Quando Stalin inventò un film in cui conquistava Berlino

La propaganda divenne strumento per il culto della personalità: il suo apice fu raggiunto nel 1950, con l’uscita del film "La Caduta di Berlino", in cui il leader sovietico entra glorioso nella città, sancisce la vittoria dell’Urss e sigilla una storia d’amore

Forse non lo sanno tutti, ma anche uno come Josif Stalin poteva essere classificato come “binge watcher”, cioè spettatore ossessivo di film e documentari americani. Secondo la propaganda – ma potrebbe essere vero – aveva imparato a comprendere l’inglese parlato guardando i film americani.

Per il resto, anche il leader comunista aveva capito che il cinema poteva (e doveva) essere utilizzato come strumento di potere, e riuscì anzi a fare di più: lo trasformò in un veicolo di ricostruzione storica del tutto collegata alla sua figura. È il famoso “culto della personalità”, di cui il film “La Caduta di Berlino”, uscito nel 1950, è un fulgido esempio.

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Il lungometraggio, con sceneggiatura di Pyotr Pavlenko e musiche (nientemeno) di Dmitri Shostakovic, racconta come, nella sconfitta del nazismo, il ruolo della figura di Stalin si fosse rivelato più che decisivo. Comincia con una improbabile storia d’amore tra un virtuoso operaio, Alexei Ivanov e Natasha, un’insegnante idealista. Sarà proprio Stalin, con i suoi consigli, a indirizzare Alexei nella giusta direzione per conquistare il cuore della donna, cioè attraverso la lettura di romantiche poesie d’amore. Ma attenzione: è solo l’inizio. Alexei e Natasha camminano innamorati in un campo di grano quando arrivano, all’improvviso, i nazisti. È la parte, per usare categorie tolstojane, della guerra. Durante l’attacco lui sviene e lei scompare nel nulla.

Stalin, però, è vigile: garantisce la salvezza di Mosca, incute terrore negli avversari e riduce le figure degli alleati, come Roosevelt, a semplici macchiette. Dopo la vittoriosa resistenza, è il momento del riscatto: la Russia può partre a conquistare Berlino, con l’aiuto anche del nuovo soldato Alexei, conquistato dalla grandezza del suo leader. Sarà proprio lui a liberare i prigionieri di un campo di concentramento e, nella capitale tedesca distrutta, a issare la bandiera sovietica sui Reichstag. La guerra è finita, la Russia ha vinto. E Stalin atterra a Berlino, dove tiene un solenne discorso in cui inaugura un periodo di pace. Nella folla che lo acclama, c’è anche Alexei che – grazie a Stalin – rivede Natasha, anche lei a Berlino, ex prigioniera. E così, tutti riuniti, lei lui e Stalin, festeggiano la vittoria.

Il film, più che celebrativo, si basa su una ricostruzione storica che definire imprecisa è dire poco. Tanto per capirsi, Josif Stalin non volò mai a Berlino. Non ci fu alcuna parata né alcun discorso. Non ci fu nemmeno – e questo è ovvio – nessuna storia d’amore tra Alexei e Natasha. Ci fu, però, un pesante intervento personale dello stesso Stalin nella scrittura della sceneggiatura (“corresse alcune parti, cambiò alcune battute, eliminò una scena”) e una generale tendenza citazionista. Visto che il capo comunista non andò mai a Berlino, la scena fu modellata su un simile intervento dello stesso Hitler (presa in giro? Humour russo?); la presa del Reichstag, invece, fu ricopiata dalla repressione di Odessa nella Corazzata Potemkin, film dell’odiatissimo Eisenstein.

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