Consumi, italiani sempre più poveri ma sempre più fiduciosi

L’indice di fiducia degli italiani registra una crescita di due punti rispetto al 2015, ma la spesa delle famiglie resta ferma. Si allarga il divario Nord e Sud, e gli 80 euro di Renzi non hanno avuto alcun effetto

Avanti a colpi di fiducia. Secondo i dati Nielsen sui consumi degli italiani 2016, presentati a Santa Margherita di Pula in occasione del convegno Linkontro, l’indice di fiducia degli italiani è positivo. Per essere precisi, il primo trimestre dell’anno registra un punteggio di 59, in leggero calo rispetto agli ultimi tre mesi del 2015, ma sempre meglio della media dell’anno precedente (57). Un dato che fa sperare se confrontato con il triennio 2012-2014, quando l’indice oscillava tra 44 e 45. Ma lascia ancora delusi se si pensa che la media europea, al momento, è 81, con Gran Bretagna e Germania a quota 97.

A guardare i dati il contesto economico italiano sembra più incoraggiante, ma solo un filo. Il 19% degli intervistati teme ancora di perdere il lavoro a breve, ma nel 2015 era il 28%. E il 73% ritiene pessimo lo stato delle proprie finanze, ma nel 2015 era il 75%. Segnali deboli (meglio: debolissimi) di una ripresa che, secondo l’amministratore delegato di Nielsen Italia Giovanni Fantasia «c’è stata, ma non forte» e con aspettative «non stabili». Al momento, il 20% degli italiani intervistati ritiene che il presente sia il momento giusto per fare acquisti, ed è un dato in crescita. Il problema è che sono fiduciosi solo a parole, visto che i fatturati sono fermi e i consumi al palo. Si spera, insomma, ma non si spende (ancora). «Gli italiani stanno ancora a guardare. Sono un po’ più ottimisti rispetto al passato, ma restano prudenti», spiega Fantasia.


E le ragioni sono varie. In primo luogo, il Paese è spaccato: Nord e Sud, ricchi e poveri, vecchi e giovani. Guardando ai dati il quadro è preoccupante rispetto al 2015 la spesa delle famiglie al Centro-Nord è cresciuta dello 0,7%. Al Sud, invece, è calata ancora: -2%. Intanto si allarga il divario tra poveri e ricchi, con una differenza impressionante: le fasce a basso reddito spendono quasi il 10% in meno rispetto all’anno precedente. Mentre quelli a medio e alto reddito hanno aumentato i consumi del 2,2% e del 3,5%. E infine, se si considera la differenza di spesa tra vecchi e giovani si scopre che le generazioni più anziane mantengono nipoti e figli. Nell’ultimo anno gli under 35 (i “millennials”), hanno speso 721 milioni in meno rispetto al 2015. La fascia tra 35 e 44 anni ha speso 433 milioni in meno. I più anziani, invece, hanno quasi scialacquato: gli over 45 hanno speso 20 milioni in più, quelli tra 55 e 64 anni ben 396 milioni in più, ma il massimo è toccato agli over 65: oltre 778 milioni in più. «Il potere di acquisto si distribuisce in modo molto diverso». Tradotto: gli anziani spendono per i giovani, una specie di paghetta sotto forma di consumi, che coincide con l’erosione dei risparmi delle fascie d’età più alte. E il bonus Irpef (gli 80 euro “di Renzi”)? Pare non aver dato alcuna spinta ai consumi.

Il tutto è un problema (in dimensione più modesta) anche per le aziende, alle quali «conviene di più insistere sui consumatori più maturi», perché hanno più soldi. Ma «in questo modo si perdono il pubblico più giovane, che indica quali saranno i consumi del futuro». È vero che gli investimenti in pubblicità sono aumentati («è sempre un segno di ripresa»), registrando una crescita anche su Internet, e che in media le promozioni sono diminuite (ma non al Sud, dove invece crescono), ma la situazione resta complicata, anche solo perché i prezzi restano alti.

Eppure, in un’Italia divisa a metà, in cui gli anziani sono chiamati a mantenere i giovani e i poveri sono sempre più poveri, la fiducia aumenta. Di poco, di pochissimo, certo. Si è tornati a sperare e sembra un buon segno. Anche se la speranza, come si sa, è l’ultima a morire.

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