La crisi che non passa: i tre ostacoli che bloccano l’economia

Ogni scuola ha la sue spiegazioni per il mancato superamento della crisi. Fatto sta l’Europa si sta riprendendo ora, dopo 8 anni. Con gli spettri della deflazione, e della disoccupazione

La cifra è di quelle che si fa fatica perfino a pensare: 2,48 trilioni di euro. Secondo gli uffici statistici della Commissione Europea è il valore del prodotto interno lordo nei Paesi dell’Unione per i primi tre mesi del 2016. Il numero è di poco superiore ai 2,47 trilioni prodotti all’inizio del 2008 e quindi il dato significativo è che l’economia europea è di nuovo, finalmente, sui livelli precedenti la grande crisi finanziaria.
In realtà, però, c’è poco da essere soddisfatti, visto che per tornare alla base ci abbiamo messo otto anni. Tanto più che, accanto alle cifre della produzione, ci sono le altre: un calo dei prezzi pari allo 0,2% (la temutissima deflazione) e una disoccupazione media del 10%, più del doppio di quella americana, nonostante dall’estate del 2008 l’euro abbia perso il 28% del suo valore in confronto al dollaro, rendendo così più competitive le merci prodotte nel Vecchio Continente.

Il fatto è che l’economia europea continua a zoppicare e, peggio ancora, zoppica l’economia globale nel suo complesso. Gli economisti, sempre pronti a fare previsioni nonostante una consolidata tradizione di sfondoni, hanno già anticipato il loro vaticinio: il futuro non è più quello di una volta, la crescita non tornerà mai più ai livelli degli anni felici. Ma se tutti i guru della scienza triste (così alla metà dell’Ottocento lo storico britannico Thomas Carlyle bollò per sempre l’economia) sono d’accordo sulla necessità di aspettarsi il peggio, ognuno dà una spiegazione diversa alla medesima conclusione.

Gli economisti, sempre pronti a fare previsioni nonostante una consolidata tradizione di sfondoni, hanno già anticipato il loro vaticinio: il futuro non è più quello di una volta, la crescita non tornerà mai più ai livelli degli anni felici

In sintesi: dopo ogni grande crisi c’è stato un rimbalzo. Ma questa volta è diverso, il rimbalzo non si è visto e il mondo non cresce. Perché? A confrontarsi sono tre scuole di pensiero principali. A seconda dei casi la colpa è individuata nella scarsa crescita della produttività, nell’eccesso di risparmio o nell’eccesso di debito.

  1. “Ci aspettavamo le auto volanti e tutto quello che abbiamo avuto sono 140 caratteri”. La battuta di un banchiere sintetizza la tesi illustrata dall’economista Robert J Gordon nel suo libro “The rise and fall of American Growth”. Nei 100 anni tra il 1880 e il 1980 l’innovazione tecnologica (elettricità, chimica, automobile e poi antibiotici, nucleare e così via) ha cambiato il mondo e fatto impennare la quantità di ricchezza prodotta dal singolo lavoratore. Poi, ancora, tra il 1980 e il 2005 la rivoluzione informatica ha stravolto in positivo il modo di lavorare nelle fabbriche e negli uffici dei Cinque continenti.
    Da allora, però, i pur radicali cambiamenti dell’età di internet hanno avuto più effetti sul tempo libero che sul sistema produttivo. Perché non tutte le innovazioni sono uguali. Oggi la produttività cresce meno che in passato: con lo stesso impiego di lavoro e capitale si fa sempre più fatica a creare valore in termini di beni prodotti. Twitter (con i suoi famosi 140 caratteri) è divertente, ma non è nulla in confronto alle grandi scoperte del passato.

  2. Lawrence Summers, consigliere di presidenti americani ed ex preside ad Harvard, è stato il primo a parlare di “ stagnazione secolare”. Per lui il problema vero è l’eccesso di risparmio. Nei paesi più avanzati la popolazione invecchia e tende a mettere da parte una quota maggiore del proprio reddito per i giorni della quarta età. Negli ultimi decenni la redistribuzione della ricchezza ha premiato le classi alte. Ma i ricchi consumano proporzionalmente meno dei poveri (c’è un limite al numero di vacanze che si possono fare o di automobili che si possono possedere). L’aumento di risparmio ha abbassato i tassi di interesse, ma anche ridotto i consumi e anche nei Paesi in via di sviluppo sono sempre più ridotte le redditizie occasioni di investimento E la riduzione degli investimenti causa una diminuzione della domanda complessiva , con la conseguente stagnazione dell’economia.

  3. Kenneth Rogoff, che è stato anche capo economista del Fondo Monetario Internazionale, con la sua collega Carmen Reinhart ha invece messo in relazione crisi e livelli di debito presenti nel sistema economico. I rallentamenti peggiori sono proprio quelli accompagnati da un indebitamento maggiore. Proprio come nella crisi degli ultimi anni. Perché il rosso accumulato dagli Stati rallenta la crescita e le cose diventano anche più gravi quando ad avere molti debiti sono anche operatori economici e privati.
    Succede quello che sta accadendo oggi: la preoccupazione di tutti non è riprendere a consumare ma ridurre i propri livelli di indebitamento. E chi anziché debiti ha crediti, tende a rallentare consumi e investimenti per paura che i propri debitori non ce la facciano a restituire i soldi dovuti. Risultato: i consumi restano bassi, dalla crisi non si esce.

Queste le tesi a confronto. Chi ha ragione? Mah. A complicare le cose è una visione ancora più radicale: lo stesso concetto di crescita, misurato con gli strumenti di oggi, come il tradizionale prodotto interno lordo, è del tutto inadeguato a prendere le misure dell’era digitale. Come valutare l’accesso a un servizio gratuito come Youtube o Google?

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