Vienna, «Se avesse vinto la destra non sarebbe stato un disastro»

Reportage dalla capitale austriaca il giorno dopo le elezioni. La vittoria di Van der Bellen, salutata con sollievo dal resto d’Europa, è considerata importante ma non decisiva. La sensazione è che il FPÖ non fosse davvero così pericoloso

«È andata meglio così. Ma anche se avesse vinto Norbert Hofer non sarebbe stato un disastro». Lo puntualizza un giovane austriaco. Lui ha votato per Van der Bellen, il verde «con un passato nella sinistra radicale», il professore ecologista. Lungo la Simmeringer Hauptstraße, appena fuori dalla stazione della metropolitana, sono in tanti che la pensano come lui. «Van der Bellen è il migliore», dice un altro – e mostra il pollice. «È andata bene», fa eco una ragazza vicina. Eppure Simmering è – basta guardare la mappa delle elezioni – l’unico quartiere di Vienna dove il FPÖ, il Freiheitliche Partei Österreichs, è riuscito ad avere la maggioranza. Di misura, certo. Ma ha vinto.

Simmering è anche l’unico quartiere della città con un governatore del FPÖ: Paul Sadler, eletto nel 2015. «All’epoca avevano concentrato qui tutti i loro sforzi, hanno fatto una campagna molto forte. Era una questione di prestigio vincere a Vienna, e sono riusciti», continua il ragazzo. Il distretto, con le presidenziali successive, si è dimostrato fedele. È l’unico punto blu in un quadro verde, quello di Vienna. E la città, a sua volta, è (quasi) l’unico punto verde in un Paese quasi del tutto blu.


Ma non c’è da spaventarsi. Prima di tutto perché «Il FPÖ è di destra, ma in Europa ci sono partiti molto più a destra, molto più estremi», continua. «E poi perché chi li ha votati non ne condivide le idee, condivide solo la rabbia». Su questo sono tutti d’accordo. Per la strada come nei negozi, nei ristoranti e nei bar, si giustifica, si spiega, in fondo, si minimizza. «I partiti hanno continuato a fare una grosse-koalition che ha stancato le persone», spiega un non giovanissimo ingegnere informatico, che non vota da anni ma che segue sempre tutto «con grande attenzione». La formula è semplice: «I partiti non sono in grado di dare risposte alle persone, e le persone si arrabbiano». In più «i media hanno contribuito a nutrire questo risentimento, lo hanno fatto crescere, gli hanno dato legittimità». E la paura degli stranieri? È giustificata (ma non giusta): «In questo quartiere sono tanti. Ci sono state frizioni – sono all’ordine del giorno – e molti sono irritati e spaventati dalla presenza degli immigrati». Anche per questo «hanno vinto qui».

Nel resto dell’Austria, invece, la questione “stranieri” è secondaria. «Non importa tanto: è una protesta». L’analisi diventa un mantra: «Votano a destra perché sono stufi», o «perché si stanno impoverendo, e danno la colpa ai partiti attuali», oppure, come spiegava la ragazza appena accennata nel primo paragrafo, «perché sono pazzi». Anche lei è di Simmering, anche lei ha votato per Van der Bellen ma – almeno lei – ha degli amici che stanno con il Freiheitliche Partei. «Non capisco perché. Io preferisco i verdi perché hanno delle buone politiche per la famiglia, incoraggiano ad avere figli». Sugli stranieri si mostra dubbiosa, quasi scettica: «Non si è giocato dappertutto su quello».

La grande delusione viennese per i dirigenti del FPÖ è più a nord, nella periferia che costeggia il Danubio e apre alle colline fuori dalla città. È il distretto di Floridsdorf: al primo turno aveva votato per Hofer, per poi ripensarci qualche settimana dopo e regalare il 51,13% dei voti al verde Van der Bellen. È qui che, in un parco accanto al fiume, sorge l’unica moschea ufficiale di Vienna. A febbraio 2016 fu colpita da attacchi neonazisti, con svastiche dipinte sui muri. Nel 2015, invece, era stata definita dal militante austriaco dell’Isis Firas Houidi come il “punto di contatto con lo Stato Islamico in Austria”. In particolare, secondo il miliziano, tutto passava per le mani «del direttore, quello che dà le armi all’Isis». Accuse subito rispedite al mittente, con replica del portavoce, l’imam Salim Mujkanovic: «Noi condanniamo l’Isis e ci distanziamo dai loro simpatizzanti», aveva detto.

Tempi lontani. Nel martedì dopo il voto delle presidenziali l’atmosfera è diversa. L’edificio, costruito nel 1979 con l’aiuto economico del re saudita Faysal bin Abdulaziz (lo stesso delle moschee belghe), è quasi vuoto – ma è martedì. L’imam presente, non il portavoce, non vuole parlare, né lasciare dichiarazioni sulle elezioni. Solo, si dimostra stupito che il suo distretto si fosse sbilanciato per il FPÖ al primo turno («Qui la maggioranza non è di destra»). Si parla solo di Islam o, volendo, della moschea. Nient’altro. Intanto il minareto, alto solo 32 metri, si staglia in un tramonto luminoso, dopo che le nubi sopra Vienna si sono diradate, restando all’orizzonte. Non è una metafora: qui sale il freddo e le famiglie, in giro lungo il Danubio, tornano a casa in tutta tranquillità. A giudicare dalla calma, vien da pensare che, in fondo, queste elezioni non fossero così decisive. E che, magari, sotto a tutto, ci fosse soltanto un voto di protesta. E allora che, per paradosso, se avesse vinto Hofer – forse – non sarebbe stato davvero questo disastro. Per fortuna, non lo sapremo mai.

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