Amici dei talent e artisti indie, andate a scuola da Niccolò Fabi e soci

Il risveglio dei cantautori romani: in vetta alla classifica, cresciuti sul palco del Locale dove oltre al pubblico serve il talento (e la gavetta)

Ci sono notizie che lasciano a bocca aperta per la meraviglia. Ci sono notizie che lasciano spiazzati. Ci sono notizie, c’è una notizia, per meglio dire, che ci lascia a bocca aperta per la meraviglia e spiazzati allo stesso tempo. Perché da una parte la notizia in questione riempie il cuore, lo scalda, gli permette, almeno per un po’, di proseguire il suo cammino consolato, e siccome si parla di musica, direi che è già un’ottima cosa. Dall’altra, però, sapere che questa notizia arriva per la prima volta solo adesso stona, e visto che si parla di musica, non c’è da sottolinearlo, una stonatura non fa mai un bell’effetto.

Niccolò Fabi arriva primo in classifica con il suo ultimo album, Una somma di piccole cose. Ci arriva per la prima volta oggi, nel 2016, dopo venti e passa anni di carriera ben più che onorevole. Ci arriva con il suo album più intimo, più spoglio, registrato praticamente in solitaria, in una casa di campagna, la chitarra e un computer, sorta di Running on empty fabiano, senza viaggi e senza stanze di hotel, ma con la stessa urgenza di fermare l’attimo e di renderlo così com’è, preciso preciso, senza filtri.

Meraviglia e spiazzamento, quindi. Ma in fondo, prevalentemente, meraviglia, e felicità. Per Fabi, che si merita il successo che ha, ma anche per noi, che possiamo per una volta gioire del fatto che un artista schivo, lontano dai meccanismi della televisione, lontano anche dagli eccessi dei social, sia lì, in vetta alla classifica di vendita. Consapevoli, noi e anche lui, che nel ringraziare tutti sottolinea questo aspetto, consapevoli, si diceva, del fatto che essere primi oggi non significa certo vendere chissà cosa, ma pur sempre in vetta si trova, sopra gli altri, da Jack la Furia, che un po’ con lui se la giocava, e dire che è il suo opposto non rende abbastanza l’idea, uscito anche lui una settimana fa, a Elisa, passando per Renga e Bernabei, Renato Zero e tutti gli altri quelli presenti in top 10.

Fabi primo in classifica. Silvestri che sta collezionando sold out con il suo Acrobati Tour, Max Gazzè che, per la prima volta, sta per portare le sue canzoni in giro per il mondo

Primo è lui, con le sue canzoni. Canzoni in cui, come per una forma di reazione al tour e all’album Il padrone della festa, condiviso coi suoi amici di vecchia data Daniele Silvestri e Max Gazzè, è come se avesse dovuto spingere l’acceleratore sul suo essere il cantore delle emozioni, quello senza pelle, quello della lentezza, della voce che carezza, del cuore in mano. Così come Silvestri, dopo quella bellissima e fortunata, per loro e per noi, esperienza, ha tirato fuori l’album più danielesilvestriano dai tempi de Il dado, con Acrobati, eccessivo e ambizioso nelle aspirazioni, carico di musica e parole, pieno di storie, di note e di parole, appunto, pieno anche di ospiti, e Max Gazzè l’album più bizzarramente maxgazziano, Maximilian, sempre sopra le righe, buffo e estroso, capace di mettere in scena traiettoie mai scontate e sempre spericolate.

Fabi ha preso le sue emozioni, ma soprattutto la sua capacità di cogliere le emozioni che lo abitano e lo circondano, che riesce a vedere o cogliere, e le ha messe dentro queste canzoni. Canzoni mai urlate, anzi, quasi sussurrate, come lo Sweet baby James di James Taylor, come Joni Mitchell, come Niccolò Fabi. Dicevamo di Running on empty, ecco, forse l’esempio è il più corretto, anche se in certi casi, lo si legga altrettanto senza filtri, è Late for the sky a venire in mente, per il suo lancinante raccontarsi e raccontarci così come siamo. Facciamo finta, uno dei nove brani contenuti in questo gioiello, si sta pian piano, ma neanche troppo pian piano, ponendo come una nuova Costruire, canzone manifesto della poetica fabiana, capace di farsi altro da sé e diventare, a questo servono le canzoni, manifesto di chiunque la ascolta, chiunque abbia un cuore che ancora pulsa sangue e emozioni.

Fabi primo in classifica. Silvestri che sta collezionando sold out con il suo Acrobati Tour, Max Gazzè che, per la prima volta, sta per portare le sue canzoni in giro per il mondo, con la licenza poetica che questo giro per il mondo può significare, è chiaro, ma comunque sintomo e sinonimo di un momento di ottima salute artistica e di riscontro di pubblico. I Tiromancino primi in radio con Piccoli miracoli, singolo apripista del nuovo album Nel respiro del mondo. Federico Zampaglione e i Tiromancino, che proprio con Fabi, Silvestri e Gazzè hanno a lungo diviso il palco del locale Il Locale (quello che per la generazione dei nati negli anni Sessanta è stato il Folkstudio, in pratica), in quel della capitale, quando ancora la musica professionistica sembrava solo un sogno.

Quel tempo lì, quando i ragazzi si facevano le ossa suonando di fronte a un pubblico tutte le sere, suonando insieme, e da lì partivano: idemo registrato a fatica, su un’audiocassetta, alla conquista delle case discografiche, uno alla volta, e a ogni firma un po’ più di coraggio per gli altri. Quel tempo lì sembra proprio distante ere glaciali da oggi

Una sorta di vivaio di quelli che, uno ci pensa oggi, e gli viene quasi da piangere. Anzi, gli viene proprio da piangere, ma da piangere davvero. Perché quel tempo lì, quando i ragazzi si facevano le ossa suonando di fronte a un pubblico tutte le sere, suonando insieme, e da lì partivano, il demo registrato a fatica, in una audiocassetta, andavano alla conquista delle case discografiche, uno alla volta, e a ogni firma un po’ più di coraggio per gli altri, perché se ce l’ha fatta uno ce la possono fare tutti, quel tempo lì sembra proprio distante ere glaciali da oggi. Altri tempi, appunto.

Ecco, sembra che Roma e i suoi cantautori tra i quaranta e i cinquanta, più verso i quaranta, diciamola tutta, stiano rioccupando un ruolo centrale nel nostro panorama musicale. E sembra che lo stiano facendo alla grande, senza bisogno del palcoscenico della televisione, e senza bisogno dell’appoggio condizionato, leggi alla voce cessione edizioni o addirittura firma con la discografica di riferimento, di certi network radiofonici per la gente davvero normale.

Fabi, Silvestri, Gazzè, Tiromancino. E al loro fianco anche Roberto Angelini, classe 1975, non a caso al fianco dei tre cantautori nell’avventura del progetto comune, che insieme a Pier Cortese, classe 1977, a sua volta al fianco di Fabi nel tour di Ecco, sta per dare alle stampe la seconda puntata del progetto Discoverland, lavoro sublime di rilettura e riscrittura del repertorio altrui. Una idea di cover che dovrebbe servire proprio a tutti quei ragazzi, ingiustamente e illegittimamente chiamati talenti che dai talent stanno uscendo, spesso sparati sul mercato come carne da macello, senza una propria cifra, senza una prospettiva, roba buona per il karaoke, a volte neanche per quello.

Angelini e Cortese, ma anche gli altri nomi citati, gente che ha ruotato intorno al Locale, all’Angelo Mai, al Circolo degli Artisti, dimostra che per trovare la propria voce non serve solo avere un pubblico, nel caso dei ragazzi dei talent per altro un pubblico preconfezionato, televisivo, pronto a acclamare il personaggio del momento, e a dimenticarselo un minuto dopo per fare spazio a un altro personaggio. Gavetta, calli sulle dita, voci che si rompono per le troppe ore passate a provare, a cantare. Canzoni che si scrivono, si provano, si scambiano.

E visto che abbiamo parlato di Angelini, ecco un altro nome importante, se si guarda a Roma e alla ritrovata scena romana, quello di Marco Conidi, il più vecchio di questa covata, classe 1966, in uscita proprio in questo momento magico con la sua Orchestraccia, ensemble multiforme e aperto che lo vede affiancato da artisti quali appunto Angelini, ma anche Luca Angeletti, Diego Bianchi, Giorgio Caputo, Edoardo Leo, Maurizio Filardo e Edoardo Pesce, cantanti, show man, attori, tutti a proporre un repertorio cantautorale che con la romanità ha più che qualcosa a che spartire, con il loro lavoro di recupero di brani del repertorio storico della capitale a cui affiancano brani inediti, sempre a quel mondo sonoro ispirati. Il loro album Sona Orchestraccia sona, da poco riedito, è un piccolo gioiello. Anzi, è un gioiello e basta.

Se da una parte questa sorta di rinascimento della scena dei quarantenni romani mette in un angolo il proliferare di prodotti usa e getta sfornati dalle major e dai talent, dall’altro stigmatizza l’altrettanto pernicioso proliferare di cantautorini con chitarrina e pianoline che fanno sognare hipseter e universitari fuoricorso

Come è assolutamente da ascoltare l’album di un altro autore che, intorno a questi nomi ruota, con loro collabora, con loro da vita alla scena, Leo Pari. Il suo ultimo album Spazio, fresco di stampe, prova a spostare su un campo pop-elettronico quello che fin qui era stato un po’ più tradizionale. Anche se, a ben vedere, il paragone che più naturalmente viene da fare è quello col Battisti post-Mogol (ma anche ultimo Mogol, volendo), quello della collaborazione con la moglie Velezia e con il poeta Panella, anch’egli romano, se vogliamo proseguire nel giochetto, quindi sempre di cantautorato classico si deve parlare. Ecco, Pari, classe 1978, prova, oggi, a riproporre le atmosfere di Don Giovanni, L’apparenza, La sposa occidentale e Hegel, e solo per questo meriterebbe un plauso. Dentro, ma si tratta di sfumature, anche qualcosa di Amedeo Minghi, del Minghi più sperimentale. Altro plauso. Lo fa anche piuttosto bene, proponendo brani importanti, che crescono ascolto dopo ascolto, su tutti Bacia brucia ama usa e I cantautori, a parere insindacabile di chi scrive.

Sempre nato sul volgere degli anni Settanta, per la precisione nel 1977, anche Simone Cristicchi, già vincitore di un Sanremo e da tempo passato a una forma di teatro canzone importante, sulle orme del Gaber che fu. Suoi spettacoli come Mio nonno è morto in guerra, Magazzino 18 o Centro d’igiene mentale, il primo spettacolo messo in scena, poco ci fanno rimpiangere il latitare della sua produzione musicale. Si è invece un po’ perso per strada, o quantomeno ha molto diradato le proprie pubblicazioni Pino Marino, anche lui più verso i cinquanta che i quaranta. Il suo ultimo album, Capolavoro, se non proprio fedele alle intenzioni del titolo sicuramente pregevolissimo, è uscito l’anno scorso, a dieci anni di distanza dal precedente, Acqua luce e gas. Anche lui ha a lungo ruotato intorno all’Angelo Mai, come Angelini e gli altri. Quando si dice una scena si intende questo.

Un discorso a parte, per provenienza e anche per il genere che ha a lungo messo in scena, meriterebbe Piotta, al secolo Tommaso Zanello, classe 1973. Diventato un vero fenomeno antropologico col suo Supercafone, nell’estate del 1999, Piotta ha saputo, nel tempo, costruirsi un suo percorso a cavallo tra rap e punk, in cui le parole e il messaggio che le parole veicolano ha assunto sempre più importanza, al punto da aver raggiunto nel tempo una credibilità quasi impensabile se ci si è superficialmente fermati a Robba coatta e ai video dei Manetti Bros dei suoi esordi. Un cantautore rimasto impigliato in un b-boy, ma pur sempre un cantautore, anche piuttosto ispirato.

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Tanta roba, quindi. Se da una parte, lo si è detto, questa sorta di rinascimento della scena dei quarantenni romani mette in un angolo, in classifica come nelle aspirazioni, il proliferare di prodotti usa e getta sfornati dalle major e dai talent, dall’altro, e la cosa ci fa altrettanto piacere, stigmatizza l’altrettanto pernicioso proliferare di cantautorini con chitarrina e pianoline che tanto stanno facendo sognare hipseter e universitari fuoricorso appassionati della scena indie. Anche nel momento in cui si mette a incidere un album da solo, chitarra e computer in una casa di campagna, un Niccolò Fabi riesce a non apparire mai né sciatto né approssimativo, come invece succede ogniqualvolta a fare altrettanto sono i vari Dente, I Cani o Calcutta (il migliore della covata, va detto). Ascoltate Filosofia agricola, Ha perso la città o Una mano sugli occhi (che insieme a Facciamo finta è il vero capolavoro di questo album) e capirete come essere low-fi non vuol necessariamente dire suona a cazzo di cane, se vi pare poco.

Piccolo appunto, ma proprio per il piacere di indicare un neo in una pelle altrimenti di porcellana: la scena, si potrà legittimamente dire, è praticamente tutta al maschile, ma questa è un po’ la cifra del cantatuorato, romano e non. Siccome ci piace però guardare al futuro, e ci piace anche andare controcorrente, ecco due nomi di cantautrici donne che per di più vengono dal mondo dei talent, dove sembra siano andate loro malgrado, visto quanto poi sanno fare lontane dalla tv. Una non è romana, ma piemontese, ma è sicuramente figlia del cantautorato romano, almeno come attitudine, l’altra, invece, è romana. Hanno rispettivamente venti, e diciannove anni. Sono Chiara Dello Iacovo, che col suo Appena sveglio, trainata dal singolo Introverso proposto a Sanremo Giovani e piazzatosi al secondo posto, così bene ha già fatto, e Alice Paba, al momento in gara a The Voice nella squadra di Dolcenera. Il suo talento potrebbe anche non trapelare dalle sparute comparse nel piccolo schermo, ma c’è ed è cristallino, fidatevi di chi scrive e, una volta uscita da lì, andatevela a cercare, non ne rimarrete delusi, parola di lupetto.