Ostile o “impresentabile”, per Renzi la vera minaccia è il Sud

Le grane del Pd in Campania. L'ostilità di Emiliano e De Magistris. La Sicilia allo sbando. Perché Renzi ha un bisogno disperato del consenso del Sud, e perché questo consenso è molto difficile da riscuotere

Ci mancava solo Stefano Graziano, e proprio adesso che Matteo Renzi si era deciso di mettere mano alla “questione Sud”, con il progetto dei Piani Territoriali e l’aperta sfida all’insolita coppia Emiliano-De Magistris, i due ex magistrati su cui fa perno il meridionalismo anti-governativo. Ci mancava solo l’inchiesta sui favori del Pd casertano ai Casalesi per mettere in luce un dato finora rimasto in ombra, e cioè l’enorme difficoltà del premier nel trovare al Sud interlocutori con cui salire sul palco, a cui dare la mano senza rischiare contaminazioni fatali.

La mappa delle classi dirigenti meridionali è chiara e desolante. Il governatore della Sicilia Rosario Crocetta è stato da tempo nascosto nel retrobottega dei poco presentabili, con una Regione che va a picco e gaffe memorabili di cui ride tutta la rete. A Palermo governa Leoluca Orlando, già sostenitore di Lucia Borsellino e poi ribelle davanti al risultato delle primarie che la bocciarono: certo non si può usarlo come testimonial. Mario Oliverio, il governatore della Calabria, ha più di mezza giunta sotto indagine per i rimborsi e un ex assessore, Antonino De Gaetano, finito ai domiciliari nel giugno scorso.

Da Crocetta a Orlando a Oliverio, a D’Alfonso a Emiliano a De Magistris, La mappa delle classi dirigenti meridionali per Renzi è chiara e desolante

In Abruzzo il presidente Luciano D’Alfonso è uno che Renzi avrebbe volentieri lasciato a casa, visti i guai a ripetizione con la giustizia da cui è uscito quasi sempre assolto ma sempre chiacchieratissimo. Del capoluogo, L’Aquila, meglio non parlarne: la città sta come sta, e il sindaco Massimo Cialente è stato rieletto per il rotto della cuffia dopo un’inchiesta che aveva portato in carcere due assessori e travolto anche il suo vice. Restano Molise e Basilicata, numericamente poco interessanti e soprattutto epicentro dell’interesse dei petrolieri e del “caso Guidi”, roba che è meglio dimenticare. E poi la Campania, dove Vincenzo De Luca regge appeso a fili sottili e adesso, con il caso Graziano, un’intera filiera di partito è avvolta del sospetto.

Restano la Puglia, e Napoli. Cioè le roccaforti di Michele Emiliano e Luigi De Magistris, che però, per ammissione dello stesso premier («Nel Sud mancano accordi solo con loro due», ha detto parlando nel capoluogo campano tre giorni fa) sono gli aspiranti capipopolo dell’antirenzismo meridionale. E più oltre, se quel che dicono nelle interviste avrà un seguito, si immaginano come possibili leader di una futuribile Lega del Sud, vecchia idea di Clemente Mastella ritornata d’attualità dopo lo scontro frontale sul referendum contro le trivelle.

Matteo Renzi non può permettersi un Mezzogiorno per due terzi infrequentabile e per un terzo ostile

In questa complicata geografia politica, Matteo Renzi sarà obbligato a dismettere per qualche tempo il tricorno da premier e calarsi negli abiti di segretario del Pd, perché non può permettersi un Mezzogiorno per due terzi infrequentabile e per un terzo ostile, il balia delle suggestioni del primo Masaniello che si farà avanti. In prospettiva, oltretutto, un “no” di Emiliano e De Magistris al referendum costituzionale potrebbe pesare come un macigno sulla bilancia dei risultati: nell’ultima consultazione solo la Puglia ha portato alle urne sul fronte anti-Renzi un milione e 290mila elettori, e Napoli altri 550mila (anche se ha avuto una delle quote più basse di partecipazione). Numeri che conteranno quando la gara non prevederà quorum e il quesito riguarderà, oltreché la riforma, il futuro del premier.

Anche per questo il caso Graziano appare come la classica goccia che fa traboccare il vaso e contempla due possibili soluzioni, di segno diametralmente opposto. La prima, fare ciò che si è evitato in questi due anni, e cioè portare la rottamazione renziana al Sud, accantonando le vecchie elite delle preferenze e scommettendo su qualcos’altro.
La seconda, siglare un patto con i grandi controllori del consenso e scommettere sulla loro capacità di portare gli elettori alle urne anche quando non è in gioco il loro personale potere, come nel voto di ottobre. Sono entrambe scelte ad alto rischio, e però restare al bivio, temporeggiare, questa volta davvero non si può.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter