Eurovision, un rutto che provoca crisi diplomatiche

Un circo trash che non ha mai prodotto una canzone decente, e a cui si presentano solo artisti di secondo piano, rischia di provocare una crisi diplomatica tra Ucraina e Russia. Se questo è il modello di immaginario europeo di riferimento stiamo freschi

Prologo

C’è un vecchio episodio dei Simpsons, risalente alla sesta stagione, in cui Bart, notoriamente incarnazione del politicamente scorretto, poco convinto che la Legge di Coriolis dica il vero, decide di appurarlo in prima persona. Così telefona, a carico del destinatario, a un suo coetaneo australiano e gli chiede di controllare se a casa sua e del vicino l’acqua nel lavandino giri verso destra o verso sinistra. In Australia, è noto, i vicini si trovano a decine di chilometri di distanza l’uno dall’altro, fuori dalla città. Per farla breve, il bambino impiega non so quanto tempo, finendo per ritrovarsi una bolletta spaventosa del telefono. Di qui scoppia una specie di guerra mondiale tra Stati Uniti e Australia, dovuta a uno scherzo telefonico tra bambini.

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Svolgimento

È notizia di queste ore che c’è una grande tensione in atto tra il governo russo e quello ucraino, la causa è la vittoria all’Eurovision Song Contest, il vecchio e caro Eurofestival, di 1944, una canzone cantata dalla concorrente Jamala, ucraina, in cui si narra della deportazione dei tatari in Crimea da parte dei russi. La canzone, vedi a volte il destino, ha battuto proprio colui che i bookmaker davano per sicuro vincente, il cantante russo Sergey Lazarev, autore di una performance molto pirotecnica, hollywoodiana, verrebbe da dire non suonasse troppo come una presa per il culo. La canzone ucraina, qui il fulcro della querelle, suona clamorosamente come anti-russa, quindi dal momento in cui Jamala è stata proclamata vincitrice, grazie soprattutto al supporto del pubblico da casa, è tutto un tweet e ritweet da parte di politici russi che tuonano proteste manco si trattasse di una cosa seria. Intendiamoci, guardando Eurovision, anche chi scrive aveva indicato in 1944 la canzone migliore, ma migliore in quel contesto, che è un po’ come dire che chi pronuncia Abracadrabra con un rutto in una gara a tema è il migliore, sempre di rutti stiamo parlando.

Di qui a prendere la faccenda sul serio, anche solo sul piano musicale ce ne corre. Perché, diciamolo una volta per tutte senza se e senza ma, l’Eurovision Song Contest è una cagata pazzesca (sempre di russi si parla). Un Festival che è in realtà la trasposizione in musica del circo di Moira Orfei, senza avere il beneficio della ormai scomparsa divina. Una baracconata buona per ghignarci su sui social, niente di rilevante, niente di culturalmente centrale, niente di importante. Non è un caso che continuino sempre a citare il passaggio in quel contesto degli Abba. Dopo di loro nessuno che anche minimamente ambisse a avere un successo meritato e duraturo in giro per il mondo è passato di lì. Poi, è chiaro, i paesi scandinavi e anche quelli balcanici impazziscono per questo circo delle note. Lo si capisce dalle esibizioni dei loro cantanti, sempre sovraccariche, sempre sopra le righe, qualcosa che ti fa apparire la defunta Moira Orfei, appunto, sobria e elegante. Uno lo guarda, ci ride su e ne scrive sui social. Spesso neanche lo guarda, ci scrive su e basta.

I russi invocano un annullamento del voto, per presunti complotti. Rilevanti politici minacciano di sabotare la prossima edizione o di farvi partecipare il cantante nazionalista Sergey Shnurov. Insomma, una cosa dannatamente seria

Poi, per motivi che ci sfuggono, molto vicini, si suppone a quelli che hanno imposto militarmente Halloween anche in Italia, da qualche tempo sembra che Eurovision sia diventato una questione di vita e di morte. Un Festival che non ha mai tirato fuori niente di importante e in cui, non a caso, gli inglesi, che invece nel pop sono rilevantissimi, da sempre, mandano gli scartini, diventa qualcosa a cui guardare con ammirazione, e anche con aspirazione. Abbiamo visto tutti come la partecipazione della Michielin, data incredibilmente per vincente (solo da noi) sia stata accompagnata da un’enfasi che, dopo il sedicesimo posto, potrebbe essere la sua tomba. Personaggi televisivi che ne parlavano come avesse appena vinto i Mondiali di Calcio (non perché vincere i mondiali di calcio sia culturalmente rilevante, intendiamoci, ma almeno per chi pratica calcio una rilevanza ce l’ha, a differenza di Eurovision). Colleghi che le faceva più o meno sinceri auguri, manco dovesse espugnare l’Alfield Road (lo so, sono monomaniaco, chiedo venia). Poco importa, è vero, che il primo a fare endorsemente alla legnosa cantante uscita da X Factor sia stato Adriano Celentano, zio della sua manager, gli altri non ci risulta fossero suoi parenti, e fino alla proclamazione finale erano tutti lì a fare il tifo per lei. Di più, a invocare un tifo nazionale e nazionalista, “vinci per noi”, “sei tutti noi”. Roba tipo “e i marò?”. Ecco, a parte che solo l’idea di tifare qualcuno in un contest che non porta risultati fa ridere, ma poi tifare la Michielin, dai, su, non scherziamo.

Ma di lei parleremo a breve, perché la cosa che sta suscitando clamore è appunto questa guerra fredda che si è scatenata per una canzone. I russi invocano un annullamento del voto, per presunti complotti. Rilevanti politici minacciano di sabotare la prossima edizione (il vicepresidente della Commissione Difesa e Sicurezza Franz Klintsevich) o di farvi partecipare il cantante nazionalista Sergey Shnurov (addirittura il Primo Ministro Dmitry Rogozin). Insomma, una cosa dannatamente seria. Una guerra fredda, non tanto diversa da quella di Bart Simpson con l’Australia. Solo che almeno lì c’era di mezzo una bolletta da novecento dollari, qui Eurovision, cioè il nulla. Il nulla condito di coriandoli e fuochi d’artificio. Che uno lo guarda, legge poi delle proteste russe e viene da invocare un ritorno dello stalinismo, un’invasione dell’Ucraina, una guerra seria. Come si può prendere sul serio tutto questo?

Perché, diciamolo, come si fa a pensare che una canzone come 1944 di Jamala, ripeto, bella se la si considera li dentro, ma che nessuno di noi andrebbe a riascoltare neanche sotto tortura, possa mai far passare un qualche messaggio

Noi, lo confessiamo, abbiamo ripreso a seguirlo, dopo che per anni, giustamente, l’Italia se n’è tenuta a distanza, più per sorridere di quel che la discografia, sempre arrancante, si racconta e ci racconta per cercare sempre qualcosa che possa ridare vita a artisti ormai spenti. Se vedete i nomi di chi ha partecipato c’è infatti poco da ridere. Raphael Gualazzi, Nina Zilli, Marco Mengoni, Emma, Il Volo, Francesca Michielin. Se questa è la musica che ci dovesse mai rappresentare all’estero è meglio spararsi un colpo in testa, o augurarsi un’invasione da parte della Polonia. Polonia, ricordiamolo, che un paio di anni fa hanno partecipato con quella chicca kitch a firma Donatan e Cleo, un brano My Slowianie che era accompagnato da una performance quantomeno gustosa, una serie di pettorute pseudocontadine che mimavano i gesti caseari di chi prepara il formaggio, senza neanche lasciare che i doppi sensi fossero doppi. Roba da film porno amatoriale. Almeno non si prendevano sul serio.

Perché, diciamolo, come si fa a pensare che una canzone come 1944 di Jamala, ripeto, bella se la si considera li dentro, ma che nessuno di noi andrebbe a riascoltare neanche sotto tortura, possa mai far passare un qualche messaggio. A meno che uno non ritenga la canzone sull’amico parrucchiere gay della Tatangelo una canzone contro l’omofobia, per dire. Ovviametne ci sarà chi sottolinea tutto il casino fatto in Italia per Luca era gay di Povia, passata a Sanremo, anche lì, non certo un simposio accademico, ma Sanremo è Sanremo proprio perché sappiamo che, due giorni dopo che le luci si sono spente sull’Ariston, tutto finisce senza lasciare segno.

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Tornando alla Michielin, e poi ci auguriamo davvero che la Russia dichiari guerra all’Ucraina, organizzatrice del prossimo Eurovision, così non dovremo assistere anche l’anno prossimo a questa trashata, lei aveva le stesse possibilità di vincere del Frosinone in Serie A. La canzone era quello che era, e già se ne è scritto anche troppo, lei ha la stessa espressività di un termosifone in ghisa, forse un filo meno, lo spettacolo che l’accompagnava assomigliava inquietantemente all’Albero della Vita, fiori, lucette, verde e marrone. Solo almeno l’Albero della Vita era accompagnato dalle musiche originali di Cacciapaglia, non da quelle di Cheope e della Abbate. Dopo tutta l’enfasi con cui è stata accompagnata di lei non si hanno più notizie. Tutti quelli che erano pronti a salire sul carro del vincitore ora si occupano giustamente d’altro. Almeno una ce la siamo levata di mezzo. Ora tocca aspettare che il premier russo prema il famoso Pulsante Rosso, così l’ultimo ricordo che avremo dell’Ucraina sarà la vecchia contadina che ripeteva ossessivamente con voce stridula il nome della sua nazione in un vecchio spot di parecchi anni fa.

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