TaccolaMobili e dintorni: chi sposta le fabbriche prima o poi sparirà

La mente e il braccio non sono separate come sembra, anche quando si parla di produzione industriale. Uno studio di Regional Studies curato da due ricercatori italiani mette in guardia: se tutta la produzione di delocalizza, l’innovazione e la competitività ne risentono. Irreversibilmente

Quando si parla di aziende, soprattutto quelle dove la tecnologia c’entra poco, c’è una convinzione talmente radicata da non essere più neanche discussa: quella secondo la quale nei Paesi occidentali, ad alto costo del lavoro, devono rimanere le funzioni di design, marketing e amministrazione, mentre la produzione può spostarsi nei Paesi a minor costo del lavoro. La logica sembra non fare la piega: la mente rimane in Occidente, assieme al maggior valore aggiunto, e il braccio si sposta, prevalentemente nel Far East. Ebbene, attenzione: questa separazione potrebbe risultare effimera. Nel senso che il braccio può tranquillamente trasformarsi in mente, e in molti casi lo sta facendo; mentre la mente, senza più fabbriche e spesso neanche più prototipisti, interni o nelle fabbriche della filiera di distretto, rischia di farsi erodere le competenze che aveva. Con essa la capacità di innovare. E, in breve, di ritrovarsi marginale nello scenario globale. È l’allarme che è stato pubblicato in un articolo di Regional Studies, una delle riviste accademiche più autorevoli al mondo nello studio delle economie nei territori. A curarlo sono stati due ricercatori italiani: Giulio Buciuni, postdoctoral research fellow alla Munk School of Global Affair dell’Università di Toronto, Canada; e Vladi Finotto, ricercatore del dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

«Ci sono degli “eroi dell’innovazione” che sono misconosciuti: sono operai che si formano nelle aree di produzione e che, attraverso un processo bottom-up (dal basso all’alto) si rendono indispensabili per la messa a punto dei prodotti, in fase di prototipazione»


Giulio Buciuni, Università di Toronto

«Ci sono degli “eroi dell’innovazione” che sono misconosciuti – spiega a Linkiesta Giulio Buciuni -: sono operai che si formano nelle aree di produzione e che, attraverso un processo bottom-up (dal basso all’alto) si rendono indispensabili per la messa a punto dei prodotti, in fase di prototipazione». Sono quelli che conoscono i segreti dei materiali e che permettono ai disegni di trasformarsi in oggetti. Anche al tempo dei progetti trasmessi da tutto il mondo con un file e delle stampanti in 3D, spiega lo studio, il rapporto tra progettisti, responsabili della produzione e prototipisti è fondamentale per fare la differenza: garantire velocità nell’apportare modifiche, secondo la logica dell’innovazione “incrementale e continua”, fare oggetti personalizzati, gestire la complessità che si viene a creare quando si lavora con clienti di tutto il mondo. Tutto quello che oggi, al tempo del trionfo del “contract” nel mondo dei mobili e della flessibilità portata all’estremo, rappresenta il vero segno distintivo del Made in Italy. Per mantenere questo rapporto bisogna però che esista un contesto produttivo che preveda anche la produzione, almeno in una sua parte.

«È importante mettere in chiaro cosa sia l’innovazione», commenta Buciuni. «Io e il co-autore contestiamo l’idea, tanto di moda negli Usa, ma anche in Italia e a quanto pare anche dello stesso premier Renzi, che l’innovazione sia solo quella delle imprese hi-tech: quella degli “unicorni tecnologici” o quella dei “makers” che partendo dai propri garage arrivano a fare le “exit” (vendita della società ad aziende maggiori o fondi di investimento, ndr). In realtà l’innovazione, per chi la studia, è un processo che richiede continui investimenti; che è presente anche in settori non ad alta tecnologia, come le scarpe o la moda; e che necessita di un “ecosistema” che lavora di concerto».

Laddove le aziende, pur globalizzate, hanno saputo tenere completa la filiera, l’innovazione è maggiore e così la loro capacità di essere competitive

Per spiegare come lavorino questi ecosistemi, l’articolo parla molto d’Italia. Analizza tre settori in cui il Made in Italy si distingue o si è distinto a livello mondiale: l’arredamento, la pelletteria di lusso (borse e calzature) e le biciclette. Per ogni settore sono state messe sotto la lente due aziende, con un ruolo di leadership nel loro settore e con una forte presenza nelle catene di valore globali. Sono stati letti i dati, intervistati i dirigenti e i responsabili della produzione, ma sono anche stati osservati gli operai al lavoro. Il risultato è chiaro: laddove le aziende, pur globalizzate, hanno saputo tenere completa la filiera, l’innovazione è maggiore e così la loro capacità di essere competitive. Quando invece si è delocalizzato tutto tranne la progettazione, sono divenute più marginali, a vantaggio di brand asiatici che si sono imposti come leader mondiali.

Al primo caso appartengono due aziende della pelletteria. Una, in particolare, è un marchio della moda e degli accessori di quelli famosissimi nel mondo, quasi un sinonimo di Made in Italy (il nome è però omesso per ragioni di privacy). Forse non tutti lo sanno, ma l’80% della produzione di tale marchio avviene in Cina. Dove, forse ancora meno persone lo sanno, si realizzano anche i prototipi: il mito che le mani magiche e “intelligenti” siano solo italiane si dissolve in un attimo. Tuttavia, l’oculatezza di questo marchio sta nell’aver mantenuto un 20% di produzione in Italia, nella Riviera del Brenta (Venezia). Un luogo dove si possono sviluppare e testare fino a 3-400 nuovi prodotti all’anno. In quel distretto, dove sono arrivati anche campioni della moda francese come Louis Vuitton, sono mantenute le maestranze senza le quali l’innovazione dell’intero marchio andrebbe incontro a un progressivo declino.

Per capire quello che è successo nelle bici, basta immaginare un mondo in cui gli attuali fornitori romeni dei marchi di scarpe Montebelluna divenissero i brand mondiali a discapito degli antichi clienti

Quasi una controprova di questa prospettiva è data dal comparto della bicicletta. Una volta le aziende italiane e tedesche erano leader produttivi nel mondo e si spartivano i telai di tutte le squadre del Tour de France o del Giro d’Italia. Poi arrivarono gli anni Novanta, si diffuse la fibra di carbonio, il cui processo produttivo molto più “labour intensive” dell’alluminio. Servivano braccia e si trovarono dove costavano meno, come a Taiwan. Eppure nell’ex isola di Formosa le braccia si fecero mente e, attraverso un processo graduale di “upgrading”, si affermarono marchi destinati a diventare leader mondiali, come Merida. Al contrario, le aziende italiane vedevano progressivamente desertificarsi nei distretti pezzi di filiera. Una delle due società analizzate, pur ancora essendo l’unica italiana a fornire telai a una squadra del Tour De France, oggi si limita a disegnare i prodotti. Per realizzare i “mock up”, ossia i prototipi, deve però recarsi a Taiwan. Se si pensa che un designer italiano si sposta più facilmente di una fabbrica, si spiega come mai in passato progettisti siano stati assoldati per andare nell’isola asiatica, portando le loro conoscenze. Il pendolo, insomma, se non c’è più un legame con il territorio, si sposta molto velocemente altrove.

Per capire quello che è successo nelle bici, basta immaginare un mondo in cui gli attuali fornitori romeni dei marchi di scarpe Montebelluna divenissero i brand mondiali a discapito degli antichi clienti. Fantascienza? Forse, considerato che la capacità finanziaria di Taiwan è superiore a quella della Romania. Ma il meccanismo è quello e, avverte Giulio Buciuni, bisognerebbe attrezzarsi per invertire la tendenza. Sì, ma come? La prima decisione, spiega il ricercatore, deve venire dalle stesse imprese leader dei distretti. Quelle imprese (come spiegato in una precedente analisi di Buciuni e Gary Pisano di Harvard, ripresa da Linkiesta) da cui dipende il successo o il fallimento di un distretto. «Ci sono aziende come la Aku, che realizza scarponi per hiking e trekking nel distretto di Montebelluna (Tv), che ha accettato di avere una certa inefficienza, pur di mantenere la produzione in parte in Italia», commenta. Anche una delle due aziende del settore dell’arredamento analizzate nello studio, la Cattelan Italia, ha attrezzato dei laboratori artigianali, nei quali vengono discusse e messe in prova le innovazioni dei mobili.

«Si dovrebbe intervenire nella filiera anche sussidiando attività che non dovrebbero stare in Italia guardando i numeri fuori dal contesto della filiera. Mi rendo conto che è un discorso molto interventista e poco liberista»


Giulio Buciuni

Ma, al di là delle aziende, un ruolo spetta anche alla politica. Un ruolo non marginale: «Si dovrebbe intervenire nella filiera anche sussidiando attività che non dovrebbero stare in Italia [guardando i numeri fuori dal contesto della filiera, ndr]. Mi rendo conto che è un discorso molto interventista e poco liberista», dice Buciuni. Per dirlo con la ricerca, i decisori politici dovrebbero «indirizzare ulteriori risorse alla preservazione o alla ri-creazione di almeno una catena del valore (o filiera, ndr) completa». Questo, aggiunge lo studio, «non dovrebbe essere considerato come un’alternativa alle catene di valori globali. Piuttosto, dovrebbe essere considerato come una configurazione industriale che, mentre insiste sulle competenze locali, è connesso e attrae fonti di innovazione globale». Non si tratta, quindi, di tornare al piccolo mondo antico, ma di vivere la globalizzazione in mondo più consapevole. Perché la mondializzazione, aggiunge Buciuni, è una spinta che costringe le aziende a gestire la complessità. E la complessità, a sua volta, è ciò che, oggi più che mai, ci tiene a galla.

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