E alla faccia dei recensori i Radiohead hanno fatto un grande disco

Pubblicato il nono album di Thom Yorke e soci: "A moon shaped pool" promosso a pieni voti. Ma in Italia, Pacifico e Vitale hanno pure il coraggio di fargli le pulci

Non siamo riusciti bene a capire se sia più cool dire che i Radiohead hanno tirato fuori uno dei migliori album di questa strana decade o fare i disincantati e prendere le distanze dalla nuova opera di Thom Yorke e soci, dicendo che non è niente di che o, peggio, dicendo che neanche intendiamo ascoltarlo. Perché in fondo, diciamocelo, i Radiohead sono sempre stati sopravvalutati. Questo, in parte, hanno sostenuto recentemente autorevolissimi critici musicali come Francesco Pacifico su IL e Edoardo Vitale su Rivista Studio. O meglio, si sono dedicati anima, penna e corpo a smontare la mitologia di Thom Yorke, dandogli del monotono, del ripetitivo, del prevedibile, dicendo che la sua voce è un disco rotto, imputandogli, insomma, presunti insuccessi della band. Entrambi, Dio santo, hanno invocato un album strumentale della band, e si può supporre che vista l’altisonanza degli strali lanciati, per un momento i ragazzi di Oxford ci abbiano seriamente pensato. «Cavoli, Vitale e Pacifico suggeriscono di far fuori Thom», avranno detto Jonny e gli altri mentre il cantante era in bagno, «chi glielo dice che non è più bella band?».

Non abbiamo capito se sia più cool incensare o criticare il nuovo dei Radiohead, ma onestamente non è che la cosa ci interessi particolarmente, perché a un primo ascolto, e anche a un secondo e a un terzo A Moon Shaped Pool ci risulta essere davvero molto bello

Ripeto, non abbiamo capito se sia più cool incensare o criticare il nuovo dei Radiohead, ma onestamente non è che la cosa ci interessi particolarmente, perché a un primo ascolto, e anche a un secondo e a un terzo (santa Internet e santa BBC) A Moon Shaped Pool ci risulta essere davvero molto ma molto bello. Difficile sbilanciarci, rispetto agli anni dieci, ma a pelle ci verrebbe quasi da iscrivere questo disco, a nostro avviso più figlio di Jonny Greenwood che di Thom Yorke, o quantomeno più del solito, potrebbe diventare una pietra angolare dei nostri tempi. Togliamo ogni dubbio a riguardo, chi scrive e lo spazio che ospita queste parole, intese come persone che ci lavorano, ovviamente, ritiene la band di Oxford affatto sopravvalutata. Anzi, se proprio volessimo lasciarci andare a considerazione disincantante, verrebbe da dire che i Radiohead, vuoi per la scelta fatta ormai quasi venti anni fa di procedere inseguendo una propria idea di mercato, autonoma, vuoi per l’altrettanto autonoma scelta di fare musica che non dovesse necessariamente soddisfare il mercato, cioè non inseguire le mode sonore, semmai dettare le mode sonore, sono stati presi in considerazione meno di quanto avrebbero meritato, diventati col tempo quasi sinonimo di stramberia, di freakismo.

Invece, la musica parla chiaro, Yorke e soci hanno nel tempo inseguito un loro progetto sonoro ben preciso, partendo con le chitarre, passando per sperimentalismi anche estremi, flirtando poi con l’elettronica per approdare a un suono, quello di oggi, di una ariosità inusitata, quasi orchestrale, figlio, appunto, della mente geniale di Jonny Greenwood in primis.

A Moon Shaped Pool, nono album della loro ultraventennale produzione, è un album che prende parzialmente le distanze dal precedente King of Limbs, proponendo composizioni aperte come mai in passato. La voce di Yorke, che si è sempre contraddistinta per una prepotente carica tragica, dolorosamente ispirata, Pacifico e Vitale se ne facciano una ragione, stavolta si presenta più calda e scura (scura per come può esserlo il suo notorio falsetto, sia chiaro), a tratti sensuale e testosteronica. Greenwood disegna per tutto il lavoro, come già ci era sembrato evidente nei due primi singoli presentati in rete nei giorni scorsi, Burn the Witch e Daydreaming, una sorta ci orchestrazione da colonna sonora, regalandoci almeno tre brani destinati a diventare classici nel repertorio radioheadiano.

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Non che gli altri brani appaiano riempitivi o minori, ma l’indineggiante Desert Island Disk, la clamorosa The Numbers e Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief sembrano davvero destinate a diventare le nuove Creep, Paranoid android o Karma Police. Ovviamente brani assai distanti da quei suoni, da quelle geometrie, ma pur sempre classici. L’idea, quindi, di scomparire dalla rete, con tutti i post e le foto presenti sui social cancellati pochi giorni fa, e poi quella di regalare in sequenza due brani nuovi, il primo in realtà riproposizione aggiornata di una canzone del 2003, non era un becero trucchetto per sopperire a mancanze artistiche, né ci sembra di poter azzardare la dimostrazione di una certa insicurezza. Tutt’altro. Consci di aver tirato fuori un album degno di un Ok Computer, ma anche di un Kid A, i Radiohead hanno alzato la posta in gioco, sfidando ancora una volta i propri fan ma soprattutto il mercato.

L’album, infatti, è stato presentato online alle 20 italiane di domenica 8 maggio 2016, in barba alle consuetudini discografiche. Per aspettare una versione fisica toccherà aspettare invece il 17 giugno, cioè una sorta di era glaciale, in questi tempi veloci e voraci. Curioso, semmai, che dopo aver a lungo lanciato strali contro Youtube e Spotify, ma anche contro l’idea stessa di ascoltare la musica in streaming, i Radiohead siano tornati usando proprio questi canali, con il buon ausilio di Tidal e Apple Music, dopo essere erroneamente comparso su Google Play nel tardo pomeriggio di domenica, poi prontamente rimosso.

Curioso che dopo aver a lungo lanciato strali contro Youtube e Spotify, ma anche contro l’idea stessa di ascoltare la musica in streaming, i Radiohead siano tornati usando proprio questi canali, con l’ausilio di Tidal e Apple Music

Tornando alle canzoni dell’album, davvero sorprendenti, anche il brano scelto per chiudere questo atteso lavoro è stato pescato dal repertorio precedentemente eseguito live, seppur qui in veste nuova. La conclusiva True Love Waits, questa sì dolorosa e a tratti agghiacciante per la sua dolorosa bellezza, risale addirittura a venti e passa anni fa, eseguita per la prima volta nel 1995 e finita nell’album dal vivo I Might Be Wrong, del 2001. Già ascoltato live anche Present Tense, eseguito live da Thom Yorke nel suo tour con gli Atoms for Peace, altra perla presente in questo lavoro che presto verrà portato dal vivo dalla band inglese in giro per il mondo.

Qui, ovviamente, il carveriano minimalismo delle versioni precedenti, spesso per sola voce e chitarra, lascia spazio a arrangiamenti ricchi e ariosi, mi ripeto, la parola “arioso” è quella che più di ogni altra rappresenta questo lavoro. Cioè, non aspettatevi un album allegro, perché sempre dei Radiohead stiamo parlando, lo struggimento è nel loro Dna, ma sicuramente un lavoro maturo e perfettamente messo a fuoco, centrato e portato a casa. Un lavoro importante, checché ne diranno coloro che tendono a guardare con puntiglioso disincanto l’opera di un gruppo di artisti che ha sempre inseguito la musica e solo la musica, fregandosene del mercato, fregandosene delle mode, solo la musica e sempre la musica, se vi sembra poco.