Il paradosso di Hillary: la vincitrice annunciata che non piace a nessuno

Le primarie democratiche arrivano nella Grande Mela. Ecco Hillary meno sorridente. Più nervosa. Più sola. Costretta ad alzare i toni anche in tv per prendersi lo spazio da primadonna che sembrava suo di diritto e invece sta scivolando via

Oggi si vota a New York, lo Stato che per due volte ha eletto Hillary Clinton senatrice e che secondo le previsioni dovrebbe incoronarla come erede di Obama. Oggi si vota a New York e avrebbe dovuto essere una passeggiata, anzi una marcia trionfale: la Grande Mela è la città di Hillary, il suo mondo, è il cuore del blocco sociale che la sostiene, é la rappresentazione plastica dell’America che scommette su di lei. Ma non ci sono fanfare per questo appuntamento decisivo. Il 10/12 per cento di vantaggio registrato dai sondaggi non basta a far squillare le trombe. Anzi: gli «oh» di meraviglia sono puntati da un’altra parte, sul Prospect Park di Brooklin, dove Bernie Sanders ha riunito una folla sorprendente per il suo comizio di chiusura.

Ventimila persone, un numero enorme per gli standard della città, con i giovani arrampicati sugli alberi per vedere e ascoltare meglio la “vecchia talpa” e gridargli il loro incoraggiamento. Nello stesso momento Hillary parlava al chiuso, in una sala da 500 persone a Staten Island, scelta palesemente dettata dalla necessità di impedire il confronto numerico con l’avversario (che pure tutti i giornali cittadini hanno poi proposto). Basta guardare le foto per capire che Hillary Clinton, alla vigilia della tornata decisiva di questa campagna presidenziale, è una leader molto diversa da quella che un anno fa entrò in campo da sicura vincente, simbolo dell’empowerment femminile e delle infinite possibilità dell’America.

Meno sorridente. Più nervosa. Più sola. Costretta ad alzare i toni anche in tv – una cosa che non le si addice – per prendersi lo spazio da primadonna che sembrava suo di diritto e invece sta scivolando via. E forse è il destino delle prime della classe, le sgobbone, quelle che faticano, e poi si trovano a dover competere col sognatore spettinato dell’ultimo banco, che ha studiato la metà però è simpatico a tutti e ha le intuizioni giuste. O forse solo il frutto degli errori del suo staff, che ha dato per scontata l’equazione «più soldi più voti» di solito valida negli Usa. Sta di fatto che l’immagine di Hillary ha cambiato segno, si è fatta meno smagliante.

Hilary resta la regina delle cene di finanziamento capace di mettere insieme ogni persona che conta del Paese. Lei resta la donna seria, antropologicamente destinata a fronteggiare Donald Trump. E allora perché all’improvviso è tutto così difficile?

Le previsioni (tutte favorevoli) non c’entrano, né c’entra il tema della vittoria finale, che quasi certamente sarà sua. Nulla apparentemente è cambiato rispetto al debutto di otto mesi fa. Lei resta la regina delle cene di finanziamento, la hair icon capace di mettere insieme ogni persona che conta del Paese in una cena da 350 mila dollari a coppia in casa Clooney. Lei resta la sovrana delle relazioni con chiunque abbia potere, con i giornali, con l’impresa, con l’associazionismo di serie A, con lo star system. Lei resta la donna seria, antropologicamente destinata a fronteggiare il populismo sfrontato di Donald Trump. E allora perché arriva al voto della Grande Mela con otto Caucus su nove persi, perché tanta ansia, perché all’improvviso tutto è così difficile? Perché, soprattutto, all’ultimo miglio prima della Convention non ha ancora stravinto ma è costretta a guardare con la coda dell’occhio l’inseguimento di uno come Bernie Sanders, su cui nessuno scommetteva un dollaro?

Si materializza lo spettro del 2008, quando per oltre cinque mesi Hillary fu la candidata certa alla presidenza, con un vantaggio fino a 19 punti su Barack Obama – il più improbabile dei candidati, un nero, figuriamoci – e vide il suo primato sgretolarsi mese dopo mese per difetto di empatia e cuore. Anche allora si affidò alle suo doti naturali, l’affidabilità e la competenza, e al piglio newyorkese del potere che è il suo tratto distintivo: abiti impeccabili, pieno controllo delle emozioni, l’idea di avere dietro di se’ staff implacabili e autorevolissimi. Un po’ Meryl Streep un po’ Anne Wintour (che infatti la sostiene nella corsa), comunque all’altezza di tutto, ai limiti del robotico come osservò qualche commentatore suggerendole di lasciar correre l’umanità almeno ogni tanto. Andò male. Ed è immaginabile che quel ricordo oggi aggiunga stress allo stress, anche se i sondaggisti giurano che stavolta è diverso, anche se tutto fa pensare che stavolta finirà in un altro modo.

E’ il destino delle prime della classe avere paura fino all’ultimo. E chissà se una volta tanto Hillary, la consapevole e tostissima Hillary, la ragazza di ferro che immagini con la valigetta nucleare in mano, e capace di usarla, non vorrebbe essere un po’ meno Hillary e un poco di più Evita: magari perdente ma amata, applaudita, invocata, arrembante verso il traguardo con la forza della seduzione politica anziché con la noia del calcolo e delle relazioni d’alto bordo. Chissà se vorrebbe essere lei al posto di Sanders, una volta tanto nel ruolo del capopopolo arruffato e ispiratore, davanti a una folla strabocchevole, libera anche dal look di gesso che si è imposta in questa campagna elettorale, e magari pure magra come è magro lui, in camicia, a puntare l’indice parlando di università gratis, scioglimento delle grandi banche, salario minimo a 15 dollari l’ora, e a prendersi le urla di incoraggiamento della platea della Cnn e il «Go Hillary» dei ragazzini per la strada.

E’ il destino delle prime della classe avere paura fino all’ultimo. E chissà se una volta tanto Hillary, la ragazza di ferro che immagini con la valigetta nucleare in mano, e capace di usarla, non vorrebbe essere un po’ meno Hillary

Ma forse no. Non si diventa le più brave della classe se si ama la popolarità delle piazze. Hillary sa che il suo destino è suscitare sentimenti tiepidi. Un recente sondaggio di YouGov in Europa l’ha indicata come il candidato preferito (soprattutto in una sfida con Trump): però solo il 20 per cento si direbbe felice per la sua vittoria. Sarà una presidenza senza infamia né lode, prevedono gli europei, e forse anche gli americani che tifano per lei in nome della continuità e della sicurezza. Così Hillary continuerà a essere Hillary, a fare i compiti, a macinare delegati e soldi e a cercare l’unica rivincita possibile contro la solitudine dei numeri primi: battere quello dell’ultimo banco, e poi dirsi «sarò noiosa e antica ma ce l’ho fatta».