l’animazione e il collage».

Il film di Nelson, che chiude la retrospettiva, è in realtà l’unico ad affrontare una tematica di genere, con la sua sistematica decostruzione dell’iconografia del corpo e dell’identità femminile. «Abbiamo cercato artiste che lavorassero su temi svariati», spiega Pignatti: «È bello riprendere un film del ’72 come Take off , ma adesso i temi affrontati dalle artiste sono molteplici: temi sociali, indagini oniriche… La tematica di genere sarebbe stata riduttiva».

«Take off », spiega Lorenza, «è la storia di una vera strip-teaser il cui corpo diventa un’iconografia che si smembra, si ricompone e si disperde nell’universo. Il tutto utilizzando la stop motion (o passo uno). Sono partita da questa tecnica e ho cercato altre artiste che la utilizzassero. Avevo già visto Lene Berg qui in Italia nel 2013, in mostra nel padiglione norvegese con un lavoro collegato a Edvard Munch che si intitolava Attenzione alla puttana santa. Perché la Norvegia è stata il secondo paese in Europa che ha dato il voto alle donne, è indubbiamente un paese in cui la donna è molto emancipata, ma per Munch la donna era anche un’entità minacciosa, Madonna ma anche tentatrice e vampiro».

I film di Lene Berg presentati durante la rassegna sono due, ed entrambi prendono le mosse da un avvenimento storico che potremmo definire minore per parlare del rapporto arte e memoria e arte e potere. The Man in the Background al primo impatto sembra un filmino di famiglia. E infatti mostra una coppia in viaggio per l’Europa, perché il marito organizza alcuni incontri internazionali promossi dal Congress for Cultural Freedom, un’associazione culturale che ha promosso conferenze, pubblicazioni internazionali e borse di studio in più di 30 paesi tra il 1950 e il 1967.

In realtà questa blasonata associazione non era altro che una lega anticomunista sovvenzionata dalla Cia. Una volta venuta a galla la verità, il protagonista del filmato, l’agente segreto Michael Josselson, cadrà in disgrazia e sarà costretto ad abbandonare gli Stati Uniti.

«Lene Berg», spiega Lorenza, «prende questi 8 minuti di filmino di famiglia e li ripete per 3 volte, e ogni volta la sua voce narrante è diversa, perché la prima volta interpreta la versione ufficiale, la volta dopo inizia a farsi delle domande (questa associazione vuole davvero promuovere la libertà? O ha altri scopi nascosti?), mettendo perciò in discussione l’istanza del reale. Attraverso questo fatto intimo dunque – il viaggio di una coppia – Lene Berg parla della storia di quegli anni, dello spauracchio comunista, del rapporto degli artisti con la politica.

Il secondo film di Lene Berg presentato nella rassegna, Stalin by Picasso or Portrait of a Woman with Moustache, è invece realizzato con il collage e lo stop motion «il che mi ha fatto subito pensare di poterlo mettere vicino a quello di Gunvor Nelson», racconta Lorenza. Si tratta di un episodio storico che ha a che fare con Picasso e il suo disegno a carboncino del dittatore Stalin. In pratica, la storia di una censura.

Non si tratta solo di un video: l’opera comprende anche un libro e un’installazione che è stata presentata nel 2008 alla Cooper Union di New York, e che, come manifesto pubblicitario, esponeva proprio il disegno di Stalin fatto da Picasso. «E anche questa volta, ben 55 anni dopo, la comunità ucraina ha voluto censurarlo, perché ricordava loro la carestia voluta da Stalin negli anni ’30, che fece molte vittime tra i contadini ucraini. Questo significa che c’è un modo per incidere ancora sul reale parlando di storie del passato con linguaggi contemporanei», spiega Lorenza Pignatti.

Anche l’islandese Ragnheidur Gestsdottir con il film As if We Existed documenta un evento: l’esibizione dell’artista e musicista Ragnar Kjartansson, che per sei mesi, nel 2009 ha trasformato il padiglione islandese della Biennale d’Arte di Venezia nel suo atelier per ritrarre ogni giorno l’artista Páll Haukur Björnsson, che fuma sigarette e beve birra in costume da bagno.

Il film apre la retrospettiva perché, secondo Lorenza, è il più accogliente dal punto di vista visivo e non chiede altro sforzo allo spettatore se non quello di «abbandonarsi a questi frammenti di pura bellezza». Una bellezza e una contemplazione artistica, accentuata dal panorama veneziano, interrotta ogni tanto da un’eco del mondo di fuori: le notizie del radio giornale che parlano della crisi in Islanda: un modo di riportare il discorso alla realtà, di fare emergere la preoccupazione dell’artista per ciò che stava accadendo nel suo Paese. «Non a caso», dice Lorenza: «La performance di Kjartansson alla Biennale si chiamava The End, perché l’economia islandese si è poi risollevata, ma in quell’estata sembrava davvero al collasso».

Islandese è anche l’artista, regista e illustratrice Sigga Björg Sigurðardóttir. Il suo film di animazione, che sembra dare un corpo visivo alla dimensione olfattiva, è il più onirico e visionario della rassegna. Si intitola The Smell ed è popolato da bizzarre creature che sembrano avere una ragione e uno scopo che a noi spettatori sfugge. Creature tra il sogno e l’incubo che irrompono in una dimensione che parte comunque dalla quotidianità. Un aspetto, quello casalingo e quotidiano, che emerge da tutti i film della rassegna.

«In Islanda», spiega Lorenza a proposito di The Smell, «la dimensione onirica è molto importante, forse più di quella del linguaggio, perché è un Paese molto ricco di suggestioni visive. Gli islandesi vivono questo clima estremo, questa privazione di luce che li porta a creare dei mondi visionari, anche più dei finlandesi, che sono molto più urbani. Le immagini di Sigga Björg descrivono bene l’Islanda e il suo immaginario più ricco e denso del linguaggio verbale. Con i suoi colori più forti, quasi photoshoppati, come si vedono nel documentario Heima sul tour degli Sigur Rós. Con i quali oltretutto Sigga Björg ha collaborato, realizzando per loro copertine di dischi e vinili».

Una sorta di mappa cinematografica del Nord Europa, dunque: Svezia, Norvegia, Islanda… Un linguaggio sperimentale per raccontare la realtà, il tutto filtrato da uno sguardo femminile: «Abbiamo scelto di realizzare una rassegna tutta al femminile», spiega Lorenza, «perché ancora oggi le donne registe non sono abbastanza conosciute e promosse». Nemmeno nella modernissima Europa del Nord.

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