TaccolaQuegli strani rapporti tra Cattolica Assicurazioni e Popolare di Vicenza

Tre esposti alla Consob contestano i rapporti tra l’assicurazione di Verona e la Banca Popolare di Vicenza. Sotto accusa i 27 milioni di investimento nell’aumento di capitale della banca, ma anche le modalità dell’aumento di capitale di Cattolica e l’elezione del collegio sindacale

Salvataggi improvvidi quanto irragionevoli. Aumenti di capitale con “sconti abnormi”, monsignori che sponsorizzano l’ingresso di “amici” nei collegi sindacali. Più in generale, una gestione molto relazionale e molto poco legata alle dinamiche di mercato, soprattutto nei confronti di quella Banca Popolare di Vicenza oggi nell’occhio del ciclone. Queste sono le accuse che alcuni azionisti della Società Cattolica di Assicurazione – la quarta compagnia di assicurazioni in Italia – hanno presentato alla Consob, mediante tre distinti esposti, presentati dall’avvocato Dario Trevisan dello studio Trevisan e Associati e che Linkiesta ha potuto visionare. Arrivano a pochi giorni dalle elezioni per il rinnovo dei vertici della società, che avverranno il 16 aprile prossimo. E, se confermate, raccontano come alcune delle dinamiche distorte delle banche popolari venete si allargano anche al mondo assicurativo.

Il soccorso a Pop Vicenza

Partiamo dall’ultimo dei tre esposti, che risale alla fine dello scorso ottobre. Riguarda la sottoscrizione da parte di Cattolica dell’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza, tre mesi prima. Una scelta di cui gli azionisti contestano “l’irragionevolezza economica”. Quando ci fu l’aumento di capitale, spiegano nell‘esposto, l’assicurazione avrebbe potuto mantenere la propria quota dello 0,45%, e spendere solo 2,8 milioni di euro. La decisione fu invece quella di esercitare il diritto di prelazione sull’inoptato. Il conto salì a 27,6 milioni di euro e Cattolica si ritrovò in pancia lo 0,92 per cento di Popolare Vicenza.

Perché è stata una scelta irragionevole? Perché Popolare Vicenza non era una società quotata, innazitutto, e i titoli erano quindi illiquidi: difficili, cioè, da vendere in un lasso di tempo ragionevole (come invece avviene per i titoli quotati in Borsa). Soprattutto, però, perché il valore di quei titoli è crollato nel giro di pochi mesi. Quando furono acquistate valevano 62,5 euro; il 16 febbraio 2016 il cda della banca ha fissato a 6,3 euro per azione il valore del prezzo di recesso. Il 90% del valore bruciato, una catastrofe per un’intera provincia.

Uno sfortunato colpo del destino? No, secondo gli azionisti: a quel prezzo Popolare di Vicenza, si legge nell’esposto, «quotava ben al di sopra dei mezzi propri della banca, laddove tutte le banche italiane riportano un prezzo di borsa ampiamente sotto i mezzi propri». Ci poteva abboccare un ignaro risparmiatore, quindi, non certo la quarta compagnia assicurativa italiana: «È inutile precisare – aggiungono – che l’“investimento” effettuato oggi produce gravi perdite nel bilancio di Cattolica che potevano essere evitate».

Nota di cronaca: i vertici di Pop Vicenza sono oggi indagati, tra le altre cose, perché si suppone abbiano concesso, anche nell’ambito dell’aumento di capitale in questione, finanziamenti a soggetti privi di merito creditizio, purché disponibili a sottoscrivere in cambio l’acquisto di azioni.

Le azioni di Popolare Vicenza furono acquistate a 62,5 euro, mentre il 16 febbraio 2016 il cda della Popolare di Vicenza ha fissato a 6,3 euro per azione il valore del prezzo di recesso. Si tratta ben il 90% in meno

Non è finita qui: Banca Popolare di Vicenza è il principale azionista di Cattolica assicurazioni. All’epoca dei fatti aveva il 12,4% della compagnia di assicurazioni. Proprio per questo, le operazioni tra le due società dovrebbero passare attraverso un comitato allo scopo di tutelare gli altri azionisti. Così non avvenne, secondo l’esposto «Viene altresì da chiedersi – aggiungono gli azionisti – se il motivo per cui sono state omesse le procedure in materia di parti correlate sia stato proprio quello di far passare in sordina un’operazione che altrimenti non avrebbe mai avuto il parere positivo del Comitato Parti Correlate». I rapporti tra le due società erano tanto profondi che Cattolica nel corso di più anni, ha comprato obbligazioni per 376 milioni di euro e a fine 2014 aveva 109 milioni nei conti correnti della banca.

Sarebbero quindi nei rapporti tra Banca Popolare di Vicenza e Cattolica da ricercare le “reali motivazioni” dell’aumento di capitale. Le due società hanno una partnership profonda. Ancora di recente i vertici della banca hanno detto di considerare la loro quota nell’assicurazione come l’unica partecipazione strategica. Ci sono poi tre società assicurative che vedono l’assicurazione al 60% e la banca al 40% di ciascuna di esse. Non solo. Pochi mesi dopo l’adesione all’aumento di capitale di Pop Vicenza da parte di Cattolica, accadeva l’opposto: Pop Vicenza partecipava all’aumento di capitale di Cattolica, con un investimento di 75,6 milioni di euro. In questo modo passò dal 12,4% al 15,07%.

«Viene altresì da chiedersi se il motivo per cui sono state omesse le procedure in materia di parti correlate sia stato proprio quello di far passare in sordina un’operazione che altrimenti non avrebbe mai avuto il parere positivo del Comitato Parti Correlate»

“Uno sconto abnorme”

Proprio l’aumento di capitale di Cattolica è oggetto d’attenzione del secondo esposto degli azionisti. Il sospetto, affermano, è che le modalità «hanno favorito i soggetti che, come Pop Vicenza, avevano intenzione di incrementare la propria partecipazione».

Si parla di un aumento di capitale da 500 milioni di euro, chiuso a fine novembre 2014, assistito da un consorzio di garanzia formato da Banca Imi insieme a Mediobanca. Un aumento di capitale che, secondo gli azionisti prevedeva uno sconto “abnorme” a chi, già socio dell’istituto, l’avesse sottoscritto. Quel tipo di sconto che si applica, per intenderci, a società fortemente in difficoltà. In effetti, era simile a quello che era stato applicato, ad esempio, da Mps e Carige. Cattolica invece era in utile e con conti in ordine. Perché allora quello sconto? Si disse che i 500 milioni servivano per fare investimenti per la crescita previsti dal piano d’impresa 2014-2017. L’assicurazione avrebbe potuto cogliere opportunità, per esempio comprare compagnie assicurative. Cosa che non avvenne. Agli azionisti di minoranza non va poi per niente giù che non si sappia a che cosa siano serviti i soldi dell‘aumento di capitale. In un esposto di luglio dicono di averlo più volte chiesto al consiglio di amministrazione. Hanno però ottenuto risposte vaghe, a parte un utilizzo di circa 100 milioni di euro per investimenti in tecnologia.

Non a caso, il mercato ha sonoramente bocciato tale aumento di capitale. La discesa del titolo, a partire dal 19 settembre, si è trasformata in un crollo dopo il 6 novembre, quando è stato annunciato il prezzo (scontato) e il numero di nuove azioni da emettere. «La conseguenza – si legge nell’esposto – è stata che il titolo ha subito un vero e proprio tracollo, con una perdita di valore (…) che poi si è consolidata nel tempo, con un pesantissimo effetto diluitivo per i soci e gli azionisti sussistenti non aderenti all’operazione, pari al 67,42 per cento». Così, aggiungono, il 5 dicembre 2014 la capitalizzazione della società era pari a solo 1,013 miliardi di euro. Molto poco, considerando che il 18 settembre la capitalizzazione era di 900 milioni e che il nuovo valore comprendeva già l’aumento patrimoniale di 499,3 milioni di euro.

Proprio l’aumento di capitale di Cattolica è oggetto d’attenzione del secondo esposto degli azionisti. Il sospetto, affermano, è che le modalità «hanno favorito i soggetti che, come Pop Vicenza, avevano intenzione di incrementare la propria partecipazione»

Il caso dei sindaci

Non bastassero i dubbi sull’aumento di capitale e sugli investimenti in Popolare di Vicenza, un terzo esposto (del luglio 2015) avanza una valanga di richieste di chiarimenti. Si parte dall’elezione del collegio sindacale, relativo all’assemblea dei soci di Cattolica del 24 aprile 2015.

Le accuse sono molto pesanti: si parla di deleghe in bianco, di scrutatori appartenenti a liste di minoranza dislocati lontani dai seggi. Di votazioni avvenute mentre le persone erano affluite alla sala colazione, dov’era in corso un buffet (in una sede distaccata a Roma, collegata in videoconferenza con Verona).

Ci sono soprattutto delle considerazioni sulla composizione delle liste dei sindaci. Se ne presentarono tre, di cui due di minoranza e una espressione del consiglio di amministrazione. Nell’esposto si contesta in primo luogo il fatto che una lista fosse legata al consiglio di amministrazione. In secondo luogo che una delle due liste di minoranza (lista Glisenti) sarebbe stata solo in apparenza tale e in realtà legata al cda. Questo viene dedotto, tra le altre cose, dal fatto che molti dei suoi esponenti erano legati a un monsignore di Verona, Adriano Vincenzi, descritto come “legato da uno stretto rapporto di amicizia con il presidente Bedoni”. Monsignor Vincenzi è consulente ecclesiastico in Ucid (Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti), in AssCatt (Associazione Soci Cattolica) e nella Fondazione Comunità Veronese. È poi consigliere di amministrazione nella Fondazione Cattolica e presidente della Fondazione Toniolo di Verona.

Inoltre un «apporto rilevante alla presentazione della “Lista Glisenti” sarebbe stato fornito dalla Credit Network & Finance srl», società che da anni fornisce servizi finanziari a Cattolica. «Qualora ciò trovasse conferma – si legge nell’esposto – potrebbe sussistere un coordinamento fra alcuni soggetti di Cattolica e la Credit Network & Finances che, ricordiamo, è un fornitore abituale della compagnia e a cui potrebbero essere state concesse ulteriori commesse a seguito e/o in occasione della presentazione della lista». Tutte accuse da verificare.

A quanto risulta a Linkiesta, la Consob avrebbe acceso i fari su molte di queste questioni. Chiedendo approfondimenti ulteriori sull’elezione del collegio sindacale, così come – lo ha scritto Il Sole 24 Ore lo scorso 6 marzo – sui rapporti tra Cattolica e Popolare di Vicenza. E a quanto pare, pure sull’aumento di capitale contestato: sempre Il Sole 24 Ore ha recentemente messo in relazione un’ispezione della Consob del 19 settembre 2015 negli uffici milanesi di Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) con l’aumento di capitale da 500 milioni di euro.

In merito a quest’articolo abbiamo ricevuto una replica da parte degli avvovati Andrea De Sanctis e Marcello d’Ascia. La pubblichiamo di seguito.

In nome e per conto di Credit Network & Finance S.p.A., che mi ha conferito pieno mandato sostanziale e processuale di provvedere alla tutela delle sue ragioni, Vi segnalo che l’articolo di stampa titolato “Quegli strani rapporti tra Cattolica Assicurazioni e Popolare di Vicenza”, contiene un improprio, gravissimo e infondato riferimento alla società mia rappresentata.
Ed infatti nel testo dell’articolo, nel narrare di presunte anomalie afferenti la nomina del Collegio sindacale di Cattolica Asscurazioni S.p.A. e nell’ipotizzare che una delle liste di minoranza sarebbe stata in realtà “legata al Consiglio di Amministrazione”, si legge : <<Inoltre un «apporto rilevante alla presentazione della “Lista Glisenti” sarebbe stato fornito dalla Credit Network & Finance srl», società che da anni fornisce servizi finanziari a Cattolica. «Qualora ciò trovasse conferma – si legge nell’esposto – potrebbe sussistere un coordinamento fra alcuni soggetti di Cattolica e la Credit Network & Finances che, ricordiamo, è un fornitore abituale della compagnia e a cui potrebbero essere state concesse ulteriori commesse a seguito e/o in occasione della presentazione della lista». Tutte accuse da verificare>>.
La pubblicazione di tale notizia, sebbene faccia riferimento ad un esposto di tale avvocato Trevisan (nei cui confronti ho avuto mandato di agire separatamente con ogni più opportuna iniziativa) e sebbene vi sia la precisazione che le accuse sono “tutte da verificare” è suscettibile di gravissimo nocumento in quanto ipotizza che la società mia mandante abbia potuto fornire un non meglio precisato apporto ad un altrettanto non meglio precisata presentazione di liste per il Collegio Sindacale, ricevendone in cambio – quale fornitore – “ulteriori commesse”.

Orbene tale notizia è smaccatamente falsa atteso che Credit Network & Finance S.p.A.:

1) non ha mai dato, né si comprende in quale modo avrebbe potuto dare apporti di nessun genere (e men che mai “rilevanti”) alla presentazione di alcuna lista, essendo peraltro titolare di un solo voto su migliaia e migliaia di soci;
2) non sussiste alcun “coordinamento” tra alcuni soggetti di Cattolica (non meglio precisati) e la società mia rappresentata, che non siano ordinarie relazioni di lavoro connesse al rapporto Fornitore/Azienda;
3) men che ma “in seguito o in occasione” di tale presunto ma in realtà inesistente “rilevante apporto” sono conseguite ulteriori commesse; sul punto è sufficiente a smentire tale vergognosa illazione la constatazione che nel corso dell’anno 2015 non solo non vi è stata alcuna “ulteriore commessa” ma al contrario vi è stata una contrazione delle attività affidate a Credit Network & Finance S.p.A.
La mia mandante, pertanto, si trova esposta oggi ad essere dipinta come soggetto che ottiene commesse non per le sue capacità professionali e per il Know-How che possiede, ma in conseguenza di non meglio precisate oscure relazioni e/o “giochi di potere” che sussistono solo nella fervida fantasia di chi – assumendosene ovviamente ogni responsabilità – ha avvertito il bisogno di infangare e vilipendere una società che vive della sua immagine, e che da lavoro ad oltre 150 persone.

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